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IN RICORDO DI GIOVANNI LEONARDIS , UN GRANDE DELL’ANESTESIA ITALIANA

di Gianvincenzo D’Andrea

Ho conosciuto il Prof. Giovanni Leonardis nei primi anni ’70 del secolo scorso, quando mi apprestavo a intraprendere la mia carriera di medico anestesista.

L’occasione si presentò durante una riunione di anestesisti nell’Ospedale dell’Aquila, dove avevo accompagnato il Dott. Pietro Guerrini, valente Primario Anestesista nell’Ospedale di Sulmona.

All’epoca, come ebbi modo di notare subito, i rapporti interpersonali fra medici erano estremamente cordiali, vorrei dire quasi di tipo familiare, e anche i giovani erano accolti fraternamente e messi a proprio agio da quelli che erano stati i fondatori dell’anestesia moderna in Abruzzo: il Prof. Leonardis, all’Aquila; il Prof. Pollara, a Pescara; il Dott. Ginaldi, a Teramo; il Dott. Guerrini, a Sulmona; il Dott. Quatraro, a Popoli; il Dott. Fiocca, a Castel di Sangro; il Dott. Falconio, a Lanciano, e tutti gli altri che svolgevano il proprio lavoro negli ospedali della regione.

Erano tutti uomini di grande qualità professionale, sempre disponibili a scambiarsi i risultati della loro attività, molto concreti nei giudizi, mai espressi in modo saccente, e ognuno stimato e rispettato dagli altri.

Ma il Prof. Leonardis era di un altro livello.

Il suo eloquio pacato, bonario, senza fronzoli, arrivava subito al nocciolo delle questioni e le conclusioni cui giungeva erano sempre apprezzate e condivise.

Tutti, infatti, in Abruzzo e in Italia gli riconoscevano il ruolo di leader del mondo anestesiologico abruzzese, tant’è che, per l’elevata e riconosciuta statura professionale, il Direttivo Nazionale della SIAARTI, la Società Scientifica degli Anestesisti e Rianimatori Italiani, gli chiese di organizzare un Congresso Nazionale che, tenutosi negli ambienti straordinari del Castello dell’Aquila, ottenne un grandissimo successo per la qualità delle relazioni e per l’elevato livello dell’ospitalità riservata ai partecipanti.

Di quel successo il Prof. Leonardis andava particolarmente fiero, perché con quell’evento magistralmente organizzato aveva avuto modo di dimostrare che l’Abruzzo non era affatto una regione marginale nel panorama anestesiologico nazionale e che il cuore ospitale degli abruzzesi non aveva eguali.

Ma, tornando al momento del nostro primo incontro, ricordo perfettamente che, nel corso della cena che seguì la riunione, a un certo punto il Professore mi prese in disparte e volle informarsi sulle ragioni per le quali avevo deciso di diventare anestesista.

Ascoltò con attenzione le mie spiegazioni e, alla fine, pronunciò questa frase:

«Benissimo, ricordati che hai scelto un mestiere difficile, ma sappi che non ce n’è uno più bello».

Da allora ci siamo rincontrati tantissime volte e, nel tempo, si è costruito fra noi un rapporto di grande cordialità e poi di amicizia, rimasto solido anche quando era salito in cattedra all’Università di Roma Tor Vergata, dove dai colleghi romani era chiamato – e la cosa, più che infastidirlo, lo inorgogliva non poco – “l’abruzzese”.

Era diventato per me un punto di riferimento, un Maestro al quale chiedere consigli professionali, ma anche personali, ricevendo sempre suggerimenti e raccomandazioni illuminanti.

Di tanti momenti del nostro lungo rapporto di amicizia mi piace ricordarne due, che dimostrano in modo eclatante la sua vera, profonda e viscerale “abruzzesità aquilana”, una qualità che lui testimoniava con amabile e naturale fierezza.

Il primo risale agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, quando, facendo alcune ricerche sulla storia della medicina in Abruzzo, suggeritemi dal Prof. Concezio Ciufelli, Primario di ORL dell’Ospedale di Sulmona, mi ero imbattuto in un personaggio straordinario, un chirurgo che nell’Ottocento svolgeva la sua attività presso l’Ospedale di San Salvatore Maggiore dell’Aquila.

