SPLENDORI E MISERIE DELLE GENTI DEL FUCINO DAI MONACI AMANUENSI AI VIAGGIATORI DEL GRAND TOUR
di Valerio Cristini*Ā
MARSICA – Capitolo Primo: Le origini demaniali di Penna, il diploma del duca di Spoleto e la fondazione cassinese.
La secolare, complessa ed imponente evoluzione civile, religiosa ed economica della costa occidentale della provincia Valeria affonda le proprie radici documentarie nei più antichi regesti altomedievali dell’Appennino centrale, legando indissolubilmente lo sviluppo antropico del litorale ai primi insediamenti sorti fra il territorio di Luco dei Marsi ed Avezzano. Come attestato dalle preziose memorie storiche tratte dalle pagine della cronaca di Spoleto scritta da Bernardino dei conti Campelli, le origini di questo sistema patrimoniale e monastico risalgono al lontano anno 775 dopo Cristo; in questo arcaico orizzonte medievale, l’illustre duca di Spoleto, dopo aver solennemente assegnato molte terre e pertinenze fondiarie al monastero imperiale di Farfa, donò ai padri benedettini della casa madre di Montecassino ricchissime ed estese tenute, nonchĆ© luoghi interi con le loro rispettive famiglie, servi e beni demaniali, situati specificamente nei Contadi della Penna dei Marsi. Questo cospicuo diploma feudale includeva inoltre la concessione demaniale di un porto commerciale costiero guarnito del lavoro e delle prestazioni di alquanti pescatori locali operanti nel lago di Fucino, istituendo il primo nucleo di controllo cassinese sopra le acque trasparenti e le peschiere della riserva. Sotto il profilo della geografia storica e della topografia classica d’area, la Terra di Penna non costituiva affatto una cittĆ autonoma, ma si configurava alla stregua di una ridente e protetta borgata provvista di castello difensivo, ubicata nel locale ridotto compreso lungo la linea costiera tra gli abitati di Luco e di Avezzano; questo insediamento possedeva originariamente ben tre edifici sacri, costituiti da una chiesa parrocchiale intitolata alla Vergine, ed da altre due fabbriche dedicate rispettivamente ai culti di San Vincenzo e di Sant’Erasmo, le cui prime due pievi appartenevano stabilmente alla giurisdizione dei monaci benedettini ed erano fecondamente provviste di ricchissime rendite.
Capitolo Secondo: La donazione della contessa Doda, l’arrivo del monaco Gualtiero e l’ascesa del feudo luchese.
Successivamente, la chiesa parrocchiale dedicata alla Vergine ritornò nelle piene disponibilitĆ patrimoniali dell’aristocrazia guerriera della contrada; nel corso del memorabile anno 930 dopo Cristo, la devota nobildonna Contessa Doda, esponente di spicco della casata dei Berardi e moglie del Conte Berardo I dei Marsi, ordinò la solenne fusione patrimoniale e la donazione formale della Chiesa di Santa Maria con molte terre circostanti direttamente a beneficio della giurisdizione e del demanio dell’Abbazia di Montecassino, unificando di fatto sotto questo titolo la memoria e le rendite della prepositura di Penna. Il compimento burocratico e spirituale di questo passaggio demaniale si perfezionò nel corso del memorabile anno 950 dopo Cristo; in questo specifico crinale cronologico, si registra la solenne figura del Monaco Gualtiero, il quale si consacra quale il primissimo nome documentato in assoluto legato alla stabile presenza benedettina nella Terra di Luco dei Marsi. Gualtiero fu il monaco-sacerdote espressamente inviato sul posto dai superiori cassinesi per prendere formale, giuridico e materiale possesso della prima pieve di Santa Maria e di circa centocinquanta ettari di terreno circostanti, ponendo sul campo le fondamenta strutturali e fondiarie per la nascita della futura e lussureggiante prepositura costiera. Grazie al costante ampliamento di questi beni originari, a partire dal fatidico anno 957 dopo Cristo la Terra di Luco andò a configurarsi stabilmente alla stregua di un importante, ricco e strategico feudo benedettino, strettamente legato ed assoggettato all’autoritĆ spirituale ed amministrativa della casa madre cassinese; a convalidare questo rango istituzionale intervenne, proprio intorno al 957 dopo Cristo, un solenne atto di concessione registrato dai monaci all’interno dei fogli del Chronicon Monasterii Casinensis, per il tramite del quale tre liberi proprietari e terrazzani marsicani, identificati nei regesti con i nomi di Bettone Rattruda di Avezzano, Apico di Paterno e Pietro Mainone di Auritino presso Celano, concessero per via di ereditĆ perpetua ulteriori lotti agricoli a favore del cenobio luchese.
