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IL MICROBIOLOGO MARCO ZAMBIANCHI. NUCLEARE O RINNOVABILI? IL VENTO VINCE, L’ATOMO SCOTTA

di Marco Zambianchi 

Pensare che il nucleare sia diventato improvvisamente una passeggiata di salute solo perché lo hanno ridipinto di verde è un po’ come credere che un coccodrillo diventi un batuffolo di feltro se gli metti un fiocchetto rosa sul collo. Parliamo pur sempre di una tecnologia elefantesca, lenta come una fila alla posta del lunedì mattina, costosa come un attico in centro e legata a doppio filo a una materia prima che va cavata da terra e a immondizie che restano calde per millenni. Le rinnovabili, invece, ci regalano energia pulita senza la minaccia del botto finale, senza radiazioni e con tempi di cantiere che non richiedono di passare il testimone ai nostri nipoti. Prendiamo la vita invisibile che si nasconde dentro i tubi: la microbiologia.

Nelle centrali nucleari scorrono oceani d’acqua per raffreddare i reattori e lì si crea il biofouling, che altro non è che la patina di melma che le colonie batteriche appiccicano sulle superfici, esattamente come la placca sui denti quando ci si dimentica lo spazzolino. Questa pellicola di sostanza organica s’incolla alle condutture e fa da isolante termico, abbattendo l’efficienza dello scambio di calore fino alla metà. Non bastasse la melma, arrivano pure i batteri mangia-metallo, gli artefici della MIC, la corrosione indotta dai microbi: in pratica una banda di microrganismi che sputa acido, buca l’acciaio come fosse groviera e crea micro-fessure nei tubi. E siccome lì dentro ci sono pure le radiazioni ionizzanti — cioè quei raggi ad alta energia capaci di spezzare il DNA come fosse uno spaghetto crudo —, l’ambiente diventa talmente estremo da selezionare una razza aliena di super-batteri radioresistenti, mostri capaci di incassare dosi di radiazioni che polverizzerebbero qualsiasi altro essere vivente.

Per tenere a bada questo zoo mutante servono trattamenti chimici aggressivi e secchiate di cloro, oltre a un controllo maniacale continuo. Un pannello solare o una pala eolica, al massimo, devono vedersela con qualche cacca di piccione o con le alghe della pala di un mulino, robe da risolvere con un colpo di spugna e due detergenti standard. Tirare in ballo il biorimedio — cioè l’uso di batteri speciali addestrati a “inghiottire” o bloccare metalli pesanti come l’uranio per ripulire il disastro — è come vantarsi di avere un ottimo compressore per rigonfiare le gomme dopo che ci si è lanciati apposta sopra una distesa di chiodi: interessante, ma forse era meglio evitare i chiodi. Se poi allarghiamo lo sguardo a tutto il ciclo di vita, la storia non migliora.

L’uranio non cresce sugli alberi: va scavato nelle miniere, un’operazione che devasta i terreni, avvelena le falde acquifere con metalli pesanti e scompagina completamente i cicli biogeochimici, cioè i naturali processi di riciclo della materia della Terra. È vero che anche per fabbricare pannelli ed eolico servono rame, silicio e terre rare, ma c’è una differenza abissale: una volta piantata la pala o installato il modulo, l’impatto ambientale si blocca lì. Per trent’anni quell’impianto produce energia gratis dal sole e dal vento, senza bisogno di scavare continuamente nuovo “carburante” da arricchire, trasportare scortato e bruciare. Inoltre, i materiali delle rinnovabili si possono smontare e riciclare con tassi sempre più alti; non finiscono in un bunker sotterraneo scortato dai militari.

Sul fronte sicurezza, i numeri parlano chiaro. La probabilità di un incidente con fusione del core — cioè il momento drammatico in cui il nocciolo del reattore scalda a tal punto da sciogliere tutte le sue barriere di contenimento — nelle centrali di ultima generazione è bassissima. Ma quando la sorte decide di voltare le spalle, le conseguenze non sono un semplice guasto elettrico: sono nubi radioattive (plume), terre desolate sbarrate per generazioni ed evacuazioni di massa. Se un’elica di una pala eolica vola via o un pannello si rompe, dispiace per il portafoglio dell’installatore, ma la storia finisce lì, senza dover evacuare tre regioni.

Confrontare il nucleare con il carbone per dire che il secondo fa più morti per inquinamento è un trucco contabile un po’ furbetto: la vera alternativa non è scegliere se morire di smog o di radiazioni, ma puntare tutto su un mix di rinnovabili, batterie per l’accumulo e reti intelligenti capaci di azzerare entrambi i rischi. Capitolo scorie e portafoglio. I rifiuti ad alta attività saranno anche contenuti come volume, ma restano letali per centinaia di migliaia di anni.

Costruire i repository geologici, ossia quei sarcofagi sotterranei scavati a centinaia di metri nel cuore delle montagne per nascondere la spazzatura atomica, costa decine di miliardi di euro e lascia comunque aperto il dubbio che, tra un paio di secoli, qualche batterio mangia-metallo decida di banchettare con i bidoni in profondità. Le rinnovabili sfornano scarti a fine vita che sono del tutto assimilabili ai rifiuti industriali tradizionali: roba volumetrica, certo, ma non radioattiva e gestibile sopra il livello del suolo. Sul piano economico, poi, le centrali di nuova generazione si rivelano regolarmente dei pozzi senza fondo: cantieri interminabili che sforano budget e tempistiche di dieci o quindici anni, mentre i costi del solare e dell’eolico continuano a crollare a picco, con tempi di installazione che si misurano in pochi mesi.

Nemmeno le fantomatiche “nuove generazioni” di reattori o i piccoli reattori modulari riescono a ribaltare la partita. Sicuramente migliorano alcuni sistemi di sicurezza e riducono un po’ i volumi dei rifiuti, ma non cancellano i problemi di fondo: serve sempre l’uranio, restano i rischi di proliferazione di materiale per armi atomiche, rimangono i costi spaventosi e servono comunque anni per vederne uno operativo. L’esperienza della Francia insegna che un grande parco nucleare può certamente funzionare per decenni con controlli maniacali, ma mostra anche il conto salatissimo dello smantellamento degli impianti e della gestione finale delle scorie, evidenziando come la rete elettrica abbia comunque un disperato bisogno di flessibilità.

Nessuna fonte energetica è un’opera di carità a impatto zero: il solare e l’eolico occupano suolo e richiedono materiali estratti. La differenza sostanziale è che i problemi delle rinnovabili sono ostacoli ingegneristici umani, quantificabili, risolvibili con l’accumulo energetico, la gestione intelligente dei consumi e il riciclo e soprattutto non lasciano in eredità ai nostri pronipoti dei bidoni che scottano. La strada davvero veloce, sicura ed economica per lo Stato non passa per la scommessa atomica, ma per un piano deciso fatto di sole, vento, batterie e reti moderne: il modo più furbo per avere tutta l’energia che ci serve lasciando la radioattività al suo posto, cioè sui libri di fisica.

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