ENNIO BELLUCCI STA A PRATOLA COME KHAILIL GIBRAN AL LIBANO
di Luigi Liberatore
Si può discutere di tutto. E tutti si possono mettere in discussione fintantochè si è liberi di giudicare. Non di emettere giudizi, perché pure Domineddio si è posto dei limiti rispetto al genere umano al quale gli ha riservato quello che filosofi e interpreti della esistenza definiscono libero arbitrio. Caro lettore, mio unico e indiscutibile giudice dopo il Padreterno, s’intende, devi perdonarmi se nei confronti di un poeta e peccatore a me pari, Ennio Bellucci, io mi inchino non per l’arte sua che altri hanno riconosciuto in questi anni per qualità giornalistica, tecnica e conoscenza, ma per l’anima che racchiude nel suo intimo. Io sono un contadino della letteratura ma tanto rustico da saper distinguere il sentimento che si fa arte dalla tecnica che si spaccia per talento. Caro amico, ti invito a leggere l’ultima poesia in dialetto di Ennio Bellucci, quella dell’amico che invita l’amico ad uscire per il solo gusto di vedersi, di stringersi la mano, di camminare guardandosi negli occhi senza neppure parlarsi. Sarà perch’io sono vecchio, ma non solo per quella condizione, ho pensato che l’anima che guida la penna di Ennio Bellucci viva oggi lo spirito che abbia ispirato i versi di Khailili Gibran, il poeta libanese-americano il quale diceva coi suoi versi che sostanzialnente la felicità non è sopravvivere nella tempesta, ma danzare sotto la pioggia. È complicato di questi tempi definirsi uomini liberi e di interpretare il senso della libertà, tuttavia Ennio Belluci ci porta sottobraccio con la sua ultima poesia in dialetto a toccare un orizzonte che vibra al trillo di un telefono il cui suono si perde nel finito tempo dell’amicizia che si riconosce in uno sguardo. E di camminare, insieme, in silenzio, legati in un percorso senza confini con una stretta di mano che va oltre un contratto, e si sublima semmai in un contesto sentimentale che riunisce l’amicizia all’universo stesso.



….sono pienamente d’accordo con Ennio, Luigi e con il poeta di origine libanese K.G. :
” Una delle cose più belle nella vita, è trovare qualcuno che riesca a capirti, senza il bisogno di dare tante spiegazioni”…K.Gibran
Gentile Luigi Liberatore,
abbiamo letto.
Si può discutere di tutto, dice lei all’inizio. Verissimo.
Discutiamo allora del suo pezzo.
Lei si definisce “contadino della letteratura” per poi scomodare Domineddio, il Padreterno, il libero arbitrio e Khalil Gibran – scritto Khailili – per dirci che un suo amico ha scritto una poesia in dialetto dove invita un altro amico ad uscire a fare una passeggiata.
Tutto questo armamentario teologico-filosofico per una stretta di mano?
Le sembra proporzionato?
Lei non esalta “l’arte sua che altri hanno riconosciuto”, dice.
E poi fa esattamente quello, ma aggiungendoci l’anima, l’universo stesso, l’orizzonte che vibra al trillo del telefono.
È pubblicità amicale elevata a mistica.
Il problema non è Ennio Bellucci, che avrà fatto una poesia anche gradevole.
Il problema è che lei usa il suo spazio – che dovrebbe essere per informare – per fare l’agiografia del suo amico di sponda.
E lo fa con uno stile che confonde il sentimento con il sentimentalismo.
La vera amicizia, quella che lei cita, non ha bisogno di un editoriale.
Ha bisogno di quella passeggiata in silenzio di cui parla.
Faccia quella.
E ci risparmi il contrattino sentimentale sublimato all’universo.
Così abbiamo capito chi fosse l’unico lettore di Liberatore. Adesso, manco più.
Abbiamo così scoperto chi fosse l’ultimo e unico lettore del vituperato Luigi Liberatore che manco avrà più. Va accettata l’ “accettata” a lui diretta. Non si può provare pietas per chi non la chiede. Sarebbe un dono non retribuito. Lasciamo Liberatore al suo Inferno che non potrà mai rappresentare il Paradiso di altri.