Capitolo Terzo: La permuta dell’abate Aligerio, le usurpazioni del conte Rainaldo e l’assetto dei monaci cassinesi.
Tuttavia, la cospicua ricchezza delle rendite della riserva e l’alto pregio dei dazi della costa aprirono una complessa stagione di rivendicazioni e transazioni patrimoniali tra l’Universitas ed i signori feudali della contrada; arrivando al memorabile anno 1005 dopo Cristo, l’illustre Abate Aligerio, allora supremo reggitore del cenobio cassinese, scelse di scendere a patti con l’aristocrazia guerriera della Marsica, cedendo in formale permuta la prepositura luchese insieme all’intero monastero di Santa Maria a beneficio del Conte Rainaldo. Nonostante questa temporanea e laica alienazione, le tensioni non si placarono affatto: tra l’anno 998 ed il 1010, il fiero Conte dei Marsi Rainaldo recise d’autoritĆ i legami ecclesiastici e si riappropriò violentemente delle donazioni fondiarie originariamente concesse a Montecassino da parte della Contessa Doda, sottomettendo la spiaggia di San Giovanni e le imbarcazioni dei pescatori al fisco secolare della Contea berardesca. La definitiva reintegrazione dei diritti monastici e la pacificazione demaniale dell’area litoranea si compirono successivamente a metĆ dell’undicesimo secolo, nel corso del felice mandato abbaziale compreso tra il 1058 ed il 1071, allorquando il monastero luchese tornò legalmente di proprietĆ esclusiva ed eminente a Montecassino, grazie alla piissima e formale restituzione eseguita da Berardo, magnanimo Conte dei Marsi e capostipite della dinastia. L’atto di rinuncia feudale permise ai padri benedettini di rientrare nel possesso dei mulini e degli orti cinti costieri, avviando una straordinaria catena di ampliamenti patrimoniali sanzionata dai regesti d’archivio. L’andamento di questo consolidamento istituzionale andò ad arricchirsi, nel corso delle successive generazioni medievali, grazie all’ininterrotta azione amministrativa condotta sul campo da una schiera eletta di religiosi e preposti cassinesi, i quali difesero accanitamente le rendite delle peschiere dalle pretese dei signori secolari. I regesti di Montecassino documentano la solerte operositĆ del monaco Aligerno, la cui fermezza teologica permise di riorganizzare le decime monastiche e di tutelare i coloni luchesi che coltivavano gli orti cinti a ridosso del litorale calcareo. Sotto la guida del monaco Gualtiero, l’attivitĆ di espurgazione dei fossati e di regimentazione dei canneti palustri ricevette un nuovo slancio tecnico, consolidando il ruolo del cenobio quale culla di civilizzazione agraria per l’intera costa occidentale.
Capitolo Quarto: I privilegi di Rainaldo IV, l’ampliamento del patrimonio e le bolle di conferma pontificia.
