‘NU TUMMELE DE SALE…DE LE VOTE N’ABBASTE ! (I consigli di zio Domenico)
‘NU TUMMELE DE SALE…DE LE VOTE N’ABBASTE !
(I consigli di zio Domenico)
di Ennio Bellucci
Le delusione, i rempiente, i rammereche,
i repensamionte, de le vote, o quasce sempre
so’ brutte i fenne male. Feriscene i te fenne
capojje ca t’avoive sbajjete , avoive viste i
capoite ‘na cause pe’ n’atre.
Quande sci rate affette, amecizie i feducie,
i a ‘ nu ciorte punte i fette, le parole , i ciorte cumpurtamionte te puortene a reflette…
Allaure all’ampruvvoise, come a ‘nu colpe scheure, capisce ca la vite i le persaune puonne nasconne sorprese i ‘mpreviste spiacevele.
Repionze a caile che, quande oive ‘nu quatrale, te receve Zé Menecucce:” Eniu’ recordete, n’te ne scurda’ me.Proime de chenosce ‘na persaune, ome o femmene che è, tara magne’ ‘nu tummele de sale…i manche abbaste! Ffa’ le bbene i scordetene , ffa’ le male i ( re)pensece…cioè
ne’ le ffa’!”.
Il sale della memoria e la sapienza degli antichi
di Daniela D’Alimonte *
Ancora una volta Ennio Bellucci affida al dialetto di Pratola Peligna una riflessione sulla condizione umana, sulle sue fragilità e sulle inevitabili delusioni che accompagnano i rapporti tra le persone. Il poeta sceglie, anche in questo componimento, di mantenere intatta la fisionomia della parlata del luogo, restituendone la particolare fonetica, le inflessioni, le espressioni idiomatiche e quella peculiare forza espressiva che soltanto la lingua profondamente radicata nella memoria di una comunità è in grado di conservare. lL DIALETTO, NON, COSTITUISCE SEMPLICEMENTE LA LINGUA ATTRAVERSO LA QUALE IL POETA RACCONTA, MA DIVIENE IL LUOGO DELLA MEMORIA E, INSIEME, LO STRUMENTO ATTRAVERSO CUI INTERROGARE IL PRESENTE.
Al centro del componimento vi è una delle esperienze più comuni e, nello stesso tempo, più dolorose dell’esistenza: la delusione che nasce quando il bene compiuto nei confronti degli altri non trova riconoscimento. Ci si può spendere per un amico, per un conoscente, per una persona verso la quale si nutre affetto; si può offrire il proprio tempo, la propria disponibilità, persino «anima e corpo», e scoprire infine che ciò che si è donato viene accolto con indifferenza, dimenticato o, peggio ancora, dato per scontato. È allora che il gesto compiuto con sincerità può trasformarsi in amarezza e che la mancata riconoscenza dell’altro finisce per ferire profondamente.
Di fronte a questa esperienza, il poeta non indulge tuttavia al risentimento, né trasforma la delusione in una condanna dell’uomo. La sua riflessione si affida piuttosto alla voce degli antichi, a quella saggezza sedimentata nel tempo che riaffiora dalla memoria dell’infanzia e dalle parole ascoltate dalla gente comune. È in questo spazio della memoria che torna la figura zi Menecucce, depositario di una sapienza semplice solo in apparenza, capace di racchiudere in una battuta tutta la complessità dei rapporti umani. Il proverbiale riferimento al tomolo di sale, necessario per conoscere davvero una persona, viene così ripreso e rilanciato con ironica saggezza: talvolta neppure due tomoli bastano, perché per conoscere veramente qualcuno occorre forse condividere molto più tempo, molte più esperienze, molte più prove.
L’IMMAGINE DEL SALE ASSUME, IN QUESTO CONTESTO, UN PARTICOLARE VALORE SIMBOLICO. Il sale è ciò che accompagna il cibo e, dunque, la convivialità; ma è anche la misura metaforica del tempo necessario perché un rapporto possa rivelarsi nella sua autenticità. Non basta la vicinanza occasionale, non bastano le parole, non bastano le dichiarazioni di amicizia: per conoscere davvero una persona bisogna attraversare con essa una parte significativa della vita. Bisogna, per così dire, «mangiare insieme» molto sale, condividere giorni sereni e giorni difficili, osservare i comportamenti oltre le parole. E proprio la delusione, quando arriva, può rivelare ciò che prima non si era saputo vedere.
