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IL MICROBIOLOGO MARCO ZAMBIANCHI. BIG PHARMA: TRA LUOGHI COMUNI, PREGIUDIZI E REALTA’

PARMA – BIG PHARMA Facciamo subito chiarezza: l’idea che esista un supercattivo da fumetto chiamato “Big Pharma” — un gigante incappucciato che muove i fili del pianeta da un bunker segreto per iniettarci vaccini e dominarci tutti — fa un gran figurone nei film di fantascienza, ma nella realtà ha la stessa consistenza di un budino lasciato al sole. Sia chiaro, le grandi multinazionali del farmaco esistono eccome, fatturano montagne di soldi, fanno lobbying (ovvero quell’arte antica di bussare alle porte dei politici per tirare l’acqua al proprio mulino) e cercano in ogni modo di piazzare i propri prodotti. Ma funziona così per chiunque venda qualcosa, che si tratti di pillole, automobili o caciocavallo. La differenza è che in Italia le regole del gioco sui vaccini obbligatori non le dettano i consigli di amministrazione delle multinazionali, ma una serie di arbitri istituzionali e scientifici, dall’Istituto Superiore di Sanità all’AIFA, fino all’OMS.

Nessuna setta segreta, quindi: solo tanta burocrazia, dati scientifici e controlli incrociati. Certo, le aziende farmaceutiche non sono ONLUS di beneficenza: il loro obiettivo è fare profitto vendendo prodotti che prevengono le malattie. Ma qui scatta il capolavoro della farmacoeconomia (quel ramo della scienza che fa i conti in tasca alla salute per capire se una cura conviene davvero). In Italia, il programma di vaccinazione pediatrica è un affare d’oro per lo Stato: spende un euro oggi per i vaccini e ne risparmia quasi due in cure ospedaliere domani.

Se poi contiamo le giornate di lavoro non perse dai genitori e la qualità della vita, il guadagno sociale schizza a più di cinque volte la spesa. In pratica, prevenire è come comprare un’assicurazione super scontata contro i disastri finanziari della sanità pubblica. E come fa lo Stato a non farsi spennare quando compra le fiale? Semplice: non va a fare la spesa al prezzo di listino come un privato qualsiasi. Attraverso gare d’appalto regionali, le Regioni si mettono il vestito buono da trattatori spietati e strappano sconti da capogiro.

Un vaccino Esavalente (il coltellino svizzero dei vaccini, che protegge da sei malattie in una sola puntura) sulla carta costerebbe un patrimonio, ma allo Stato viene venduto tra i 20 e i 45 euro a dose. Il trio Morbillo-Parotite-Rosolia viaggia sui 10-20 euro, mentre soluzioni più ricche come l’Esavalente unito alla Varicella salgono un po’. Alla fine della fiera, la spesa pro-capite per l’intera copertura vaccinale italiana è di appena 13 euro all’anno a testa: praticamente il costo di una pizza e una birra.

Nel frattempo, gira voce che i medici vaccinatori delle ASL vengano ricoperti d’oro di nascosto dalle multinazionali per ogni punturina effettuata. È una storiella fantastica, ma la realtà è molto più noiosa: le aziende non pagano un singolo centesimo ai vaccinatori. Gli operatori sanitari ricevono un normale compenso pubblico dalla propria ASL, con tariffe orarie o a prestazione del tutto trasparenti (io per i primi due anni della pandemia ho vaccinato in libera professione per 40 euro/ora lordi).

Se Big Pharma pagasse bustarelle clandestine a ogni singolo infermiere o medico d’Italia, ci sarebbe una traccia finanziaria grande come un grattacielo e finirebbero tutti in gattabuia in un paio di giorni. Torniamo per un attimo ai conti della serva: cosa succede se smettiamo di vaccinare? Entrano in scena i costi di malattia.

Se un bambino si prende la varicella in forma grave, l’ospedalizzazione media costa alla collettività tra i 2.700 e i 4.000 euro (e nei casi più drammatici si va ben oltre i 40.000 euro). Un ricovero per pertosse con complicazioni polmonari o per un morbillo andato a male comporta costi da capogiro, senza contare i rischi enormi per la salute. In sostanza, un’epidemia non evitata spiuma le casse pubbliche molto più di qualsiasi acquisto di vaccini.

C’è infine chi ama buttare la questione in caciara politica, sostenendo che le “destre” o i “ricchi” siano automaticamente alleati di Big Pharma per arricchirla a spese dei cittadini. Anche qui, la bussola è del tutto sfalsata. I vaccini pediatrici muovono grandi volumi ma lasciano margini di guadagno risicati alle aziende, specie dopo i megasconti pretesi dallo Stato.

Per le multinazionali del farmaco il vero bancomat non sono le fialette da 15 euro contro la rosolia, ma le terapie croniche, i farmaci oncologici e le molecole ad altissima tecnologia che costano decine di migliaia di euro a paziente. Criticare la mancanza di trasparenza o le pressioni commerciali delle industrie è legittimo e sacrosanto, ma scambiare la prevenzione sanitaria per una piovra cospirativa significa confondere la realtà con la fantasia. I numeri parlano chiaro, i bilanci pure: vaccinarsi costa poco, protegge la salute di tutti e salva le casse dello Stato.

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