Nel corso dell’anno 1072, una nuova e cospicua donazione arricchƬ formidabilmente i beni della prepositura di Luco, espandendone l’influenza economica sopra i territori municipali limitrofi. Successivamente, nell’anno 1084, si registrò una fondamentale integrazione infrastrutturale e produttiva per il sostentamento dei religiosi; come documentato dalle carte dei regesti della prepositura fucense, il nobile Rainaldo IV, figlio di Berardo III, incrementò ulteriormente la dote e le rendite della riserva demaniale, cedendo formalmente e donando a Santa Maria di Luco un prezioso mulino idraulico edificato in Capistrello e posto lungo il corso del fiume Liri, un’assegnazione demaniale strategica dettata dal fatto che l’abbazia luchese era allora interamente sprovvista di una mola privata per la macinazione delle granaglie e del grano dei coloni. L’espansione territoriale toccò il proprio baricentro geografico e monumentale nel corso del memorabile anno 1089; in questo nevralgico crinale cronologico, vennero solennemente donate al monastero benedettino di Luco le chiese storiche di San Stefano di Roccavivi, la Chiesa di Santa Maria e San Restituta in Morrea, ed la pieve di Santa Maria in Collelongo, assoggettando l’intero scacchiere della Valle Roveto e della Valle di Amplero all’autoritĆ spirituale della sentinella luchese. A suggellare in via definitiva questa ragnatela di feudi intervenne, in data 1Āŗ maggio 1089, l’illustre e sovrano Conte dei Marsi Gentile, il quale donò nuovamente ed irrevocabilmente a Montecassino il monastero di Luco, unendovi il possesso eminente della Chiesa di San Nicola di Balsorano, posta all’ombra della monumentale fortezza della valle. Il coronamento teologico, canonico e burocratico di questa titanica strutturazione patrimoniale si compƬ sul finire dell’undicesimo secolo attraverso l’ininterrotto ed autorevole intervento dei pontefici romani, decisi a proteggere l’orografia sacra della Valeria dalle incursioni delle masnade armate e del brigantaggio. Nel corso del memorabile anno 1097, fu emanata la solenne Bolla di Papa Urbano II, per il tramite della quale il pontefice confermava in via assoluta e vincolante la proprietĆ legittima del monastero di Luco a favore della casa madre di Montecassino. Pochi giorni più tardi, in data 27 marzo 1097, l’istituzione conventuale luchese veniva ufficialmente ed permanentemente inserita nella lista dei privilegi papali di Papa Urbano II, venendo solennemente consacrata quale dipendenza privilegiata ed esente di Montecassino, sottratta alle pretese giurisdizionali dei vescovi diocesani marsi. Questa ferrea sanzione teocratica e demaniale ricevette una duplice, intatta e formidabile conferma agli inizi del dodicesimo secolo; nell’anno 1105 fu data alle stampe la Bolla di Papa Pasquale II che confermava nuovamente la proprietĆ del monastero luchese a Montecassino, un supremo atto di tutela canonica ribadito con assoluto rigore paleografico ed amanuense per il tramite di una nuova bolla di Papa Pasquale II nell’anno 1112.
Capitolo Quinto: Il Preposito Berardo, la ripartizione delle mansioni monastiche e l’apogeo del cenobio.
La prepositura luchese toccò l’orizzonte della sua massima espansione territoriale, economica e doganale nel corso dell’intero dodicesimo secolo, un periodo di splendore amministrativo saldamente governato dalla colta ed autorevole figura del Preposito Berardo. Citato capillarmente in fitti atti d’archivio e carte notarili legati alle aspre controversie confinarie e giurisdizionali della Marsica, questo monaco coordinava con fermezza amanuense la comunitĆ ripuaria del Casale, la quale appariva strutturata su un nucleo fisso e ristretto composto stabilmente da un numero compreso tra i cinque ed i dodici monaci cassinesi. I religiosi vivevano in pianta stabile all’interno delle mura del cenobio fortificato, ripartendosi minuziosamente i compiti quotidiani secondo la rigida struttura benedettina riadattata alla gestione di un vasto e complesso patrimonio feudale. In questa articolazione interna, la figura eminente del Preposito fungeva da rettore generale inviato direttamente da Montecassino, operando sul campo alla stregua di un vero e proprio e chirurgico fiscale in tonaca, preposto ad amministrare le tasse comunali, riscuotere le decime sui raccolti e sul pescato del lago Fucino, e gestire i contratti di enfiteusi con i coloni della Marsica. Al suo fianco operava il Cellerario o Amministratore dei beni, il monaco specificamente incaricato dell’approvvigionamento e dell’andamento logistico, preposto a gestire i magazzini, i granai regi ed a controllare con accuratezza che le rendite in natura provenienti dalle ventinove chiese e dai feudi dipendenti della conca e della Valle Roveto confluissero regolarmente al monastero. Un ruolo altrettanto nevralgico era rivestito dall’Herbularius o Monaco Erborista; data la fortissima e secolare presenza di estese coltivazioni e piantagioni botaniche disposte a ridosso dei costoni calcarei della chiesa medievale, questo religioso curava metodicamente l’orto dei semplici, preparava unguenti curativi e balsami medicinali, e governava l’infermeria parrocchiale aperta al soccorso dei frati e dei viandanti. Infine, la stabilitĆ spirituale del Casale era presidiata dai Monaci Sacerdoti o Officianti, i quali detenevano la mansione strettamente liturgica di garantire la celebrazione quotidiana della Messa, la recita solenne delle ore canoniche e la cura d’anime per l’intera popolazione rurale che andava insediandosi a ridosso della rocca fortificata di Luco. Sotto la prepositura del Berardo, il monastero di Luco si consacrò quale un imponente fulcro centralizzato, ed era lo stesso rettore a siglare formalmente i contratti agrari e le concessioni con i terrazzani locali, esigendo il rispetto dei dazi feudali.
