CulturaHomeIn Evidenza

A SULMONA IL VINO SVELA IL MISTERO EUCARISTICO: “EBBRI DI SENSO NON DI MATERIA”

All’Auditorium San Panfilo una catechesi esperienziale per il Congresso Eucaristico Diocesano 2026. Il vescovo Michele Fusco: «Era tempo di riscoprire la ricchezza biblica e spirituale del calice».

SULMONA – Quattro calici per ripercorrere il significato del vino nella Sacra Scrittura e il suo legame con l’Ultima Cena. All’Auditorium San Panfilo del Centro Pastorale Diocesano di Sulmona, teologia, scienza e degustazione si sono incontrate nella catechesi esperienziale “Il ruolo del vino nella Sacra Scrittura. Tradizione, viticoltura e il mistero dell’Ultima Cena”.

L’appuntamento rientra nel cammino del Congresso Eucaristico Diocesano 2026, che ha per motto «Prendete e mangiatene tutti». A moderare gli interventi è stato il giornalista Ennio Bellucci. Gli allievi dell’Istituto Alberghiero di Roccaraso hanno collaborato alla parte dedicata agli assaggi.

Ad aprire la mattinata è stato il vescovo di Sulmona-Valva, monsignor Michele Fusco. «Tante volte ci concentriamo quasi esclusivamente sul pane», ha osservato, spiegando la scelta di dedicare un incontro al vino come alimento, prodotto della terra e segno spirituale che attraversa le Scritture.

Il medico specialista in Scienze dell’Alimentazione e Diabetologia Antonio Pacella ha affrontato il tema dal punto di vista scientifico. Ha invitato a non cercare nel vino una giustificazione salutistica al consumo di alcol, richiamando l’attenzione sui rischi per la salute. Ne ha poi ricordato il valore storico nella cultura alimentare mediterranea e il ruolo conviviale, distinguendoli dall’abuso.

Don Martino Signoretto

Al biblista monsignor Martino Signoretto è stata affidata la catechesi dei quattro calici, proposta ai partecipanti attraverso letture, spiegazioni e abbinamenti. Il primo, legato al Kiddush, ha introdotto il tema del tempo sacro. Il secondo, associato all’Haggadah, ha richiamato il racconto e la memoria, dalla vigna di Noè alla Pentecoste: l’invito, ha spiegato Signoretto, è a essere «ubbriachi di senso».

Il terzo calice, quello della Berakah, ha condotto la riflessione all’Ultima Cena e alle parole di Gesù sul pane e sul vino. Con il quarto, legato all’Hallel, il biblista ha accompagnato i presenti dal Getsemani alla croce, leggendo il calice come immagine del compimento del dono di Cristo. All’ultimo assaggio è stato abbinato un piatto a base di uova preparato con il contributo delle religiose del Burundi presenti nella comunità diocesana.

La mattinata si è conclusa con l’intervento di Bellucci. Il percorso ha offerto ai partecipanti una chiave per riscoprire, accanto al pane, il significato del calice nell’Eucaristia e nella vita comunitaria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *