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IL CREPUSCOLO DEL MEDIOEVO MARSICANO: REGNI, SIGNORIE E VITA QUOTIDIANA NELL’ABRUZZO DEL ‘400

di Valerio Cristini* 
MARSICA – Il tramonto dell’età medievale nella Marsica e nell’Abruzzo interno si configura come un laboratorio politico e sociale di straordinaria complessità, dove le strutture feudali classiche si dissolvono per fare spazio a dinamiche statali moderne, governate dalle tensioni tra la monarchia napoletana e le grandi signorie dinastiche.
Come evidenziato dalle approfondite ricerche storiografiche e archeologiche sulle dinamiche di frontiera, questo territorio montano, cerniera naturale tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, visse il XV secolo sotto il segno di una profonda trasformazione istituzionale ed economica.
L’uomo medievale abruzzese di questo periodo non abita più in un mondo isolato o esclusivamente curtense, ma si muove all’interno di una fitta rete di castelli, borghi fortificati e tratturi, fortemente condizionato dalle strategie della Corona aragonese e dai mutamenti della transumanza istituzionalizzata. La fine del Medioevo marsicano rappresenta il culmine di un lungo processo di ridefinizione territoriale iniziato secoli prima con lo smembramento dell’antica Contea dei Marsi, lasciando un’eredità documentaria preziosa custodita nei registri d’archivio e nelle cronache monastiche.
Nel corso del Quattrocento, la Marsica si presenta divisa in due grandi blocchi feudali contrapposti, le cui vicende si intrecciano indissolubilmente con le guerre civili del Regno di Napoli e con la storica rivalità tra le famiglie romane dei Colonna e degli Orsini. Da un lato si erge la Contea di Celano, che sotto il dominio della contessa Covella Berardi sperimenta una stagione di grande centralità politica, estendendo la propria influenza dalla piana del Fucino fino alla Baronia di Carapelle. Dall’altro lato si consolida il potere della Contea di Albe e del ducato di Tagliacozzo, territori della Marsica occidentale progressivamente incamerati dagli Orsini e poi contesi aspramente dai Colonna.
La storiografia basata sui regesti aragonesi attesta come, a seguito della definitiva conquista aragonese del 1442 ad opera di Alfonso V il Magnanimo, il sovrano abbia dovuto ridefinire i patti di fedeltà con questi potenti baroni. Nel 1445, l’inventario dei feudi regnanti riconosce formalmente i possedimenti dei centri urbani e rurali della Marsica, sanzionando una frammentazione signorile in cui i piccoli centri, come Avezzano, Cese, Luco o Magliano, subiscono continui passaggi di mano a seconda dei destini militari dei loro signori.
La vita materiale e l’orizzonte quotidiano dell’uomo medievale in queste terre erano rigidamente scanditi dall’economia agro-pastorale e dalla pervasiva presenza del lago Fucino, un ecosistema che condizionava l’insediamento, l’alimentazione e la salute delle popolazioni riparie. Gli studi archeologici condotti sui siti di incastellamento marsicano rivelano una struttura sociale piramidale, in cui la stragrande maggioranza della popolazione era costituita da contadini, pescatori lacustri e pastori soggetti alle prestazioni d’opera obbligatorie e ai tributi signorili.
L’anno cruciale è il 1447, quando Alfonso d’Aragona istituisce ufficialmente la Dogana della Mena delle Pecore in Puglia, un provvedimento che inserisce i pastori abruzzesi in un sistema burocratico e fiscale centralizzato, obbligando migliaia di uomini a percorrere ciclicamente le grandi vie d’erba verso il Tavoliere. Questa mobilità transumante, se da una parte garantiva significativi flussi finanziari alle casse signorili e regie, dall’altra esponeva le comunità a un costante spopolamento stagionale e a tensioni costanti per i diritti civici di pascolo e legnatico nelle terre comuni.
La religiosità e il controllo sociale erano invece saldamente presieduti dalle istituzioni ecclesiastiche, in particolare dai monasteri di derivazione benedettina, cistercense e dai neonati conventi francescani dell’Osservanza. I registri dei monasteri cassinensi e le bolle della diocesi dei Marsi testimoniano una devozione popolare intrisa di culti locali, ma anche l’azione moralizzatrice di grandi predicatori.
