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DROGA, AFFARI E INTIMIDAZIONI: NELL’ORDINANZA LA RETE CHE AVREBBE CONTROLLATO LO SPACCIO A SULMONA

L’AQUILA – Diciannove custodie in carcere e un arresto domiciliare disposti dal gip Marco Billi su richiesta della Dda dell’Aquila. Di Marco e Le Donne indicati ai vertici del sodalizio: il bar di piazza Garibaldi come presunta base operativa, depositi di cocaina, consegne a domicilio e violenze per imporre le regole. Il giudice riconosce il metodo mafioso, ma respinge alcune contestazioni cautelari.

IL CONTROLLO DELLA DROGA E DEL TERRITORIO
SULMONA – La cocaina custodita in abitazioni e locali utilizzati per attività professionali, gli ordini attraverso applicazioni criptate, le consegne a domicilio. E poi le regole sui pagamenti, le informazioni condivise sui clienti morosi, le intimidazioni contro chi avrebbe ostacolato gli affari o disobbedito ai vertici. È un sistema organizzato, con una precisa distribuzione dei compiti, quello descritto nell’ordinanza del gip del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi, alla base dell’inchiesta sul traffico di stupefacenti a Sulmona e nella Valle Peligna.

Il provvedimento, datato 13 ottobre e depositato il giorno successivo, accoglie in larga parte la richiesta presentata dalla sostituta procuratrice Roberta D’Avolio, disponendo diciannove custodie cautelari in carcere e un arresto domiciliare. Nell’intestazione figurano complessivamente 33 indagati, le cui posizioni e contestazioni sono differenti.

DI MARCO E LE DONNE AI VERTICI
Nella ricostruzione accolta dal giudice in questa fase delle indagini, Ivano Antonio Di Marco e Massimiliano Le Donne avrebbero ricoperto il ruolo di promotori e capi dell’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti.

Ai due sarebbero spettati l’approvvigionamento della droga, la gestione dei proventi e le decisioni sulle piazze di spaccio. Antonino Maccarrone viene descritto come uomo di fiducia e figura operativa, impegnato nei contatti per le forniture e nella gestione delle controversie.

Il gip individua legami stabili, una progettualità condivisa e una collaborazione destinata a durare nel tempo. Rapporti che, per alcuni degli indagati, sarebbero stati instaurati o ripresi dopo periodi di detenzione nel carcere di Sulmona. L’ordinanza descrive inoltre la capacità del gruppo di mantenere contatti con ambienti criminali esterni alla Valle Peligna, dall’Albania all’area napoletana e a Roma.

IL BAR DI PIAZZA GARIBALDI
Uno dei luoghi centrali dell’inchiesta è il bar Asso di Cuori, in piazza Garibaldi. Secondo l’accusa, il locale avrebbe costituito una base logistica e un punto di incontro per la gestione degli affari illeciti.

La società M10, formalmente intestata a Mario Pallozzi, sarebbe stata in realtà riconducibile a Di Marco e Stefano Sito, indicati come soci occulti e gestori effettivi. Di Marco, pur risultando assunto come lavapiatti, avrebbe preso le decisioni operative e curato l’organizzazione dell’attività.

A questo filone si collega anche la contestazione relativa all’indennità di disoccupazione: secondo gli inquirenti, la cessazione del rapporto di lavoro sarebbe stata soltanto formale e avrebbe consentito a Di Marco di percepire indebitamente 5.408,48 euro di Naspi, continuando a gestire il locale.

DEPOSITI E CONSEGNE A DOMICILIO
La ricostruzione investigativa descrive una rete di luoghi destinati alla custodia e alla distribuzione dello stupefacente.

Andrea La Civita avrebbe gestito un sistema di consegne a domicilio, raccogliendo gli ordini sullo smartphone attraverso applicazioni protette da crittografia e riversando a Le Donne i proventi delle vendite.

Ad Alessio Mancinelli viene attribuita la disponibilità dei locali della propria attività di gioielliere per nascondere la droga; Tommaso Ludovico avrebbe messo a disposizione quelli utilizzati per l’attività di osteopata. Anche l’abitazione di Fabrizio Pescatore sarebbe stata impiegata come deposito.

Davide Pantano e Mario Del Monaco, secondo l’ordinanza, avrebbero collaborato nella custodia dello stupefacente e nella gestione dello spaccio nella zona tra via Freda e largo San Francesco. Sono ruoli che il giudice considera funzionali all’attività complessiva del sodalizio.