IL RICORSO ALLA MEMORIA DELLA FANCIULLEZZA COSTITUISCE UNO DEGLI ELEMENTI PIÙ SIGNIFICATIVI DELLA POETICA DI BELLUCCI. Le parole degli anziani, le espressioni della gente del paese, i modi di dire ascoltati nell’ambiente familiare e comunitario non vengono recuperati come semplici reperti di un passato ormai concluso. Essi rappresentano, al contrario, un patrimonio di conoscenza ancora capace di parlare al presente. Nella cultura popolare, nelle sue sentenze e nei suoi proverbi, il poeta riconosce una forma di sapienza empirica maturata attraverso l’esperienza: una filosofia quotidiana, priva di astratte elaborazioni, ma proprio per questo profondamente aderente alla realtà dell’esistenza.
È significativo, allora, che Bellucci faccia riemergere questa sapienza attraverso la voce di una persona appartenente al mondo della sua memoria. LA PAROLA DI ZIO DOMENICO NON È SOLTANTO UN RICORDO AFFETTIVO: DIVIENE UNA SORTA DI CONTROFIGURA DELLA COSCIENZA, UNA VOCE ANTICA CHE, DAL PASSATO, CONTINUA A INTERROGARE IL PRESENTE. Il poeta sembra suggerire che gli antichi, attraverso la semplicità delle loro parole, possedessero una capacità di leggere l’animo umano che non dovrebbe essere smarrita. La loro saggezza può ancora offrirci gli strumenti per comprendere le angustie della vita, le incomprensioni, le delusioni e, soprattutto, la complessità dei rapporti umani.
Ma il componimento non si esaurisce nella constatazione della fragilità dell’uomo. Dietro la riflessione sulla mancata riconoscenza si intravede infatti un più ampio monito etico. Bellucci sembra invitare il lettore a non lasciarsi corrompere dalla delusione e a non rinunciare, proprio a causa dell’ingratitudine altrui, alla disponibilità verso gli altri. Fare del bene, anche quando non viene riconosciuto, conserva infatti il proprio valore. La bontà dell’azione non può dipendere esclusivamente dalla ricompensa o dalla gratitudine di chi la riceve.
È QUI CHE LA POESIA ASSUME UNA DIMENSIONE CHE SUPERA IL SEMPLICE RACCONTO AUTOBIOGRAFICO O MEMORIALE. La vicenda individuale diventa occasione per una riflessione universale sulla necessità di recuperare rispetto, solidarietà e reciprocità, valori che appaiono tanto più necessari quanto più frequentemente i rapporti umani sembrano essere segnati dall’indifferenza e dall’egoismo. Il messaggio che emerge è dunque quello di continuare a fare il bene, nonostante le delusioni, perché è proprio nella capacità di conservare attenzione e cura verso l’altro che l’essere umano può difendere la propria umanità.
Ancora una volta, dunque, il dialetto rappresenta per Bellucci molto più di una scelta linguistica o di un omaggio alla propria appartenenza territoriale. La lingua degli anziani e della gente comune diventa una lingua capace di dire verità profonde sull’esistenza; una lingua che conserva, insieme alle proprie particolarità fonetiche ed espressive, una visione del mondo.
È FORSE PROPRIO QUESTO UNO DEI TRATTI PIÙ AUTENTICI DELLA POESIA DI ENNIO BELLUCCI: attingere alla voce umile e concreta della comunità per parlare delle grandi questioni dell’uomo. Il dialetto custodisce la memoria di chi lo ha parlato, ma custodisce anche una sapienza che rischierebbe altrimenti di scomparire. E il poeta, recuperandola, non si limita a conservarla: la riattiva, la consegna al lettore e la trasforma in una domanda rivolta al nostro presente. Quanto sale occorre davvero per conoscere una persona? Forse molto più di quanto immaginiamo. Ma, soprattutto, quanta umanità occorre per continuare a fare del bene anche quando dall’altra parte non arriva riconoscenza? È questa, in fondo, la domanda morale che la poesia lascia affiorare dalla memoria e dalla voce degli antichi.
