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«DEVE FARE DANNI»: BOMBA PROGETTATA, MINACCE E COCAINA NEI RETROSCENA DI METAMORFOSI

L’ordinanza ricostruisce la trattativa per un ordigno destinato a una presunta ritorsione, le offerte di forniture fino a cento chili di cocaina e le violenze per imporre disciplina agli spacciatori. Il bar di piazza Garibaldi indicato come base operativa. Diciannove custodie in carcere e un arresto domiciliare.

SULMONA – «No, no, deve fare danni». Nelle conversazioni dell’inchiesta Metamorfosi, la richiesta attribuita a Massimiliano Le Donne segna il passaggio dalla volontà di intimidire al progetto di una ritorsione distruttiva. Si parla di un ordigno, dei tempi necessari per procurarlo e della sua capacità di colpire. Sullo sfondo, secondo la ricostruzione investigativa, c’è l’incendio della sua Jeep Renegade, avvenuto nel marzo 2025 in via Patini.

È uno dei particolari contenuti negli atti richiamati dall’ordinanza del gip del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi, che su richiesta della sostituta procuratrice della Dda Roberta D’Avolio ha disposto diciannove custodie cautelari in carcere e un arresto domiciliare. Il provvedimento descrive un presunto sistema nel quale il traffico di cocaina si sarebbe intrecciato con affari commerciali, minacce, aggressioni e disponibilità di armi.

L’ORDIGNO E LA RITORSIONE

A discutere della preparazione della bomba sarebbero stati Le Donne e Antonino Maccarrone. L’obiettivo, secondo gli investigatori, sarebbe stato quello di colpire i presunti responsabili dell’incendio dell’automobile.

Il dialogo restituisce una richiesta precisa: non un semplice gesto dimostrativo, ma un dispositivo capace di provocare danni. La trattativa sarebbe proseguita attraverso l’invio di una fotografia e il confronto sulla potenza dell’ordigno. Alla domanda sui tempi necessari, Maccarrone avrebbe risposto: «Tempo di prendere l’occorrente, digli 3-4 giorni».

Le conversazioni documenterebbero dunque un progetto di ritorsione. Il passaggio non dimostra, da solo, che l’attentato sia stato effettivamente realizzato, ma viene inserito dagli inquirenti nel quadro delle modalità violente attribuite al gruppo.

«BASTA CHE NON CHIEDI OLTRE CENTO»

Sul fronte della droga, uno dei dialoghi più significativi risale al 3 aprile 2025. Nell’automobile di Maccarrone, Enri Bisha avrebbe prospettato la possibilità di procurare quantitativi ingenti di cocaina: «Quanto vuoi tu, mio fratello, chiedimi basta che apri bocca», fino alla precisazione: «Basta che non chiedi oltre 100».

Il riferimento viene interpretato negli atti come disponibilità a fornire fino a cento chilogrammi di stupefacente. Una disponibilità dichiarata, quindi, che non va confusa con una consegna di quelle dimensioni effettivamente accertata.

Il giudice richiama queste conversazioni per valutare la capacità di approvvigionamento del fornitore. Le trattative avrebbero incontrato anche ostacoli: Bisha pretendeva il pagamento anticipato e, di fronte alla mancata disponibilità del gruppo, un accordo sarebbe saltato. I contatti sarebbero poi ripresi su quantitativi iniziali più contenuti.

I CONTATTI CON SECONDIGLIANO

L’ordinanza descrive la capacità della rete di rivolgersi a canali diversi. Dopo i rapporti con Bisha, sarebbero stati avviati contatti con Mario Iorio, indicato negli atti come legato ad ambienti criminali di Secondigliano.

Nelle conversazioni con Di Marco, Iorio avrebbe prospettato una fornitura di cocaina usando espressioni convenzionali. Il giudice richiama il riferimento a una “macchina”, interpretato come un chilogrammo di sostanza, al prezzo di ventimila euro.

Per gli inquirenti, questi rapporti mostrerebbero la possibilità di mantenere il mercato locale rifornito anche cambiando interlocutore. Per Iorio il gip ha disposto gli arresti domiciliari.

GLI SCHIAFFI E LA RICHIESTA DI DENARO

La violenza sarebbe stata utilizzata anche all’interno della rete. Tra gli episodi ricostruiti figura quello che avrebbe coinvolto Ivano Antonio Di Marco e Mattia Alessandro Gasbarro, indicato dall’accusa tra gli spacciatori alle sue dipendenze.

