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UN SIRENTE DI SCRITTORI, PRESENZE LETTERARIE NEL NUOVO LIBRO DI MASSIMO SANTILLI

Mi è bastato sfogliare il nuovo libro di Massimo Santilli, Sirente, sconosciuto stupore. Una montagna d’Abruzzo e la sua valle (Ortona, Menabò, 2026), dopo che ero stato invitato ad intervenire alla sua presentazione nella Chiesa di San Leonardo a Calascio (lo scorso 21 agosto, il volume è stato presentato presso il convento francescano di Castelvecchio Subequo ottenendo un ampio riscontro di pubblico), perché mi venissero in mente questi versi montaliani: «Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Io so bene cosa non sono: uno storico, un archeologo, un esperto d’arte e d’architettura, un folklorista, un geografo, un agronomo e tante altre cose. Santilli infatti, con una passione – oltre che con una competenza – che fa di questo libro un “atto d’amore”, rende un ritratto complessivo della montagna del Sirente, della sua valle (quella Vallis Subequanae di cui non soltanto ricostruisce il ruolo nell’attività agro-pastorale della regione, ma di cui segue gli sviluppi storici, riflettendo sulle problematiche attuali e sulle qualità da valorizzare) e dei suoi paesi, analizzandone la storia, il paesaggio, i resti archeologici, le chiese (con un’attenzione particolare alle presenze francescane) e i loro affreschi, così come le tradizioni, tanto quelle tramandate oralmente quanto quelle testimoniate da studiosi, viaggiatori e letterati. Non avendo competenza in nessuna di queste materie, so che non voglio (o meglio non posso) occuparmene. Visto che la mia materia – se così si può dire – è la letteratura, posso parlare di quegli autori che Santilli cita come testimoni di un territorio, della sua storia, della sua civiltà.

Il primo è Massimo Lelj (1888-1962), di Tione degli Abruzzi, che dedicò al suo luogo natio il suo primo e più famoso romanzo, Stagioni al Sirente (Firenze, 1933). Laureato in giurisprudenza, Lelj, che visse a Milano gli ultimi trent’anni della sua vita, fu attivo soprattutto come narratore (sempre sull’Abruzzo avrebbe scritto Romanzetto del Tione, Napoli, 1961) e giornalista, collaborando con testate come “La Stampa”, “La Fiera Letteraria” e il “Corriere della Sera”. Santilli riporta diversi brani della sua opera, uno dei quali, relativo all’attività della vendemmia, colpisce per la sua espressività pittorica – quando non “pittoresca” – che sembra far assaporare non soltanto gli odori della cantina, ma anche gli umori di chi vive quel momento di estasi carnascialesca:

 

«Accanto alla brace che dai ferri continuamente franava, infilati allo spiedo, pezzacci di carne di capra – la più vecchia della morra – stavano ad arrostirsi e venivano sfilati con impazienza, ancora crudi, e stracciati con le mani e coi denti dalle ragazze che portavano il mosto alle botti con le conche calde sul capo, dagli uomini che attorchiavano, preparavano la conserva, facevano la coletta, davano lo zolfo alle botti, appannavano le sportelle con la stoppa, da tutta quella gente che lavorava, girava, raccontava, beveva coletta, masticava, rideva, con la bocca piena. […] Quando il mosto era arrivato a cottura, cedeva il posto al vecchio della casa. Questi provava qualche goccia di mosto, tra l’indice e il pollice, e diceva se si poteva o no imbottare. Una torre mozza, ottagonale, appoggiata ad un angolo di quella specie di chiesa e di cortile ad arcate e grandi travature, era il caldaio, una torre panciuta, con l’ombelico di fuoco, fra due ventagli di pietra, due scalinate, e con le chiome di vapore e di schiuma grassa arruffate».

(M. Lelj, Stagioni al Sirente, Firenze, Vallecchi, 1933; cit. in M. Santilli, Sirente, sconosciuto stupore. Una montagna d’Abruzzo e la sua valle, pref. di D. Maraini, Ortona, Menabò, 2026, pp. 201-202).