(Dirigente scolastico. Studiosa di dialetti)*



Una riflessione a voce alta sulla condizione dell’uomo e sulla sua natura.Puntuale, veritiero e rispondente all’amara realta’ della vita e dei rapporti umani….
parecchia delusione e amarezza ….ma ogni tanto grandi ” gioie” e conoscenze, amicizie vere, leali e sincere…..Ennio chapeau per come riesci, ancora un volta, a sintetizzare situazioni e sentimenti così profondi. Ti saluto
con affetto e stima!
Bravo Ennio,
poche righe,poche parole,ma pregne di tanto significato.
Comportiamoci sempre bene,
ed a volte dovremmo trovare il modo e la forma per chiedere anche scusa,per certi nostri comportamenti poco consoni.
Auguriamo un mondo di bene a tutti.
* Gaetano Villani. Questa volta Ennio rispolvera un insegnamento di Ze Menecucce, vecchio quanto il mondo: per conoscere le persone ci devi mangiare insieme “nu tommele de sale”. Ma a prevalere è l’ottimismo della volontà: fa’ bene e scordatene, fa’ male e pensaci. Evviva . * già Presidente del Consiglio Comunale di Manoppello
Questi brevi versi ci ricordano con la pungente chiarezza della saggezza popolare una verità che nessuno vorrebbe ammettere: le persone non si conoscono mai davvero.
E come non essere d’accordo? La vita è maestra nello svelare retroscena inattesi, spesso poco lusinghieri.
Naturalmente, questa consapevolezza non diventa un lasciapassare per far del male: semmai è un invito a coltivare gentilezza e prudenza, senza rinunciare a un filo di ironico realismo..
La poesia di Ennio Bellucci nasce nel dialetto pratolano, una lingua che non descrive le emozioni, le fa sentire.
Ruvida, sincera, concreta e rende ogni verità più viva, più immediata, più umana.
È una lingua che non abbellisce, non attenua, non filtra, dice ciò che accade così com’è.
La poesia di Ennio Bellucci racconta una verità che non ha bisogno di essere interpretata.
La vita la conferma da sola, ogni volta che una fiducia si incrina, ogni volta che una persona si rivela diversa da come l’avevi immaginata.
Le delusioni non arrivano mai con delicatezza.
Sono colpi secchi, improvvisi, che ti costringono a guardare la realtà senza filtri e che fanno male, proprio perché nascono dove c’era il bene, nell’affetto, nell’amicizia, nella fiducia che avevi concesso senza riserve.
Accade così:
una parola che pesa più del previsto,
un gesto che non torna,
un comportamento che improvvisamente mostra un lato che non avevi visto e tu resti lì, a riflettere, a ricomporre i pezzi, a chiederti come sia stato possibile non accorgersene prima.
La poesia lo dice con una sincerità disarmante.
La vita e le persone possono nascondere sorprese spiacevoli, imprevisti che non avevi messo in conto e quando succede, quando senti che qualcosa si è spezzato, torna quella voce antica, quella saggezza di Ze’ Menecucce che non giudica ma orienta.
Prima di conoscere davvero una persona,
devi mangiare insieme un tumulo di sale…
e manco basta.
È un’immagine che brucia e che insegna.
Il sale è ciò che dà sapore, ma è anche ciò che fa male sulle ferite.
Conoscere qualcuno richiede tempo, prove, cadute, rialzate e anche così, non è garantito.
“Fai il bene e dimenticalo.
Fai il male e pensaci… cioè non farlo”.
Il bene va fatto senza contabilità, senza aspettarsi ritorni, senza usarlo come moneta.
Il male, invece, va guardato, riconosciuto, pensato, non per rimuginare, ma per non ripeterlo.
È una forma di responsabilità, di integrità, di dignità.
La poesia di Bellucci non è solo un racconto, è una lente che ti costringe a guardare la vita con più lucidità,
a riconoscere che le persone possono sorprenderti nel bene e nel male,
a ricordare che la tua bussola morale deve restare ferma anche quando tutto intorno si muove.
È una verità che non consola, ma rafforza.
Una verità che non accarezza, ma forma.
Una verità che ti ricorda che la delusione è un passaggio, non una condanna.