Di Marco avrebbe colpito il giovane con schiaffi, accompagnando l’aggressione con minacce di morte: «Ti porto dentro al bagno e ti ammazzo. Ti faccio vedere se non avete paura di me ora».

Nel corso dell’episodio sarebbe emersa anche una richiesta di denaro: «Dove sono i soldi? Dove sono i soldi?». Secondo l’impostazione accusatoria, l’aggressione sarebbe espressione del sistema di disciplina imposto ai venditori e del controllo esercitato sugli incassi.

LA VIOLENZA DIFFUSA SUL WEB

Nelle motivazioni sul metodo mafioso il gip richiama anche un’aggressione che Le Donne avrebbe fatto filmare e diffondere sul web. La pubblicizzazione della ritorsione, secondo il giudice, sarebbe stata funzionale a rafforzare la capacità intimidatoria del sodalizio.

Gli atti descrivono inoltre minacce con forbici e condotte dirette a costringere persone coinvolte nei contrasti ad allontanarsi da Sulmona. Episodi che il gip mette in relazione con la volontà di imporre obbedienza e rendere riconoscibile la forza del gruppo.

Il riconoscimento cautelare del metodo mafioso poggia dunque anche sulle modalità concrete delle intimidazioni e sulla soggezione che avrebbero prodotto.

IL BAR, IL LAVAPIATTI E LA SOCIETÀ

Il bar Asso di Cuori di piazza Garibaldi occupa una posizione centrale nella ricostruzione. Secondo l’accusa, sarebbe stato utilizzato come luogo di incontro e base operativa.

La società M10, formalmente intestata a Mario Pallozzi, sarebbe stata gestita in realtà da Di Marco e Stefano Sito. Di Marco, assunto con la qualifica di lavapiatti, avrebbe impartito direttive e assunto decisioni sull’attività.

A questo capitolo si collega la presunta percezione indebita di 5.408,48 euro di Naspi: per gli inquirenti, alla cessazione formale del rapporto di lavoro non sarebbe corrisposto l’effettivo abbandono della gestione del locale.

DROGA A DOMICILIO E PAGAMENTI CON IL POS

L’ordinanza descrive una distribuzione capillare, con ordini attraverso applicazioni protette da crittografia, consegne a domicilio e diversi luoghi destinati alla custodia della cocaina.

Andrea La Civita avrebbe gestito consegne e raccolta dei proventi. Locali commerciali, spazi utilizzati per attività professionali e abitazioni sarebbero stati messi a disposizione per nascondere lo stupefacente e rifornire i venditori.

Il gip richiama anche il ruolo attribuito a Daniele Cellini, che avrebbe consentito di ricevere nel proprio locale pagamenti della droga attraverso il Pos.

Gli incassi sarebbero stati sottoposti a regole precise. Di Marco avrebbe imposto di non consegnare sostanza senza denaro; le informazioni sui clienti morosi venivano condivise affinché non potessero continuare ad acquistare a credito rivolgendosi a un altro componente della rete.

IL PRESTITO AL 25 PER CENTO MENSILE

Tra gli affari contestati compare anche un prestito di duemila euro a un artigiano, con interessi richiesti di 500 euro al mese, pari al 25 per cento del capitale.

Di Marco e Sito avrebbero partecipato all’operazione, mentre a Di Marco vengono attribuite le successive pressioni per ottenere il pagamento. Le minacce avrebbero fatto leva anche sul richiamo ai suoi trascorsi criminali, provocando nella persona offesa una condizione di soggezione.

LE VALUTAZIONI DEL GIUDICE

Nel quadro accolto dal gip, Di Marco e Le Donne vengono indicati come promotori e capi del sodalizio dedito al traffico di stupefacenti, con Maccarrone in una posizione di fiducia e operativa.

Il giudice ha però distinto le singole posizioni e respinto alcune richieste. Per Bisha, in particolare, ha ritenuto insufficienti gli indizi sull’appartenenza all’associazione, disponendo comunque il carcere per la distinta contestazione relativa agli stupefacenti.

Nell’intestazione dell’ordinanza figurano 33 indagati; le misure personali disposte sono complessivamente venti. Alla base delle decisioni il gip pone soprattutto il pericolo di reiterazione dei reati. Le ricostruzioni e le responsabilità individuali restano sottoposte al vaglio del procedimento e al confronto con le difese.

Nella foto di copertina il GIP Marco Billi

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