LE REGOLE DEGLI INCASSI
Dalle conversazioni richiamate nel provvedimento emerge l’attenzione al controllo dei pagamenti. Di Marco avrebbe imposto ai venditori di non consegnare droga senza ricevere contestualmente il denaro.

Le eventuali concessioni di credito sarebbero state interrotte quando il cliente non saldava il debito. Le informazioni sui morosi venivano condivise, così da impedire loro di ottenere altre dosi rivolgendosi a un diverso componente della rete.

Il gip richiama anche il ruolo di Daniele Cellini, che avrebbe messo a disposizione il proprio locale per ricevere attraverso il Pos i pagamenti dello stupefacente.

I CANALI DI RIFORNIMENTO
L’ordinanza ricostruisce le trattative con Enri Bisha e i successivi contatti con Mario Iorio, indicato negli atti come legato ad ambienti criminali di Secondigliano.

Nelle conversazioni intercettate, Bisha avrebbe prospettato la disponibilità di quantitativi molto consistenti di droga, pretendendo il pagamento anticipato. Il giudice distingue però il suo presunto ruolo di fornitore dall’appartenenza all’associazione: su quest’ultimo punto ritiene insufficiente il quadro indiziario e respinge la relativa richiesta cautelare.

Resta disposta nei suoi confronti la custodia in carcere per la distinta contestazione in materia di stupefacenti. Per Iorio, invece, il provvedimento stabilisce gli arresti domiciliari.

VIOLENZA E METODO MAFIOSO
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda il riconoscimento, in sede cautelare, dell’aggravante del metodo mafioso.

Il giudice richiama la forza intimidatrice attribuita al gruppo, l’uso della violenza e la capacità di generare soggezione. Nelle motivazioni vengono esaminati incendi di automobili, aggressioni, minacce e iniziative dirette a imporre disciplina anche agli stessi componenti della rete.

Tra gli episodi richiamati figura un’aggressione che Le Donne avrebbe fatto filmare e diffondere sul web: per il gip, la pubblicizzazione della violenza sarebbe stata funzionale ad accrescere la capacità intimidatoria del sodalizio.

Il provvedimento sottolinea inoltre la disponibilità di armi e il reperimento di ordigni esplosivi. Il metodo mafioso viene individuato nelle modalità concrete delle condotte e nei loro effetti sulle persone coinvolte, oltre che nei rapporti con ambienti della criminalità organizzata richiamati nell’indagine.

IL PRESTITO E GLI INTERESSI
L’inchiesta comprende anche un episodio di presunta usura. Di Marco e Sito avrebbero concesso a un artigiano un prestito di duemila euro, chiedendo interessi di 500 euro mensili, pari al 25 per cento del capitale.

Al ritardo nei pagamenti sarebbero seguite pressioni e minacce attribuite a Di Marco. Secondo la contestazione, l’uomo avrebbe richiamato i propri trascorsi criminali per ottenere la restituzione delle somme, provocando nella persona offesa una condizione di forte soggezione.

LE VENTI MISURE
La custodia in carcere è stata disposta nei confronti di Ivano Antonio Di Marco, Mario Pallozzi, Antonino Maccarrone, Stefano Sito, Massimiliano Le Donne, Andrea La Civita, Davide Pantano, Mario Del Monaco, Fabrizio Pescatore, Alessio Mancinelli, Tommaso Ludovico, Nicolino Di Bucci, Giuseppe Di Muro, Michele Di Muro, Mattia Alessandro Gasbarro, Daniele Cellini, Enri Bisha, Giovanni Massa e Aldo Ferrera.

Per Mario Iorio sono stati disposti gli arresti domiciliari. Le accuse e i presupposti delle misure variano per ciascun destinatario: non a tutti viene contestata l’appartenenza al sodalizio.

I LIMITI DELL’ACCOGLIMENTO E LE RAGIONI DEL GIP
Il giudice non ha accolto integralmente le richieste dell’accusa. Oltre alla posizione di Bisha sul reato associativo, il dispositivo respinge la domanda cautelare per alcune contestazioni mosse a Pantano e per un episodio attribuito a Di Marco e Maccarrone, al quale viene data una diversa qualificazione giuridica.

Alla base delle misure accolte il gip pone il pericolo, ritenuto attuale e concreto, di reiterazione dei reati, valutando i ruoli individuali e il contributo attribuito a ciascuno.

Il quadro delineato resta quello di un procedimento nella fase delle indagini preliminari: le misure cautelari non costituiscono una sentenza di condanna e le responsabilità dovranno essere accertate nel contraddittorio con le difese.

 

 

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