Capitolo Sesto: L’ascesa dei Signori della Rocca, la prigionia di Jacopo Pregno e il diroccamento di Penna.
Accanto al potere fondiario dei monaci benedettini, lo scacchiere della costa occidentale accolse l’ascesa dei feudatari militari che presidiavano le falesie della Rocca di Luco, esigendo d’autoritĆ le tasse per la difesa e la guerra ed esercitando un rigido potere coercitivo sul territorio. Nel tardo dodicesimo secolo, i registri demaniali e le carte notarili svelano la presenza e le aggressioni dei Signori di Luco, feudatari minori ma eccezionalmente bellicosi, formalmente vassalli dei potenti e sovrani Conti di Albe e Celano. A testimoniare la durezza dei loro metodi di coercizione poliorcetica interviene un prezioso documento d’archivio risalente all’anno 1187; questo testo attesta in modo nitido il loro potere militare, menzionando che i signori della Rocca detenevano illegalmente come prigioniero politico all’interno delle carceri del castello un nobile del contado di nome Jacopo Pregno, sottomettendo le vie di comunicazione perilacustri al controllo delle proprie masnade armate. La secolare e tormentata storia delle comunitĆ ripuarie registrò un drammatico e radicale sconvolgimento geologico ed insediamentale nel corso del dodicesimo secolo, allorquando l’instabilitĆ microclimatica della conca provocò il definitivo annientamento dei centri costieri posti a ridosso delle falesie. Tra l’anno 1137 ed il 1145, per cagione di una spaventosa e straordinaria inondazione palustre o a causa di altri catastrofici sinistri sismici e militari d’antico regime, si consumò la totale demolizione e il diroccamento della Terra di Penna; l’antico borgo feudale crollò interamente e la maggior parte delle sue strutture civili rimase per sempre sommersa ed inghiottita sotto la linea idrometrica delle acque mobili del Fucino. In concomitanza con questa rovina strutturale, restò sommersa ed avvolta dal fango del fondale anche una preziosa ed antica immagine lignea della Vergine, che da secoli si venerava e custodiva piamente all’interno della pieve parrocchiale; gli annali registrano come furono del tutto inutili, estenuanti e vani tutti i tentativi e le perlustrazioni compiuti dai pescatori marsi per ritrovare l’icona in mezzo ai flutti limacciosi. Tuttavia, come per consolare i singulti, le lacrime ed il vivo dolore dei ricercatori e dei terrazzani, la tradizione narra che la Vergine fece sƬ che la sua sacra immagine, senza alcun soccorso o intervento umano, si ritrovasse miracolosamente trasportata sopra l’altare maggiore della Chiesa di San Vincenzo, una struttura da tempo immemorabile anch’essa disfatta e semidiroccata dai marosi. Questa effigie superstite, strappata al fondale viscido della riserva demaniale, andò successivamente a costituire il fulcro devozionale delle popolazioni del contado, venendo solennemente trasferita e posta in perenne venerazione all’interno della chiesa dei padri cappuccini della vicina cittĆ di Avezzano, ove continuò ad essere piamente invocata dai fedeli sotto il titolo di Madonna di Vico. All’indomani del diroccamento e della sommersione di Penna, i superstiti e gli abitanti della borgata abbandonarono per sempre le rovine delle proprie case e concorsero in massa ad ingrandire, popolare e fortificare il vicino e protetto paese di Luco dei Marsi, i cui quartieri castrali accolsero i coloni e le corporazioni dei pescatori, trasferendo all’interno della pieve di Santa Maria delle Grazie i diritti di pesca e l’amministrazione dei canneti costieri.
*Storico e divulgatoreĀ


