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LA SOLITUDENE, STA DA SEULE

di Giovanni D’Alessandro 

Stesse diventando amante della solitudine, con gli anni, Ennio Bellucci? Non verrebbe da pensarlo, considerato che ha brillantemente calcato tutte le scene mediatiche, nella sua pluridecennale carriera giornalistica e che ora, in quiescenza, prosegue con pari fervido ritmo, allargandosi a orizzonti prima preclusi dagli appesantimenti della cronaca, o dall ‘affettuoso sforzo di rinvenire significanze universali nel territorio regionale cui prevalentementesi dedicava, o infine dell’aggiornamento? . Soprattutto dell’aggiornamento. Il ritornare sul gia’ trattato è estraneo all’animo di Ennio, perché lui cerca il diacronico, il metatemporale cui solo la poesia accede e attinge. Da quando si dedica alla poesia l’ha trovato in questo campo. E allora torniamo a corroborare la domanda iniziale chiedendoci: ma non è forse tutta la poesia una generazione del silenzio? Non viene una poesia intravista baluginare tra i fosfeni del silenzio, affinché il poeta (il creatore di poiesis, cioè di “fatture” giacché questo è il più diretto corrispondente nella traduzione italiana del termine greco), e solo lui, sappiano far attraversare ai baluginii il campo dei fosfeni affinché, rivestendo di parole la intuizione, questa risplenda nella sua forma pura? Alcuni versi sembrerebbero avvalorare questa disarmata opzione per il silenzio. Sono versi stanchi. Versi arresi in cui pare risonare il macbettiano “Spegniti, spegniti, o piccola candela!/ La vita è solo un’ombra che cammina, un povero teatrante/ che urla e si dimena sulla scena/ e di cui poi non si sente più parlare. E’ lo sconclusionato racconto/ fatto da un pazzo, pieno di rumore e di furia/ e che non significa alcunché”. C’è un che di scespiriano in Ennio che sembra animare questi versi sulla solitudine. Leggiamoli:
“Ste’ da seule, te sionte seule, u sta’ da seule ma perche’? Perche’ quande sci viste, pruate i senteute tutte o quasce tutte te sionte stracche, deluse, angustiete i scuccete” Ecco il senso di stanchezza, di fastidio, di amarezza, in fondo (stracche/ deluse/ angustiete i scuccete).”Te rionde cunte ca ne’ è cosa bbone i belle pero’ chesse è la menate, ne’ ci pu’ ffa nionte!” Realizzi allora ciò che ti era sempre sfuggito, che la vita, quando partecipavi ad essa, quando ti appassionavi ad essa, non era cosa ne’ buona ne’ bella, ma così va e non puoi farci niente. “Allaure la solitudene revente ‘na stenzie piaine de shh shhh… silenzi, i cusci’ te ‘ mpere a sentojje, a scuta’ sole la vaucia tajje senza che nescieune la ‘nterrompe i se mette mmiozze a ffa’ remmaure!.” E questo ti porta alla fine a capire che c’è stata sempre e solo la tua voce in fondo e che, adesso che lo sai, nessuno può interromperti, nessuno può mettersi in mezzo a far rumore”

Epperò in conclusione alla domanda iniziale, se sia diventato un amatore del silenzio o un sedotto dalla macbettiana annihilation, per Ennio bisogna, sorridendo, rispondere con convinzione di no. E tutti abbiamo capito o forse avuto chiaro dall’inizio perché? Perché la risposta la da’ lui stesso nei tre interrogativi iniziali, che suonano quasi come un rimprovero da una voce fuori campo, la quale sembra dire: ma che vuoi farci credere, adesso, di stare meglio nel silenzio, nella cessazione di ogni disturbante presenza, al punto tale da rifuggire la parola che genera la poesia? Ma chi, tu? Che di parola vivi? Còntala a qualcun altro. Noi Ennio lo riconosciamo quando parla o scrive. Per esempio quando al silenzio dedica parole appassionate, di affannata prostrazione, di rigetto del mondo ma solo perché si è arrivati alla fine del giorno. E allora il silenzio è necessario al sonno, ma non a quello eterno: a quello delle ore notturne (equinoziali, sì) che servano a fargli sognare a altre parole, che la luce del nuovo giorno lo indurra’ a scrivere.

