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“LA COCCE A LU CEPPONE EVVIVA FRANCESCONE”

10 settembre 1799

«LA COCCE ALLU CEPPONE, EVVIVA FRANCESCONE»

di Fabio Valerio Maiorano

Qualunque cosa accada, anche di essere condannati a morte, osanna e lunga vita a re Francesco di Borbone, perché il destino non si può cambiare.

Quest’espressione così colo-rita, ma anche intrisa di verità e di filosofia spicciola (lu ceppone era il pezzo di legno su cui si appoggiava la testa del condannato alla decapitazione), riassume compiutamente i sentimenti d’impotenza, di rassegnazione e di tristezza che il popolino provava nei confronti della propria vita grama, quasi sempre ineluttabile, e delle vicende che spesso lo travolgevano perché non le poteva e non le sapeva contrastare.

In fondo, la vita correva da sempre così ed era inutile tentare di opporsi, di cambiare, di ribellarsi.

Ne sanno qualcosa i francesi che, compiuta la rivoluzione in patria, alla fine del Settecento cominciarono ad “esportare” i principi del loro credo – liberté, egalité, fraternité

– anche in Italia. Insieme con i territori e le città, le armate napoleoniche conquistarono anche molte coscienze; per la prima volta i poveri, gli umili e gli oppressi sentirono parlare di carta costituzionale, di libertà, di eguaglianza, di diritti e di doveri.

Ma furono gli stessi popolani, da sempre oppressi e tenuti in povertà e schiavitù, a combattere i “nemici” francesi, a riconsegnare il trono di Napoli ai Borboni.

Caduta la Repubblica Partenopea, ogni fiammella di libertà e ogni speranza di progresso furono spente nel sangue e nella repressione.

Tutto tornò alla “normalità” e anche Sulmona volle ribadire fedeltà e devozione a re Ferdinando di Borbone e al figlio Francesco; per l’occasione, nella cattedrale di S.

Panfilo, fu celebrato un solenne triduo di ringraziamento in onore del «Glorioso Santo principale Protettore della Città», ch’era miracolosamente scampata «alle stragi minacciate dalli nemici».

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