 

Il docente e critico teatrale Nicola Ciarletta, in occasione di una commemorazione che ebbe luogo a Tione il 2 giugno 1963, ricordò pubblicamente il valore dell’uomo e dello scrittore; ricordò anche quando, nella Roma degli anni Trenta, Lelj frequentava il Caffè Aragno:

 

«Una figurina snella e finissima, con una testa da Baudelaire e la sigaretta perennemente appiccicata al labbro. Aveva un’aria canzonatoria e parlava poco, con un tono di dolce cantilena, come abbiamo spesso noi Abruzzesi. Avvocato, conosceva bene – anche per essere stato studente di più d’uno di essi – il tavolo dei giuristi. Ma conosceva bene anche il tavolo dei letterati, dai quali era ritenuto uno storico o filosofo o concepitore di idee. Da abruzzese, Egli era ben conscio di ciò che era: era un “uomo di cultura”».

(“Dimensioni”, a. VII, nn. 3-4, Lanciano, maggio-agosto 1963, p. 29)

 

Un altro importante autore citato da Santilli è Giovanni Titta Rosa (1891-1972), nativo di Santa Maria del Ponte, oggi frazione di Tione. Amico di Lelj ma anche di Nicola Moscardelli (di Ofena), dopo aver collaborato con riviste come “Lacerba” e “Riviera ligure”, negli anni Venti si spostò a Milano per diventare critico letterario di quotidiani come l’“Avanti”, “La Stampa” e il “Corriere della Sera”. All’attività di saggista, alternò quella di poeta (vinse il Premio “Chianciano” con la raccolta Poesie di una vita, Milano, 1956) e di narratore (Il varco nel muro, Lanciano, 1931, gli valse il Premio “Bagutta”). Sull’Abruzzo raccolse una serie di prose dal titolo L’Avellano (Torino, 1943).

Sempre a proposito della vendemmia, Santilli riproduce questo brano di Titta Rosa:

 

«Le strade odorano di melecotogne e d’uva, e dalle porte spalancate delle cantine esce il fumo delle caldaie schiumanti di mosto, fra le voci aspre e clamorose dei pigiatori. Poi, caduta la sera, in ogni cantina ecco schiarar le lucerne appese al soffitto; e nel fumo del bollore che s’alza vigoroso dalle caldaie si intravedono braccia nude e facce sudate. […] Tutto il paese fa la veglia, tra le vasche e le botti, e mangia sorbe bagnate nel mosto e tracanna bicchieri di vino fermentato, che sprizza vivido e vermiglio dai tini coperti di graspi. Solo all’alba, quando la stella del giorno è lassù a sfiammare nello spazio, e annunzia il primo chiarore, il paese va a riposare».

(G. T. Rosa, Immagini dell’Aquila ed altre immagini d’Abruzzo, Bologna, Firenzelibri, 1985; cit. in M. Santilli, Sirente, sconosciuto stupore, cit., pp. 204-205)

 

Le differenze con lo stile di Lelj sono evidenti; alla narrativa di Titta Rosa, si adattano le considerazioni del poeta e critico peligno Ottaviano Giannangeli sulla sua produzione in versi: «… anche in essa si trasferisce quella ricerca di essenzialità, quel pudore, quella mimesi di natura scabra che egli opera sul ricordo della sua terra e della sua gente» (“Oggi e Domani”, a. X, n. 1-2, Pescara, gennaio-febbraio 1982, p. 23).

