VINCENT CANDELA: LA ROMA PUÒ GIOCARSELA CON L’INTER FINO ALLA FINE
L’INTERVISTA
Nell’incontro condotto da Pasquale Lancia a Sulmona, l’ex giallorosso parla di Gasperini, dei compagni dello scudetto, dei giovani italiani e del libro scritto con la moglie
SULMONA – Il legame con la Roma non si è interrotto quando ha smesso di giocare. Vincent Candela segue la squadra, frequenta lo stadio, ritrova gli ex compagni e conserva intatto l’affetto per i tifosi. Lo ha raccontato allo Spazio Pingue, nell’incontro organizzato dal Roma Club Valle Peligna e condotto dal giornalista Pasquale Lancia. Dalla Roma di Capello a quella allenata da Gasperini, l’ex esterno francese ha risposto alle domande sul calcio di ieri e di oggi, soffermandosi anche sulle sconfitte e sulla conoscenza di sé, temi del suo libro Il Metodo VINCENT(E).
Ti manca giocare, magari segnare davanti a uno stadio pieno?
«Giocare è sempre bello. Lo faccio ancora con i miei figli o con gli amici e la passione è la stessa. Certo, è diverso da quando scendi in campo davanti a ottantamila persone e ti giochi lo scudetto. C’è un tempo per ogni cosa: oggi mi piace guardare la Roma. Lo stadio è sempre pieno e voglio ringraziare i tifosi per quello che mi hanno dato quando giocavo e continuano a darmi».
Totti, Montella, gli altri compagni dello scudetto: con chi sei rimasto più legato?
«È facile rispondere “con tutti”, ma è così: ho cercato di mantenere i rapporti. A Roma vedo Francesco Totti e Daniele De Rossi. Sono legato anche a Damiano Tommasi. Di recente è arrivato Ivan Tomic da Belgrado e siamo andati a cena insieme. Ho rivisto Cafu e sono stato a trovare Eusebio Di Francesco nel suo centro di padel a Pescara. Non è semplice riunirsi tutti, ma almeno una volta all’anno ci proviamo. Al di là dello scudetto, chi ha indossato quella maglia resta parte di una grande famiglia».
De Rossi e Montella hanno le qualità per diventare allenatori del livello di Fabio Capello?
«Conosco bene Daniele e Vincenzo e ho grande stima di entrambi, anche al di là dell’amicizia. Studiano il calcio dalla A alla Z, hanno personalità, carattere e senso di responsabilità. Capello è uno degli allenatori più vincenti della storia, quindi il paragone è impegnativo. Però credo che abbiano tutto per diventare grandi allenatori. Nel loro lavoro contano anche le scelte e le situazioni che incontrano».
Nel libro Il Metodo VINCENT(E) racconti anche le sconfitte. Che cosa ti ha spinto a scriverlo con tua moglie?
«Perché ho avuto molte più sconfitte che vittorie, come succede a tutti nello sport e nella vita. Racconto i successi, ma anche gli errori e le difficoltà. Mia moglie ha sviluppato un metodo di lavoro sulla consapevolezza e io, con la mia storia, sono diventato un po’ il terreno su cui applicarlo. Abbiamo osservato quello che per me ha funzionato e quello che non ha funzionato».
Che cosa vorresti lasciasse al lettore?
«Un invito a conoscersi meglio. Più ci osserviamo, più capiamo dove sbagliamo, quali scelte vogliamo fare e come possiamo rialzarci dopo una caduta. Il titolo è anche un gioco con il mio nome, Vincent: non esiste un metodo che garantisca la vittoria. Ci sono il lavoro, le esperienze e la consapevolezza di quello che siamo. Le vittorie passate sono belle da ricordare, ma conta anche quello che facciamo oggi».
C’è un esterno della Roma attuale nel quale ti rivedi?
«Fare un paragone tecnico è difficile. Mi piace Wesley: è molto più veloce di me, mentre tecnicamente abbiamo caratteristiche diverse. L’anno scorso ha giocato a destra e poi a sinistra, dove secondo me ha dato molto alla squadra. Ha avuto un inizio di stagione un po’ al di sotto delle aspettative, ma lo vedo in crescita anche sul piano tecnico».
Sei stato campione del mondo con la Francia. Perché, secondo te, l’Italia oggi fatica a esprimere nuovi talenti?
«È una domanda difficile. Credo che si debba partire dalle scelte dei club e dalla fiducia data ai giovani italiani. Bisogna avere il coraggio di farli giocare e accettare anche il rischio che possano sbagliare. Quando arrivai in Italia, negli anni Novanta, dicevo già che c’erano molti stranieri. L’Italia ha vinto quattro Mondiali: i ragazzi italiani hanno fantasia, genialità e qualità. Servono formazione, fiducia e spazio in campo. Mi dispiace vedere squadre nelle quali giocano pochissimi italiani».
Vedi qualcosa della Roma dello scudetto nella squadra di oggi?
«A Trigoria ho visto un gruppo unito e forte. Ci sono giocatori con grande personalità e c’è Dybala, che secondo me è ancora uno dei pochi capaci di inventare una giocata geniale quando ha il pallone tra i piedi. Gasperini sta lavorando con grande serietà e la squadra ha già mostrato risultati. Sono arrivati anche giocatori importanti. Naturalmente la Roma di oggi è diversa dalla nostra, ma per competere serve prima di tutto un gruppo che stia bene insieme».
Può davvero puntare allo scudetto?
«L’Inter, sulla carta, forse ha qualcosa in più. Negli ultimi anni è stata spesso la favorita. Però quest’anno sento che la Roma può giocarsela con l’Inter e restare in corsa fino alla fine. Per vincere uno scudetto, a volte, basta una partita che cambia tutto. Ho visto un buon gruppo, grandi giocatori, un allenatore che li fa lavorare bene e una società che ha investito».
Che cosa rende Gasperini un allenatore così efficace?
«Ha sempre lavorato bene. Il percorso fatto con l’Atalanta è stato straordinario ed è arrivato anche alla vittoria dell’Europa League. La sua forza, secondo me, è la crescita che riesce a ottenere dai giocatori: uno che vale tre arriva a sei, uno che vale cinque arriva a otto. Migliorare i singoli significa far crescere tutta la squadra. Si vede quanto sia coinvolto nel lavoro con la Roma. Non pensa a come migliorare soltanto durante la partita: ci pensa ogni giorno».
Quando arrivasti in Italia immaginavi che Roma sarebbe diventata la tua città?
«No. Arrivai in un campionato che allora era il più affascinante del mondo, davanti a stadi con settantamila persone. Dopo un mese cambiò anche l’allenatore che mi aveva voluto, quindi l’inizio non fu semplice. Però trovai il mio spazio e persone che mi aiutarono. Di Biagio, Delvecchio e Totti mi insegnarono anche a parlare italiano: l’ho imparato da loro, più che a scuola. Con il pubblico nacque presto un rapporto speciale. Oggi vivo a Roma da trent’anni, più di quanti ne abbia vissuti in Francia, e so di aver fatto la scelta giusta».


