IL MICROBIOLOGO ZAMBIANCHI: BASTA ALLARMISMI, LA COVID-19 E’ DIVENTATA UN RAFFREDDORE
di Marco Zambianchi*
Diciamocelo chiaramente: ogni volta che i telegiornali sguinzagliano l’ennesimo titolo da apocalisse imminente sull’ennesima “impennata dei casi”, la prima reazione di pancia è quella di correre a svaligiare i supermercati e barricarsi in cantina. Eppure, la realtà è che oggi la paura fa abbastanza ridere i polli e se guardiamo le cose con la lente della scienza, la situazione è drasticamente diversa da quel trauma collettivo dei primi anni.
In termini di diffusione nella popolazione — o epidemiologia, per fare i dotti — il virus ha fatto il classico percorso di carriera al contrario: è passato dall’essere un rapinatore a mano armata a un seccante venditore telefonico. Non siamo più di fronte a un’emergenza fuori controllo, ma a quello che i microbiologi chiamano un patogeno endemico, ovvero un virus che si è stabilito a casa nostra in pianta stabile. Il suo tasso di riproduzione, quell’ormai famoso valore chiamato Rt che misura quante persone vengono infettate da un singolo malato, non schizza più alle stelle come una catapulta, ma galleggia pigramente attorno alla soglia dell’uno. Significa che l’infezione sale un po’ quando ci chiudiamo in casa al primo freddo e poi torna giù da sola. In sostanza, ogni 3 o 9 mesi la nostra memoria immunitaria perde un po’ di colpi — un fenomeno noto come waning immunity, o semplicemente “l’amnesia delle difese” — e lascia una porticina aperta al virus per farsi un altro giro di giostra, ma senza mai sfondare il portone di casa.
Se andiamo a ficcare il naso nel mondo microscopico dei virus e delle loro mutazioni, scopriremo che il SARS-CoV-2 ha persino cambiato “gusti”. All’inizio era un cecchino spietato puntato sui polmoni; oggi le varianti in circolazione si accontentano di fare confusione nelle prime vie aeree, cioè naso e gola, scatenando al massimo un raffreddore abbinato a un po’ di febbre. Ma cosa succede esattamente a livello chimico per rendere questo virus così sfuggente? Qui entriamo nella biochimica, la scienza che studia le reazioni della vita, ed è un po’ come un film d’azione. Il virus usa una chiave chiamata proteina Spike per incastrarsi nella serratura delle nostre cellule, il recettore ACE2. Con il tempo, il virus ha modificato la forma di questa chiave nelle sue zone più esposte — la regione RBD, ovvero il “dente” vero e proprio della chiave — cambiando la disposizione e la carica elettrica delle sue molecole.
Il risultato? Una fantastica “fuga umorale”, il termine tecnico per dire che gli anticorpi neutralizzanti che avevamo accumulato non riconoscono più bene la sagoma del virus e se lo lasciano scivolare via come una saponetta nell’acqua.
Ma c’è un enorme “ma” che ci salva la vita: la nostra immunità cellulare, cioè la squadra speciale dei linfociti T. Mentre gli anticorpi sono come guardie all’ingresso che guardano solo la faccia del sospettato, i linfociti T perquisiscono il virus da cima a fondo, riconoscendo pezzetti di proteine interne che non mutano quasi mai. Quindi, anche se il virus riesce a intrufolarsi e a farci starnutire per due giorni, la squadra speciale interviene prima che possa scendere al piano di sotto, nei polmoni, azzerando il rischio di quella devastante tempesta infiammatoria che ci terrorizzava anni fa.
Allora la domanda sorge spontanea: perché l’informazione continua a bombardare con questi bollettini da guerra? La risposta non si trova nei laboratori di analisi, ma nella sociologia, la disciplina che studia i comportamenti della società. Viviamo immersi nell’economia dell’attenzione, dove la merce più preziosa per siti e social network è il nostro tempo e l’algoritmo ha scoperto che niente attira un clic più della paura. Si applica così la teoria dell’amplificazione sociale del rischio: prendi una scintilla minuscola, aggiungi un titolo strillato tipo “Casi aumentati del 50%” — dimenticando di dire che si è passati da due gatti a tre gatti — e il gioco è fatto, trasformando la notizia in un’esca perfetta per il doomscrolling, quell’effetto ipnotico che spinge a scorrere lo schermo dello smartphone in cerca di notizie catastrofiche.
Il vero problema di questo costante “gridare al lupo al lupo” è che fa un danno enorme alla salute pubblica. Produce l’effetto opposto a quello desiderato: la “stanchezza da allarme”. A furia di sentire sirene spiegate per ogni starnuto, le persone finiscono per anestetizzarsi, sviluppando una totale sfiducia verso i messaggi sanitari. Così, quando poi serve davvero proteggere gli ultraottantenni o i soggetti fragili con un richiamo vaccinale stagionale o con un po’ di sano buonsenso — come mettere una mascherina se si va a trovare la nonna e si ha la goccia al naso — nessuno ci sente più. Il segreto per vivere tranquilli, insomma, è spegnere il rumore di fondo degli allarmismi e lasciar fare alla scienza: il virus ha abbassato le armi, sta a noi non perdere la testa.
*Microbiologo Università di Parma