Il suo nome era Camillo Catalano e aveva pubblicato, nel marzo del 1847, sulla rivista medica “Il Sarcone”, edita a Napoli, un articolo in cui riferiva di aver amputato un arto superiore a un contadino del posto a causa di un sarcoma osseo.

L’importanza della notizia risiedeva nel fatto che l’intervento fosse stato eseguito utilizzando l’etere solforico come anestetico e che la cosa fosse avvenuta a qualche mese di distanza dalla pubblicazione, sul New England Medical Journal, nel novembre del 1846, di un intervento eseguito in anestesia eterea nell’ottobre dello stesso anno presso il Mass. Gen. Hospital di Boston, evento considerato come l’inizio dell’anestesia moderna.

Informato della mia scoperta, il Prof. Leonardis ritenne che tutti, soprattutto all’Aquila, dovessero conoscere quanto era accaduto nell’Ospedale cittadino 150 anni prima e che bisognasse far riemergere dall’oblio l’importante figura di un medico ingiustamente dimenticato.

Aggiunse che se ne doveva parlare subito, con il massimo risalto, e che l’occasione giusta era proprio un congresso medico che si sarebbe svolto di lì a poco all’Aquila, nel quale io avrei riferito la notizia e poi lui, in qualità di Presidente, avrebbe aggiunto alcune considerazioni.

Come stabilito, il giorno del congresso il Prof. Leonardis prese la parola dopo la mia relazione e, in modo amabilmente pacato, dopo aver sottolineato da par suo l’importanza straordinaria della figura di Camillo Catalano, rivolse una sfilza di critiche alle autorità presenti, fra cui il Sindaco e il Presidente della ASL, lamentando la scarsa considerazione nei confronti dei medici e il disinteresse per i loro problemi, mentre invece bisognava dare loro ascolto e merito per ciò che facevano – e volevano fare ancora meglio – a favore della comunità cittadina.

Ho ancora impresse nella memoria le facce stupite, rigide e impassibili di quei personaggi pubblici ai quali il Prof. Leonardis rivolgeva, in modo martellante, critiche precise e argomentate.

Era l’immagine plastica della forza di un uomo libero che parlava senza peli sulla lingua, in virtù dell’immensa considerazione di cui godeva, per i suoi meriti professionali e per le sue qualità umane, fra i colleghi italiani e i cittadini dell’Aquila.

L’altro episodio che voglio ricordare è legato, ancora una volta, a una mia ricerca di storia della medicina.

Mi ero imbattuto in un libro di Giuseppe Ortensi, un medico condotto attivo a Pratola Peligna fra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 del Novecento, in cui venivano ricordati gli episodi salienti della sua vita professionale.

In uno di questi veniva riferita la vicenda di un emigrante negli USA, costretto al rientro in patria a seguito di un grave incidente sul lavoro che gli aveva procurato una grave sciatalgia cronica.

Ebbene, nel libro il medico riferiva di avergli procurato la guarigione completa dalla malattia dolorosa con un ciclo di iniezioni peridurali, somministrando un anestetico locale allora disponibile, la cincocaina, e descrivendo la procedura utilizzata in modo preciso e dettagliato.

Tutto era avvenuto nel 1911, ben 26 anni prima che il Prof. Cesare Dogliotti, a Torino, nel 1937, descrivesse e codificasse la tecnica dell’anestesia peridurale.

Quando informai della cosa il Prof. Leonardis, ricordo che fu sorpreso e contentissimo; d’altronde, nell’ambito dell’anestesia nazionale, lui era noto e assai apprezzato per le sue ricerche cliniche sull’anestesia e analgesia locoregionale, che utilizzava correntemente nella pratica quotidiana, mentre in altri ospedali più blasonati del territorio nazionale era una tecnica praticamente sconosciuta.

La notizia che un corregionale fosse stato un pioniere nel campo professionale in cui eccelleva lo aveva reso euforicamente orgoglioso.

Mi disse che la vicenda era troppo importante perché non venisse resa nota alla comunità scientifica e mi assicurò che avrebbe fatto in modo che la mia scoperta venisse pubblicata su una rivista medica prestigiosa.