GIOVANNI D’ALESSANDRO (Scrittore) a Ennio Bellucci, 21 settembre, equinozio d’autunno 2026.

6 commenti riguardo “LA SOLITUDENE, STA DA SEULE”

  • …….G.D’Alessandro( grande affermato scrittore)…..traspare e si percepisce affetto, stima, apprezzamento e amicizia sincera…..nei confronti del ns.Ennio. Ho letto con molta ettenzione e ne sono rimasta coinvolta….Grazie ….
    un pezzo di livello( in punta di penna).

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  • Francesco Barone

    L’ennesimo contributo letterario di Ennio Bellucci che ci invita a riflettere sulle condizioni esistenziali, scegliendo nuovamente la forma dialettale. Lo fa per rimanere ancorato alle sue nobili radici. Per ribadire che le le parole non sono soltanto segni grafici. Sono doni che hanno una componente sensoriale/emotiva. Non si può non riconoscere il suo talento, l’ originalità di chi è in grado di “giocare eternamente” con le parole. Parole piene di senso.

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  • Mauro Di Cioccio

    Caro Ennio…ogni epoca della vita ha il suo fascino…nel bene e nel male scorre il tempo. Anche un dialogo interiore è bello…e come giustamente scrivi …. CHESS E’ LA MENATE

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  • Calogero

    A me la solitudine piace. Il silenzio della solitudine mi fa compagnia e la sento fino a udire i battiti del mio cuore. Credo sia bello ascoltare il silenzio e non mi fa paura. Evviva il silenzio della solitudine.
    Grazie Ennio !

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  • «Come descrive magistralmente Giovanni D’Alessandro, la solitudine rappresentata da Ennio Bellucci nella sua poesia non è isolamento, ma occasione di dialogo con se stesso e con le dimensioni più autentiche dell’esistenza, perché proprio chi vive di parola sa attribuire valore al silenzio che la precede, la custodisce e la prepara.

    Mi permetto di aggiungere una riflessione personale. Credo che questa sia la condizione alla quale giungono, prima o poi, coloro che non si accontentano più del certo, del già conosciuto e delle risposte immediate, ma continuano a cercare qualcosa che vada oltre tutto ciò che gli occhi del cuore hanno visto e continuano a vedere.

    Per quanto ho compreso della solitudine, esiste dentro ciascuno di noi uno spazio che nessuno può abitare. Uno spazio riservato a Dio, un luogo intimo e profondo nel quale l’anima è chiamata a confrontarsi con la propria verità e con il proprio destino.

    Per questo la solitudine non dovrebbe essere considerata soltanto come una mancanza o una privazione. Il vuoto che essa genera porta con sé una tentazione, quella di interpretarlo come qualcosa di negativo; eppure la vera sfida consiste nel trasformarlo in un’opportunità, anzi nella più grande delle opportunità, quella di scoprire ciò che trascende ogni contingenza dell’esistenza e ogni limitato orizzonte umano.

    Quando si riesce ad abitare quel silenzio senza paura, esso smette di essere assenza e diventa essenza, smette di essere mancanza e diventa scoperta, smette di essere smarrimento e diventa preparazione a qualcosa di più grande, di più profondo e di più straordinario di quanto la vita ordinaria riesca normalmente a mostrare.

    Per questo, nei versi di Ennio Bellucci, leggo una ricerca tesa al raggiungimento del significato più alto dell’esistenza, una tensione interiore che non fugge il mondo ma lo attraversa, alla ricerca di quella verità che soltanto nel silenzio del cuore può manifestarsi pienamente.»

    Beppe Frattaroli

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  • Questi versi silenziosi ci portano in una dimensione più intima, dove l’autore mette a nudo le proprie sensazioni con una sincerità che disarma. La solitudine diventa una stanza piena di shh shhh, un luogo sospeso in cui ci si ascolta davvero e dove nasce una verità semplice e profonda: certe emozioni non si scelgono, si attraversano…

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