Nel maggio del 1444, il celebre predicatore Bernardino da Siena giunge nella vicina Aquila dove muore in odore di santità, e la stessa contessa Covella di Celano si fa illustre donatrice per l’edificazione del locale monastero dell’Osservanza. La stabilità di questi territori fu tuttavia duramente messa alla prova da una serie catastrofica di eventi sismici che funestarono la metà del secolo, in particolare i violentissimi terremoti del 1456 e del 1461 che rasero al suolo interi castelli e piegarono l’economia della regione, costringendo i superstiti a una faticosa opera di ricostruzione.
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A lungo gli storici hanno interpretato gli ultimi due secoli dell’età medievale come una fase embrionale e decisiva per la genesi dello Stato assoluto moderno. Secondo questa visione tradizionale, si sarebbe compiuta una transizione lineare dalle monarchie feudali alle forme statuali assolute, capaci di accentrare l’autorità pubblica e la sovranità territoriale in modo tendenzialmente esclusivo.
Tuttavia, la ricerca storiografica contemporanea evidenzia come una simile prospettiva sia parziale e adatta soltanto a specifiche realtà geografiche. Essa tende a trascurare il fitto reticolo di entità istituzionali locali a cui la Corona aveva delegato privilegi, autonomie e diritti giurisdizionali. La realtà storica si rivela molto più articolata: per generazioni la figura regale esercitò una funzione di mediazione e coordinamento tra ordinamenti concorrenti, anziché esprimere un potere sovrano assoluto.
Su tale equilibrio influirono in modo determinante sia la resistenza delle assemblee dei ceti sia la lenta maturazione di un’identità collettiva legata al sovrano. Per tali ragioni, gli studiosi preferiscono oggi adottare la categoria di Stato tardomedievale, superando le rigide barriere cronologiche classiche.Per quanto concerne le vicende storiche della penisola, la storiografia sull’età medievale e moderna ha lungamente incentrato le proprie analisi sul nodo dell’unificazione politica, evidenziandone la storica mancanza e interpretando tale frammentazione come un fattore di debolezza strutturale del percorso nazionale.
Sotto questo influsso interpretativo, si è fatto un uso estensivo, spesso con una connotazione fortemente critica, del concetto di particolarismo. Tuttavia, alla metà del XV secolo, l’area centro-settentrionale d’Italia si presentava come una realtà strutturata in entità territoriali a carattere regionale di notevole ampiezza.
Queste formazioni politiche erano pienamente inserite nelle complesse trame diplomatiche ed egemoniche del continente: si trattava nello specifico della Repubblica di Venezia, del Ducato di Milano e dello Stato della Chiesa, i quali intessevano fitte e rinnovate relazioni con le consolidate compagini monarchiche dell’Italia meridionale, rappresentate dal Regno di Napoli e dal Regno di Sicilia.
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Intorno alla metà del XIII secolo, per fare fronte alle continue crisi istituzionali e alle sanguinose lotte faziose che logoravano la convivenza civile all’interno dei comuni dell’Italia centro-settentrionale, presero forma le prime esperienze signorili, concepite come autorità di governo più solide e autorevoli. Le primissime manifestazioni furono guidate da figure carismatiche e dotate di spiccate attitudini militari, come nel caso di Ezzelino da Romano, che impose la propria egemonia sulle città di Verona, Vicenza, Treviso e Padova, prima di subire la definitiva sconfitta sul campo di Cassano d’Adda nel 1259 per mano di Oberto Pallavicino; quest’ultimo ottenne a sua volta il formale riconoscimento della propria autorità su un vasto territorio comprendente Parma, Cremona, Piacenza, Alessandria, Tortona e la stessa Milano.
Di contro, un profilo di maggiore stabilità e durata caratterizzò quelle signorie che si svilupparono all’interno delle singole realtà cittadine. In tali contesti, l’origine del potere signorile derivava dal conferimento di cariche istituzionali ordinarie, quali quelle di podestà o di capitano del popolo. Una simile dinamica si palesò emblematicamente a Milano con l’ascesa di Ottone Visconti dopo la battaglia di Desio del 1277. Nel medesimo periodo si consolidò il dominio della famiglia d’Este a Ferrara, dei della Scala a Verona, dei Bonacolsi e successivamente dei Gonzaga a Mantova, nonché dei Carrara a Padova. Nel XIV secolo queste dinastie ottennero il vicariato imperiale o pontificio, fino a giungere all’ottenimento di veri e propri titoli nobiliari ereditari (conte, duca, marchese) tra Trecento e Quattrocento.
