MASSIMO LIOFREDI E L’AQUILA. VIVIAMO DUE CITTA’: UNA DELLE PIETRE CHE LUCCINANO, L’ATRA CHE FATICA A TORNARE LUOGO DI PERSONE
L’AQUILA – C’ĆØ una L’Aquila che ĆØ tornata bellissima nelle pietre e una L’Aquila che fatica ancora a tornare viva nelle persone. Abbiamo ricostruito i muri, ed ĆØ stato un lavoro immenso che va riconosciuto. Ora dobbiamo ricostruire la comunitĆ . PerchĆ© una cittĆ non ĆØ un museo a cielo aperto. Una cittĆ ĆØ un organismo che deve respirare dal centro alle frazioni, dalla mattina alla sera. Com’era prima di quel maledetto 6 aprile 2009. Per farlo non serve un programma di destra o di sinistra. Serve un programma che sappia fare l’interesse del cittadino, dei giovani, degli anziani, delle famiglie tutte, dalle periferie alle frazioni fino al centro storico.
Si deve partire da dove la gente vive davvero e dove si sente più sola. Il primo punto è la dignità delle periferie e delle frazioni. Le famiglie di Coppito, Pettino, Roio, Preturo, Sassa, Paganica, Arischia e tante altre, non chiedono miracoli. Chiedono presidi fissi e riconoscibili, un punto luce, una presenza, un ufficio che ascolti. Chiedono sicurezza vera, non annunci. E chiedono una cosa elementare che oggi manca: la puntualità nel ripulire le periferie dai problemi della nettezza urbana. Non si può parlare di Capitale della Cultura se le strade delle frazioni sono piene di rifiuti. Il decoro è il primo atto di rispetto verso chi paga le tasse e ama la sua terra.
Il secondo punto ĆØ trasformare la Perdonanza da grande vetrina a grande motore sociale. La Perdonanza ĆØ la nostra identitĆ , ĆØ giusto investirci, ĆØ giusto che il mondo ci guardi. Ma ogni euro pubblico investito in quella festa deve generare un ritorno sociale concreto. Propongo che una quota fissa dei f
ondi della Perdonanza venga destinata strutturalmente alle tante associazioni private, silenziose, che ogni giorno si occupano dei mali e dei dolori di tanti bambini, ragazzi e anziani bisognosi di aiuto. Così la festa celestiniana non solo mostra la città , ma la cura.
Il terzo punto è il più urgente dal punto di vista umano: dare un tetto a tutti i bisognosi. In una città che ha conosciuto il dramma delle case crollate, non è dignitoso vedere ancora gente che dorme sotto i portici o che vive in una precarietà abitativa costante. Serve un censimento serio del bisogno e un piano alloggi a canone sostenibile che utilizzi parte del patrimonio pubblico ancora inutilizzato.
Il quarto punto ĆØ chiudere la cittĆ incompiuta. Non possiamo essere per sempre una cittĆ cantiere. Dobbiamo mettere a disposizione delle varie istituzioni gli investimenti necessari per finire e definire i tanti cantieri ancora aperti nei vari punti di L’Aquila. Finire un cantiere significa ridare una strada, un marciapiede, una certezza a chi ci abita accanto.
Il quinto punto, quello centrale, ĆØ il lavoro per restare. Qui dobbiamo essere concreti e coraggiosi, perchĆ© senza lavoro i giovani continueranno ad andare via. Non bastano i proclami. Serve un Patto per il Lavoro aquilano. Primo: legare davvero l’UniversitĆ e il Gran Sasso Science Institute alle imprese, con tirocini pagati che diventino assunzioni e con laboratori che nascano dentro le aziende. Secondo: incentivi veri e immediati per chi apre una partita iva qui e assume qui, con affitti calmierati nei tanti fondi sfitti del centro e delle periferie. Terzo: rilanciare l’artigianato di eccellenza aquilano e l’edilizia di qualitĆ legata alla ricostruzione come scuola di mestieri per i nostri ragazzi. Quarto: creare un polo per il lavoro digitale e da remoto, con spazi di coworking pubblici nelle frazioni, cosƬ un giovane può lavorare per il mondo stando a L’Aquila. Il lavoro non si crea con un convegno, si crea dando a un giovane un motivo economico per non fare la valigia.
Solo a questo punto arriviamo al centro storico, perchĆ© un centro vive se vive tutto il resto. E per farlo vivere servono due scelte di buon senso. Riportare le scuole in centro. Ć la scelta più politica che esista. Una scuola in centro significa bambini la mattina, genitori che si fermano al bar, cartolai che vendono, autobus che girano, vita. Senza scuole, il centro rimane un set bellissimo che si riempie solo il sabato e la domenica, da Villa Comunale alla Fontana Luminosa. E poi serve una nuova viabilitĆ che ridia fiducia ai negozianti sfiduciati. Il centro pedonale cosƬ com’ĆØ, con quel mattonato bianco che ha di fatto reso impraticabili intere zone anche ai taxi, ha tolto vita e vigore. Non dobbiamo tornare alle auto ovunque, ma dobbiamo avere il coraggio di correggere l’errore e studiare una viabilitĆ intelligente, accessibile, che permetta al commerciante di caricare, al cliente di arrivare, all’anziano di essere accompagnato. Una cittĆ deve poter essere attraversata da tutti e dappertutto.
Questo non ĆØ un programma elettorale. Ć l’elenco delle prioritĆ della gente bisognosa per fare in modo che tutti possano vivere in una cittĆ a misura di essere umano. Prima le persone, poi le pietre. ā
*Giornalista



