IL MICROBIOLOGO ZAMBIANCHI SU CAMBIAMENTI CLIMATICI E SALUTE: EL NINO E I BATTERI, LA TERRA HA LA FEBBRE
PARMA – Sembra proprio che gli scienziati più famosi del pianeta — quelli con le sigle altisonanti come NOAA, WMO e il nostro caro CNR — abbiano appena lanciato l’allarme: El Niño, il “bambino terribile” del clima Pacifico, è tornato ed è più in forma che mai, pronto a scatenarsi tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 come un cliente maleducato a un buffet all-inclusive. In parole povere, questo fenomeno non è altro che un gigantesco e anomalo surriscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico equatoriale, una specie di febbre marina che finisce per scombussolare i termostati di mezzo mondo. Per l’Italia e l’Europa non è la causa principale delle nostre estati da incubo — per quello dobbiamo ringraziare soprattutto il riscaldamento globale causato da noi umani —, ma agisce comunque come quel cugino molesto che ad ogni festa decide di alzare il volume della musica al massimo: amplifica tutto, aumentando la probabilità di autunni e inverni da “troppa acqua e poca pazienza”, tra piogge battenti, sbalzi termici da montagne russe ed eventi meteorologici decisamente sopra le righe.
Quando il pianeta scalda i motori in questo modo, la prima grande festa parte nel fantastico e invisibile mondo dei microbi. Immaginiamo i batteri come dei piccoli invitati ad un rave party: con un po’ di caldo e umidità in più, iniziano a moltiplicarsi a ritmo di musica techno. A breve termine, le acque costiere più calde del Mediterraneo diventano la suite a cinque stelle per i Vibrio, una famiglia di batteri birichini tra cui spicca il famoso parente del colera o il loro cugino mangia-carne; tradotto per chi ama i bagni estivi, fare un tuffo o mangiare frutti di mare crudi potrebbe trasformarsi in una ruota della fortuna digestiva. Nel frattempo, nei tubi dell’acqua si organizza la Legionella, mentre le piogge intense e le alluvioni cucinano il brodo di coltura perfetto per Salmonella e Campylobacter, i re incontrastati dei dolori di pancia. Come se non bastasse, zanzare e zecche — i nostri succhiasangue preferiti — decidono di fare gli straordinari, allungando le loro stagioni di caccia e portandosi dietro virus tropicali che fino a ieri si studiavano solo nei documentari.
Anche sotto i nostri piedi, nel terreno, succede il finimondo. I microbi del suolo soffrono lo stress da caldo e da sete proprio come noi quando cerchiamo di correre una maratona a mezzogiorno d’agosto. Molti batteri buoni e delicati gettano la spugna, mentre prendono il sopravvento gli Actinobacteria e i funghi più duri a morire, quelli capaci di chiudersi a riccio e andare in letargo grazie a speciali capsule di sopravvivenza. Questo stravolgimento altera la respirazione eterotrofa del suolo — che non è altro che il modo in cui i microbi “espirano” anidride carbonica mentre mangiano la materia organica —, accelerando le reazioni chimiche e rilasciando ancora più gas serra nell’aria. È un po’ come se il terreno iniziasse ad iperventilare per lo sforzo, modificando l’acidità e lasciando a secco le piante di nutrienti fondamentali.
Se poi allunghiamo lo sguardo a lungo termine, la situazione assomiglia sempre più a un trasloco generale verso il Nord e verso la montagna: batteri, virus e zanzare subtropicali preparano le valigie e salgono di altitudine in cerca di fresco, rendendo fisse ed endemiche malattie che prima erano solo di passaggio. Il Mediterraneo si trasforma in un serbatoio permanente di patogeni idrici, con buona pace degli allevamenti di cozze e della salute pubblica, mentre i suoli perdono la loro incredibile biodiversità metabolica — ovvero la capacità dei batteri di svolgere mille lavori diversi per mantenere la terra fertile. È un circolo vizioso: meno il suolo è vario, meno le nostre coltivazioni riescono a resistere alle malattie e più la Terra fatica a reggere il colpo.
A questo punto la domanda sorge spontanea: ma la Natura non doveva aggiustarsi da sola? La risposta è sì, grazie a quel magico concetto chiamato omeostasi, che è semplicemente la tendenza di un sistema biologico a mantenere l’equilibrio interno quando fuori si scatena l’inferno. Immaginiamo l’omeostasi come il termostato di casa: se fa troppo caldo, scatta il condizionatore e riporta la temperatura a livelli vivibili. Nel mondo naturale esistono i cosiddetti feedback negativi (che a dispetto del nome sono i “buoni” della storia): meccanismi di autoregolazione che frenano i guai. Un classico esempio è il rapporto preda-predatore: se ci sono troppe lepri, i lupi ingrassano e si moltiplicano; ma poi i lupi mangiano troppe lepri, il cibo scarseggia, i lupi diminuiscono e le lepri possono tornare a fare i loro comodi. Tutto questo genera una grande resilienza, ossia la capacità di un ecosistema di incassare un pugno al mento, prenderere il colpo e rialzarsi come se niente fosse.
Il problema è che l’autoregolazione ha un limite di rottura, una soglia critica chiamata tipping point (il punto di non ritorno). Se si spinge troppo sull’acceleratore — tra cementificazione, deforestazione ed emissioni —, i meccanismi di soccorso si inceppano e i feedback da “negativi” diventano “positivi”, cioè amplificanti. È come soffiare nel microfono: invece di smorzare il rumore, si genera un fischio assordante che aumenta sempre di più finché l’impianto non salta. E quando l’impianto salta, il sistema non torna più com’era prima, ma si stabilisce su un nuovo stato di equilibrio che potrebbe essere decisamente poco accogliente per noi umani.
Questo significa che la natura deciderà di “regolare” da sola la popolazione italiana, magari eliminando qualche milione di abitanti per far quadrare i conti? Assolutamente no. L’essere umano non funziona come una colonia di conigli in un prato, la cui densità dipende solo da quanta erba c’è da brucare o da quanti falchi volano in cielo. Noi abbiamo la tecnologia, le medicine, il commercio, i condizionatori e le politiche sociali che schermano quasi del tutto i colpi diretti dell’ecologia pura. Se la capacità di carico di un territorio diminuisce a causa di eventi climatici estremi, nel breve periodo si vedranno magari piccole pressioni sulle fasce di popolazione più fragili o qualche migrazione interna verso aree più fresche e ricche d’acqua, ma la demografia complessiva continuerà a seguire le sue regole socio-economiche. Nel lungo periodo, si potrebbe assistere a un graduale e spontaneo riposizionamento verso le zone collinari o montane del Nord Italia, abbandonando le pianure e le coste meridionali più esposte alle bombe d’acqua e alle torride bolle sahariane.
Ma non c’è nessun computer biologico segreto o algoritmo della Terra che calcola a tavolino quanti italiani debbono abitare nella penisola. I sistemi naturali oscillano, lottano e cercano di riadattarsi come possono, ma il futuro della nostra popolazione dipende da come gestiremo le nostre città, le nostre risorse e le nostre tecnologie. In conclusione, l’autoregolazione della Natura è una straordinaria rete di protezione che ci salva da parecchi guai, ma non è una condanna a morte automatica né una palla di vetro per prevedere il futuro: la partita vera la giochiamo noi, cercando di non tirare troppo la corda prima che la rete si spezzi definitivamente.
*Microbiologo



