INCENDIO MORRONE, FINISCE L’EMERGENZA: DISTRUTTI 1152 ETTARI DI BOSCO
Smobilitato il campo operativo di Roccacasale dopo oltre un mese. Circa 3.400 uomini impegnati e 7.452 sganci aerei. Ora preoccupa il rischio idrogeologico.
SULMONA, 14 Settembre – Il campo sportivo di Roccacasale si svuota dopo essere stato per oltre un mese il cuore della lotta contro l’incendio del Morrone. I Vigili del fuoco hanno smobilitato ieri le unità mobili, segnando la conclusione della fase più intensa dell’emergenza. Sulla montagna resta però operativo un presidio della Protezione civile regionale per controllare eventuali focolai residui e completare la bonifica.
Il bilancio è pesantissimo: un mese e quattro giorni di emergenza, 1.152 ettari di bosco distrutti, 7.452 sganci effettuati dai mezzi aerei e circa 3.400 uomini impiegati nelle operazioni.
Il primo allarme era scattato il 9 agosto nella zona della Valle dei Preti. Da quel momento il Morrone si è trasformato in un fronte di fuoco vasto e imprevedibile, con le fiamme che hanno attraversato diversi versanti fino ad avvicinarsi pericolosamente alle abitazioni di Roccacasale.
Per settimane Canadair ed elicotteri hanno sorvolato senza sosta la montagna, mentre a terra si sono alternati Vigili del fuoco, Protezione civile, militari dell’Esercito, volontari e carabinieri forestali. Le operazioni sono state rese particolarmente difficili dalla conformazione del territorio, dal vento e dalla presenza di focolai nascosti nel sottobosco. Più volte il rogo è sembrato sotto controllo, salvo poi riprendere vigore.
Il 30 agosto, dopo tre settimane di emergenza e numerose ripartenze, è stata modificata la strategia d’intervento. È stato ridotto il ricorso ai mezzi aerei e rafforzata la presenza delle squadre a terra, necessaria per raggiungere il sottobosco, dove l’acqua sganciata dall’alto non riusciva a penetrare con sufficiente efficacia.
L’inchiesta della Procura
Parallelamente alle operazioni di spegnimento, la Procura della Repubblica di Sulmona, guidata dal procuratore capo Luciano D’Angelo, ha aperto un’inchiesta contro ignoti sulla gestione dell’emergenza.
Lo scorso 30 agosto lo stesso procuratore è salito sul Morrone insieme ai carabinieri e ai forestali. Gli accertamenti dovranno ricostruire tutte le fasi dell’emergenza: dalle prime segnalazioni agli interventi, fino all’impiego dei mezzi aerei e delle squadre a terra. L’obiettivo è verificare se nella gestione delle operazioni si siano registrate criticità o eventuali profili di negligenza.
Dopo il fuoco, il rischio idrogeologico
Con le fiamme ormai quasi definitivamente spente, sul Morrone si apre una nuova e delicata fase. La distruzione della vegetazione ha lasciato vaste porzioni di terreno prive di protezione ed esposte all’azione delle piogge.
I canaloni dei versanti maggiormente colpiti potrebbero trasformarsi in vie di deflusso per fango, detriti, tronchi e altro materiale instabile. Anche precipitazioni non particolarmente intense potrebbero favorire fenomeni di erosione, smottamenti e frane.
Sono già cominciati i sopralluoghi tecnici. I geologi coinvolti dal capo della Protezione civile regionale, Maurizio Scelli, hanno evidenziato la necessità di individuare le zone più esposte e predisporre un sistema continuo di monitoraggio.
Scelli ha annunciato un bilancio «preciso, puntuale e realizzato con strumenti adeguati», che sarà elaborato dal personale specializzato della Protezione civile. Il quadro definitivo, atteso nei prossimi giorni, non riguarderà soltanto il numero degli ettari attraversati dalle fiamme, ma anche le colture interessate e l’entità complessiva dei danni.
L’obiettivo è ricostruire in modo documentato l’intera emergenza, dalla comparsa del primo focolaio fino alla smobilitazione del campo operativo, facendo chiarezza sulle attività svolte e sulle conseguenze lasciate dall’incendio.
Pesantissimo anche il conto economico: il solo impiego dei mezzi aerei sarebbe costato circa 10 milioni di euro.
Il Morrone entra ora nella fase più difficile del dopo-incendio. L’emergenza operativa volge al termine, ma la montagna resta fragile: il pericolo si sposta dalle fiamme alla tenuta del territorio.



La prevenzione non si vede, quindi, non paga elettoralmente.
Rifare una strada, che vedono tutti, politicamente paga moltissimo, rifare la rete idrica colabrodo che, momentaneamente, crea anche un disagio ai cittadini non paga politicamente.
L’obiettivo dei politicanti di oggi è fare l’ordinaria amministrazione…ma nemmeno in quella ci riescono.
… con 2 milioni di euro di spesa si potevano assumere 50 operai forestali per 5 mesi di lavoro e impiantare un cantiere forestale per ripulitura del bosco, sfoltimento, manutenzione Strade di accesso e sentieristica, pulizia degli alvei e dei canali, all’occorrenza utilizzarli anche come presidio antincendio boschivo e di primo intervento rapido e risolutivo… come si faceva una volta dagli anni ‘50, fino alla fine degli anni ‘70, sotto la direzione e controllo del Corpo Forestale… poi con l’avvento delle Comunità Montane e l’ intrusione a gamba tesa della politica non ci si è capito più nulla… con 5/6 o 7 mesi di lavoro stabile più la relativa disoccupazione speciale spettante, con un crono programma ventennale, si potrebbero creare centinaia di posti di lavoro all’aria aperta, in mezzo alla natura, e permettere a chi ha voglia di lavorare e “ sudare “ di restare nel proprio territorio, contribuendo così a sostenere l’economia locale.
Invece si preferisce correre e buttare soldi dietro ogni emergenza, che siano gli incendi o le alluvioni…