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Se il lungo scontro transfrontaliero franco-inglese della Guerra dei Cent’Anni (1337-1453) aveva agito da potente catalizzatore per la coscienza collettiva e la sovranità territoriale della monarchia francese, esso determinò al contempo una profonda ridefinizione degli assetti interni dello stesso ordinamento insulare inglese. La fase storica compresa tra il 1455 e il 1485 fu infatti funestata da una cruenta e prolungata guerra intestina, passata alla storia con la denominazione di guerra delle due rose, un appellativo derivato dai simboli floreali esibiti sugli emblemi araldici delle due fazioni rivali che si contesero la successione al trono: la rosa candida per la stirpe degli York e la rosa vermiglia per la casa dei Lancaster.
Questa lacerante contesa si configurò essenzialmente come un conflitto fazioso tra lignaggi aristocratici strettamente legati alla dinastia regnante, di cui costituivano rami collaterali. Dalle ceneri di questa devastazione emerse trionfante il capofila della dinastia dei Tudor, che nel 1485 assunse la corona con il titolo di Enrico VII, ponendo le premesse istituzionali per la transizione verso un ordinamento post-feudale, razionalizzando l’amministrazione dello Stato e gettando le basi per la futura vocazione marittima dell’Inghilterra.

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Il XV secolo rappresentò per l’Abruzzo interno e per il bacino della Marsica un’epoca di radicale trasformazione per le strutture difensive, dettata dall’introduzione delle prime armi da fuoco e dalle continue guerre di logoramento tra le fazioni angioine e aragonesi. La transizione dall’austero castello-recinto duecentesco alla rocca rinascimentale, concepita sia come potente macchina bellica sia come raffinata dimora signorile, ridefinì completamente il profilo dei centri urbani e delle alture strategiche. Questo processo fu guidato principalmente dalle grandi famiglie baronali dei Piccolomini e degli Orsini.
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Il Castello Piccolomini di Celano costituisce l’espressione più compiuta di questo equilibrio tra esigenze belliche e fasto cortese. Edificato nella sua componente originaria alla fine del XIV secolo per volere di Pietro Berardi, il complesso fu radicalmente trasformato a partire dal 1463 sotto la direzione di Antonio Piccolomini. Il castello si sviluppa su una pianta rettangolare definita da quattro possenti torri angolari quadrate, coronate da una merlatura ghibellina. Il Castello Orsini-Colonna di Avezzano subì una profonda riconfigurazione geometrica alla fine del Quattrocento, precisamente nel 1490, quando Gentile Virginio Orsini decise di edificare una moderna fortezza dotata di quattro massicce torri circolari disposte agli angoli, concepite appositamente per deviare i colpi delle bombarde.
Il Castello Piccolomini di Ortucchio rappresenta invece un caso di eccezionale specificità architettonica, configurandosi come una vera e propria fortezza lacustre: sorgeva su un’isola naturale ed era circondata dalle acque del lago Fucino, collegata alla terraferma solo da un ponte levatoio.
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Il Castello Orsini di Scurcola Marsicana sorse in una posizione di straordinaria rilevanza strategica, a guardia dei Piani Palentini e lungo le direttrici che collegavano lo Stato della Chiesa al Regno di Napoli, mostrando un impianto triangolare irregolare con due imponenti torri cilindriche scarpate. Il Castello Piccolomini di Balsorano presidiava invece l’accesso alla Valle del Liri, fungendo da sbarramento naturale contro le incursioni provenienti dal territorio laziale, con una planimetria pentagonale arricchita da torri circolari. Infine, il Castello di Pereto, situato nella Baronia di Carsoli ai confini occidentali della Marsica, completava questa linea difensiva attraverso una struttura dotata di un poderoso mastio a pianta quadrata, impiegato per segnalare tempestivamente l’avvicinamento di eserciti nemici verso il cuore della Contea di Albe.
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Come ampiamente documentato dalle ricerche storiografiche ed economiche condotte sui registri superstiti dell’archivio storico comunale e sui fondi ecclesiastici, il sistema impositivo di Sulmona nel XIV e XV secolo si basava sullo strumento del catasto onciario primordiale e sui registri delle collette. A differenza dei successivi catasti di età moderna, il catasto tardomedievale peligno non era geometrico-particellare, bensì descrittivo e dichiarativo: ogni capofamiglia appartenente ai ceti urbani era tenuto a presentare ai magistrati cittadini la propria ‘rivelazione’, ovvero l’inventario analitico dei beni immobili posseduti, degli animali da allevamento e delle rendite derivanti dalle attività commerciali. La peculiarità risiedeva nella conversione del valore dei beni patrimoniali nell’unità di misura teorica denominata ‘oncia di facoltà’. L’amministrazione comunale calcolava l’imposta diretta, la colletta, su questa capacità contributiva teorica.
