SCAVI ARCHEOLOGICI DI FORFONA (BARISCIANO). TREMILA ANNI DI STORIA RIEMERGONO DAGLI SCAVI CONDOTTI DALL’UNIVERSITA’ DELL’AQUILA E DALLA SOPRINTENDENZA
di Federica Farda
L’AQUILA – Furfo o Forfona, a Barisciano, dal terzo millennio a.C. a l’altro ieri, praticamente: alle tracce del neolitico, già note e quest’anno ulteriormente approfondite, si sono aggiunte gli interessanti ritrovamenti di età romana frutto di un altro scavo poco distante. Come dire le probabili tracce del vicus che si andavano cercando già tre anni fa. È quanto “portato a casa” dalla terza campagna scavi, in tre anni, nei campi dirimpettai all’abitato di Barisciano, condotta dall’Università dell’Aquila in collaborazione con Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di L’Aquila e Teramo, British School at Rome, Fondazione Carispaq e Comune di Barisciano. Alla vigilia dell’ultimo giorno di lavoro, Furfo ha aperto lo scavo al pubblico ed è stato raccontato dal professor Francesco Maria Cifarelli e dall’archeologo Dario Mangolini supportati dagli studenti che per qualche settimana hanno fatto attività di ricerca sul campo. Tre saggi: due nuovi, uno vecchio già esplorato l’anno passato e che, seppur quest’anno allargato, al momento viene definitivamente chiuso, nel senso che il prossimo non verrà indagato di nuovo. È uno scavo che ha restituito le tracce di Furfo più antiche e senza dover andare troppo in profondità. Quaranta centimetri sotto l’attuale piano calpestio ci sono tracce proto storiche leggibili nella stratigrafia: l’erosione naturale e i vomeri negli aratri hanno compromesso testimonianze più concrete. Le cose più remote, emerse durante questi tre anni, sono un acciottolato costituito da ciottolini di provenienza fluviale e ceramica: proprio negli ultimi g
iorni si sono ritrovati cocci di olla. Poi, frammenti di età romana frammista ai cosiddetti “piatti dei nostri nonni” ovvero ciò che è rimasto dei loro pranzi consumati qui durante la loro giornata di lavoro sui campi. Di muri solo ipotesi perché i vomeri, nei secoli, hanno distrutto segni più concreti. Muro che, invece, sta riemergendo in una scavo, ben più profondo e definito dagli esperti interessantissimo, limitrofo, in un terrazzamento situato più in basso. Sembrerebbero proprio le tracce del vicus romano, anzi le sue origini. “Da dire subito che il vicus quasi certamente sta in questa posizione – spiega il professor Cifarelli – poiché qua c’è il pianoro e da qui il tratturo magno era vicinissimo: è proprio dirimpettaio. Un’area abitata e da leggere alla luce della già nota fontana di età repubblicana del 50 a.C. che ha impressionato lo stesso soprintendente durante un recentissimo sopralluogo. La fontana si conosceva, con la sua iscrizione, adesso capiamo il perché si trova qui”. Da non dimenticare che siamo tra due città, Amiternum e Peltuinum, fondate rispettivamente dai sabini e vestini e promosse a municipio nel periodo a cavallo tra il I secolo aC e il I dC . Ora è da studiare se Furfo fosse indipendente o se alla luce fontana pubblica si possano ipotizzare scambi commerciali: il terreno ha restituito pure tre “soldi” antichi di varie epoche e pezzi di ceramica romana, anche molto remota, oltre a materiali di impasto, mentre qui non è stato ritrovato alcun coccio di età medievale come pure di età moderna.
In sostanza secondo il professor Cifarelli si può immaginare Furfo come una sequenza di abitato e di popolazione che va dai furfensi e poi Vestini, almeno dal VII aC, e che da allora non è più andata via fino all’altro ieri. “L’incontro dei furfensi coi Vestini avviene alla fine del IV, inizio III secolo aC ma non è una romanizzazione, come si pensa normalmente. Un collega sta studiando se questi signori siano stati lasciati indipendenti da Roma. Probabilmente non c’era interesse e bisogno di romanizzare e quindi si è scesi al patto: se pagate le tasse e non intralciate continuate a chiamarvi Vestini. La vera romanizzazione avviene, invece , tra il 90 a.C. e il I secolo d.C. la vita. Ma Furfo non si ferma con la fine del mondo antico, si continua almeno fino al 1200-1300: lo dimostrano i ruderi di una chiesetta, che sta crollando e che presenta ancora una bifora nell’abside con tracce di un affresco. Dai documenti sappiamo che c’era anche un piccolo villaggio”. Trovare le fondamenta del muro è l’obiettivo della campagna scavi del prossimo anno: “stiamo ancora abbastanza alti, sappiamo che scende in profondità. È un bel muro in cementizia con bloccotti di Malta: d’altronde siamo a Furfo, la popolazione quasi sicuramente era dedita all’agricoltura, non ci aspettiamo la malta dei mercati di Traiano”.