Poi mi chiese di dargli una copia delle pagine del libro dove se ne parlava perché – parole testuali – «doveva metterle in faccia» a un professore di anestesia dell’Università di Madrid che, ogni volta che si incontravano, gli diceva sempre, per fargli dispetto, che lo scopritore dell’anestesia peridurale era il medico spagnolo Pagés e non Dogliotti.

«Mo voglio vede’ se ’sto spagnolo continua a fare lo sbruffone» – a dire il vero, le parole furono diverse! – «Altro che Pagés, mo che gli faccio vede’ quello che faceva dieci anni prima un medico condotto nella Provincia dell’Aquila, se more de rabbia».

Non finiva mai di ringraziarmi per avergli dato l’opportunità di dimostrare al collega spagnolo quanto valessero i medici italiani, in particolare quelli abruzzesi, soprattutto se aquilani.

Perché il Prof. Leonardis amava profondamente L’Aquila ed era fiero dell’amore che nutriva per la città che lo aveva accolto da giovane e per la quale, con genuina gratitudine, si spendeva tanto sul piano professionale e non solo.

Con la sua scomparsa, avvenuta sedici anni fa di questi tempi, il mondo dell’Anestesia Italiana ha perso uno degli artefici del percorso di emancipazione e valorizzazione di una specialità medica oggi divenuta fondamentale per il progresso della medicina e per l’attuazione di una sanità moderna ed efficace.

Chi, come me, però, ha avuto il privilegio di conoscerlo non potrà mai dimenticarlo e continuerà a parlare di lui alle nuove generazioni di anestesisti, ricordandolo come un grande medico, un Maestro nella professione e nella vita, un esempio da imitare nella pratica quotidiana.

5 commenti riguardo “IN RICORDO DI GIOVANNI LEONARDIS , UN GRANDE DELL’ANESTESIA ITALIANA

  • Giorgio Spacca

    Bravissimo Giorgio nel ricordare il prof Leonardis! Professionista di elevato livello e punto di riferimento scientifico, culturale e anche affettivo per molti di noi. Certamente anche tu lo ricorderai sugli spalti del Federale a tifare per i “suoi ragazzi”…

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  • Colombo De Angelis

    prof Giovanni Leonardis, il mio maestro

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  • Marcello Cimoroni

    Gianvincenzo ti ringrazio anche a nome dei suoi più stretti collaboratori per aver ricordato il Prof Leonardis con parole degne di maggior diffusione in quanto non si parlerà mai abbastanza dei meriti di un luminare dell’Anestesia Italiana quando questa Specialità era agli albori esperenziali e ancora affidata alle suore cappellone che versavano etere nella maschere di Ombredanne con risultati spesso pericolosi per la vita dei pazienti oltre i gravi rischi dell’esito chirurgico degli interventi. Quando ho iniziato a frequentare Il Servizio di Anestesia e Rianimazione al San Salvatore di L’Aquila, nel 1972, Il Prof Leonardis era già famoso insieme al Prof Dogliotti di Torino circa l’indicazione delle analgesie loco regionali e in particolare della Analgesia Peridurale per interventi su pazienti a rischio per Anestesie gassose o per una delle indicazioni principali in Analgesia ostetrica e ginecologica o per interventi sull’addome in Urologia o sugli arti inferiori in Ortopedia. Ci sarebbe tanto da raccontare ma mi fermo e condivido il ricordo di un maestro di professione e di vita che ci ha donato l’orgoglio di una scelta difficile ma piena di soddisfazioni. Grazie ancora. Marcello

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  • Sergio Adriani

    un grande signore e medico eccellente, ha portato L’Aquila sugli scudi.
    Sarà sempre nel cuore di noi aquilani.
    Ben rivisto professo Leonardis.

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  • Grazia Di Francesco

    il professor Leonardis è stato un vero luminare dell’anestesia ,il nostro grande maestro, e,per le sue incredibili doti di umanità ed empatia anche un papà nel nostro percorso formativo e professionale..una grandissima persona che non smette di mancarci.. a noi allievi e a moltissimi pazienti. un abbraccio ,Giovanni

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