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L’esame dei registri impositivi rivela una struttura sociale fortemente corporativa. I beccai (i macellai) occupavano una posizione di rilievo, soggetti a gabelle applicate rigorosamente al momento della macellazione per finanziare la vigilanza sanitaria. I maestri artigiani (fabbri, calzolai, conciatori) erano registrati nei catasti attraverso la valutazione della loro bottega e degli strumenti da lavoro. Una specificità era rappresentata dai pescatori, le cui matricole si estendevano dalle acque interne peligne fino alle sponde del lago Fucino, legandosi alle licenze feudali. La categoria più influente rimaneva quella dei mercanti d’arte lana e dello zafferano, le cui fortune mobiliari venivano registrate sotto forma di capitali investiti; i registri della dogana confermano come questa élite mercantile esercitasse un forte controllo politico sulla ripartizione dei carichi fiscali locali.

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La pressione fiscale esercitata sia dalla corona sia dalle grandi signorie feudali amplificò in modo drammatico le tensioni territoriali per lo sfruttamento delle risorse naturali, come attestato dai fitti documenti d’archivio relativi alle liti di confine tra le università della Marsica e quelle del Cicolano. Queste controversie riguardavano principalmente il possesso e i diritti civici di pascolo, legnatico e spigolatura sui rilievi montuosi che dividevano i due bacini idrografici. Le pergamene conservate nei fondi notarili descrivono minuziosamente le deposizioni dei testimoni anziani, chiamati a indicare gli antichi termini di pietra naturali per dirimere le controversie tra centri rurali dipendenti dalla Contea di Albe o dal ducato di Tagliacozzo e le comunità del Cicolano sottomesse alla signoria dei Mareri.

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I registri d’archivio di Sulmona documentano anche una fitta rete di scambi con il Ducato di Milano, governato prima dai Visconti e poi dagli Sforza, incentrata sull’esportazione dello zafferano e della lana tessile. Contemporaneamente, lo scacchiere politico della Marsica era dominato dalle complesse e spesso eversive strategie dei grandi lignaggi baronali all’interno della monarchia aragonese. La stabilità delle aree di frontiera e delle vie commerciali rimase subordinata alle alterne vicende dei Conti di Celano (Berardi) e dei Duchi di Tagliacozzo (Orsini), progressivamente sostituiti dalle nuove dinastie cortigiane dei Piccolomini e dei Colonna per volere della Corona aragonese.
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La gestione economica delle grandi badie celestine e cistercensi dell’Abruzzo interno costituiva un pilastro fondamentale dell’ordinamento agrario del territorio. I registri contabili dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone (Celestini) e dell’Abbazia di Santa Maria della Vittoria a Scurcola (Cistercensi) offrono una panoramica minuziosa sulla riscossione delle decime agricole. I monaci registravano meticolosamente le entrate in natura e le conversioni dei prodotti in moneta corrente, regolando i rapporti con i coloni attraverso contratti di enfiteusi o di mezzadria agraria, esercitando un profondo controllo sociale ed ecclesiastico sulle comunità rurali della Marsica, del Cicolano e della Valle Sorana.
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Archivio Storico di Montecassino (Fondi Cassinensi): Regesto di San Angelo in Barregio e pergamene relative alle concessioni di pascolo nella Valle Sorana e nell’alto corso del Liri (secoli XIII-XV).
Archivio di Stato dell’Aquila (Fondi Monastici soppressi): Chronicon Casauriense e registri contabili, catastali e delle decime dell’Abbazia Celestiniana di Santo Spirito al Morrone (Sulmona) e dell’Abbazia Cistercense di Santa Maria della Vittoria (Scurcola Marsicana).
Archivio Diocesano dei Marsi (Avezzano): Bolle vescovili, inventari delle rendite delle pievi riparie e registri delle decime della cattedrale originaria di Santa Sabina in San Benedetto dei Marsi.
Archivio Storico del Comune di Sulmona: Frammenti dei Catasti Antichi e dei Registri delle Collette (secoli XIV e XV); Protocolli dei notai peligni per i contratti con i mercanti milanesi (Visconti e Sforza).
Archivio di Stato di Napoli: Registri della Cancelleria Angioina e Regesti della Cancelleria Aragonese (decreti di Alfonso V il Magnanimo e Ferrante I relativi alla Dogana della Mena delle Pecore del 1447).
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*Storico e divulgatore

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