STORIA CITTADINA. QUANDO L’AQUILA PER UNA ANNO E’ STATA STATO DELLA CHIESA
L’AQUILA – Dopodomani, 26 settembre, è l’anniversario della rivolta del popolo e della borghesia aquilana contro la riforma estremamente vessatoria imposta dal re Ferrante d’Aragona. Una rivolta che vide papa Innocenzo VIII quale principale alleato dei ribelli abruzzesi e che portò L’Aquila, seppure per un anno, sotto la protezione dello Stato della Chiesa.
Siamo nel 1485 ma bisogna partire dal 1442 quando il comando del Regno di Napoli fu assunto dagli aragonesi con Alfonso V d’Aragona, che ridusse, da subito, l’allora Aquila, alla semi-autonomia. Sei anni prima, nel 1436 infatti, la città attaccò Penne, che si era appropriata indebitamente del castello di Farindola, e riuscì a riprenderlo costituendo, con altri feudi del territorio (Sulmona, Castel di Sangro, Amatrice, Barisciano, Collepietro, San Benedetto in Perillis, San Pio delle Camere e Navelli), una lega anti-aragonese. Alfonso, una volta al potere, cercò dapprima di smantellare il cordone di alleanze, minacciando la città stessa, ma alla fine ripiegò sulla concessione di privilegi, servendosi di Lalle dei Camponeschi, al fine di avere un controllo indiretto e maggiore del territorio. La situazione, però,
precipitò nel 1481 con l’imposizione di nuove tasse: questo generò tumulti, istigati dallo stesso Camponeschi. La monarchia napoletana inviò Antonio Cicinello come provvisorio camerlengo ma, in realtà, l’intento era quello di modificare la costituzione. Arrestò, infatti, Lalle Camponeschi e fece entrare in città 400 armati che poi rifiutò di trasferire fuori le mura nonostante un invito dei reggitori del Comune. Era la miccia della rivolta dei baroni: L’Aquila, infatti, rispose con i moti di ribellione del 26 settembre 1485 e che culminarono il giorno dopo, il 27, con l’eccidio, nel quarto di San Pietro a Coppito, delle truppe regie. Lo stesso Cicinello rimase ucciso accoltellato e i suoi resti vennero gettati dalla finestra del suo palazzo, l’odierno edificio Pica Alfieri, in via Bafile. La storica rivolta, contro Ferrante, era appoggiata da papa Innocenzo VIII e portò, di lì a qualche settimana, a innalzare, anche nell’attuale capoluogo abruzzese, la bandiera della Chiesa. Assoggettamento che durò un anno, durante il quale la zecca dell’Aquila coniò anche una specifica moneta in rame chiamata Cavallo. Fin quando, cioè, Ferrante non tese, all’interno dell’attuale Maschio Angioino, una trappola ai baroni e Alfonso, duca di Calabria, riuscì, di nuovo, a sottomettere la vice capitale del Regno di Napoli.
*Giornalista



