QUANDO AL CENTRO C’ERA DI FONZO E PURE BELZEBU’. QUELLA VOLTA CHE L’ARCIVESCOVO PERESSIN MI ESORCIZZO’
di Giosafat Capulli
L’AQUILA – Entro in redazione (parlo di quella del Centro) con il solito ritardo. Luigi di Fonzo (Giggi per tutti e Caposervizio) era tutto trafelato. “Giosi (cosi mi chiamava e mi chiama) – mi dice – dobbiamo andare all’Arcivescovado. Peressin ci ha convocati e stavolta ci querela”. La mia risposta? “Giggi una querela in più, una in meno, che vuoi che cambi?”. Comunque andammo. Cos’era successo? Avevo pubblicato lo sfratto ordinato dall’Arcivescovo Peressin ai due Francescani che vivevano e curavano la Basilica di Collemaggio. Praticamente Peressin voleva cacciare Padre Quirino Salomone e sistemare a Collemaggio i cosiddetti “Canadesi” a lui fedeli. Sotto all’Arcivescovado troviamo Padre Quirino Salomone, anche lui visibilmente preoccupato. A me personalmente veniva da ridere e non lo nascondevo. Arrivati nella sala di attesa della dimora di Peressin, Giggi mi raccomanda “Non fare il solito guascone. Assecondalo!”. Arriva Peressin.
Una montagna d’uomo con un piede di una quarantina di centimetri e le scarpe a punta. Una manona da scaricatore di porto e furente mi dice con l’indice teso: “Mi devi dire chi ti ha dato la notizia. Altrimenti querel
o te, il tuo caposervizio e anche Quirino Salomone. Vi chiederò danni per milioni così a voi due il giornale vi manderà a spasso. per quel che riguarda Salomone ci penso io!”. Senza batter ciglio dico all’Arcivescovo: “Eccellenza, la vita è bella e a volte meravigliosa. Non saprà mai il nome della persona che mi ha dato la notizia, e non la saprà neanche da Di Fonso, perché non conosce la fonte neanche lui. Tantomeno da Padre Quirino. E poi mi è stata data la notizia in confessione, e lei sa che le rivelazioni in confessione devono restare segrete”. Non se l’aspettava. Prende da un inginocchiatoio da preghiera che era in quello stanzone una acquasantiera, mi chiede di avvicinarmi e mi dice: “Ho capito che tu sei posseduto dal Demonio, ora io te lo scaccerò!”. Farfuglia qualcosa e mi fa paraticamente il bagno con quell’acqua santa. Recita una formula che non capivo e si stupisce che l’acqua benedetta che mi stava versando addosso non evaporava, non friggeva come accade nei film. Improvvisamente torna nelle sue stanze dicendo di attendere un attimo. Si ripresenta con dei pasticcini e tutto finisce, come si suol dire “a tarallucci e vini”. Passa qualche giorno e mi chiama Giorgio Castellani, primario di cardiologia al San Salvatore. “Gio’ – mi dice – abbiamo ricoverato l’amico tuo per un principio di infarto”. Praticamente Peressin era in ospedale. Chiamo il fido Raniero Pizzi e andiamo in ospedale. Entro da una porta secondaria che il buon Castellani aveva lasciato aperta per me. Arrivo di fronte la stanza di degenza di Peressin. Busso e mi apre la porta una suorina. “Sono qui – le dico – per fare visita a sua Eccellenza”. Le parlo in modi calmo, con voce suadente, ma decisa. Entro ed ecco Peressin che si inalbera: “Tutta colpa tua! Sei stato tu con i tuoi articoli a ridurmi in questa stato!”. “Ecellenza – rispondo – stia calmo”, mentre l’occhio mi va sullo schermo che registra in grafico le frequenze cardiache che non si reggevano più. Mi avvicino al letto, gli prendo la mano ed ecco che il buon Mario Peressin inizia quasi a confessarsi. Praticamente io, il giornalista posseduto dal demonio, mi ero improvvisamnte trasformato nel suo confessore. Raniero scattò la foto mentre l’Arcivescovo mi teneva la mano. Sottovoce Peressin mi disse di soffrire e di aver paura di morire. Lo rassicuro che tutto sarebbe andato bene, che il primario ( vale dire Giorgio Castellani) mi aveva dato notizie buone. Non era vero, ma tutto poco fa. Grato, mi benedice, ci salutiamo. Torno al giornale. Giggi era gaudente come al solito e pubblicai in esclusiva l’intervista a Peressin che parlava della sua salute e del suo cuore ballerino.