 

Un altro autore del Sirente è Evandro Ricci (n. 1927), che Santilli cita per i suoi studi archeologici riguardanti l’ubicazione dell’antica Superaequum (pur non condividendo le conclusioni delle sue indagini, la stima di Santilli per Ricci è ampiamente dichiarata), ma che è anche un apprezzato poeta nel dialetto di Secinaro (dove si trasferì ancora bambino dalla natia Roccacasale); debuttò con una silloge intitolata Ju Surente nustre (Sulmona, 1966), con la prefazione di Ottaviano Giannangeli (il cui nonno paterno era secinarese). Ci tengo a riportare una sua poesia carica di suggestioni paesaggistiche, oltre che emotive:

 

SO’ REVENUTE A JU SURENTE

 

So’ revenute, i ju Surènte ancora

m’ha rabbracciate da Valle Nserrata

a ju pìschie ’lla Fossa ’jju Cavajje

onda l’àquela ardita spanne ju vole

i jetta l’ombra a le vallate ntatte;

onda la neve bianca ci ha lassate

le bellezze de na vèrgene santa.

So’ revenute a camenè deritte

pe salle ncima, i pare de renasce

che’ st’aria fina, ju ventarijje doce,

la voce de ju fagge che già canta

la canzona che nasce da ju core

grusse de nu gegante tante bûne.

 

So’ revenute, fijje ’jju Surènte,

a revedè capulavore d’arte:

se suvrappunne colle ncima a colle,

pìschie che’ pìschie, pare che se move

cumma l’onna de mare che camina;

nu merlette che nse repete maje,

vàrie cumma cadenza de nu sûne

d’armòneca sunata da ju ciele.

 

So’ revenute a ssapurà sta pace:

chiare j’azzurre, lìmpede ju ciele

fanne rescontre che’ ju bosche verde

ncurniciate d’avorie mmaculate

ncastunate de gemme relucente.

A resentì la voce de nu padre:

è n’òrgane che sôna sinfunî

che rìmpiene quest’aria atturne atturne

che’ nu cumplesse ntere de struminte:

sûne de sinfunî de la natura

musecata da l’ànema de Ddìe.

A la voce de fagge i de vullane

je responne la macchia de le cerque…

sinte cumma nu sense de mistere,

te vê nu sense, iscì, de smarriminte…

te pare che ju core i la natura

so’ fatte nziema de materia uguale.

 

Ji so’ sicure ca ju Padraterne

j’ha beneditte sempre che’ ju ragge

durate de ju sole che se scerne

tra ju fujjame fûte de ju fagge.

 

(«SONO RITORNATO AL SIRENTE – Sono ritornato, e il Sirente ancora / mi ha riabbracciato da Valle Inserrata / al picco della Fossa del Cavallo, / dove l’aquila ardita spande il volo / e getta l’ombra alle vallate intatte; / dove la neve bianca ci ha lasciato / le bellezze di una vergine santa. / Sono ritornato a camminare diritto / per salire in cima, e pare di rinascere / con quest’aria fina, il venticello dolce, / la voce del faggio che già canta / la canzone che nasce dal cuore / grosso di un gigante tanto buono. // Sono ritornato, figlio del Sirente, / a rivedere capolavoro d’arte: / si sovrappongono colli in cima a colli, / picchi con picchi, pare che si muova / come l’onda del mare che cammina; / un merletto che mai si ripete, / vario come cadenza di un suono / di armonica suonata dal cielo. // Sono ritornato ad assaporare questa pace: / chiaro l’azzurro, limpido il cielo / fanno riscontro con il bosco verde / incorniciato d’avorio immacolato / incastonato di gemme rilucenti. / A risentire la voce di un padre: / è un organo che suona sinfonie / che riempiono quest’aria attorno attorno / con un complesso intero di strumenti: / suono di sinfonie della natura / musicate dall’anima di Dio. / Alla voce di faggio e di nocciolo / risponde la macchia delle querce… / senti come un senso di mistero, / ti viene un senso, sì, di smarrimento… / ti pare che il cuore e la natura / siano fatti insieme di materia uguale. // Io sono sicuro che il Padreterno / lo ha benedetto sempre con il raggio / dorato del sole che si vede / tra il fogliame folto del faggio»; E. Ricci, Ju Surente nustre. Versi in dialetto di Secinaro, pref. di O. Giannangeli, Sulmona, D’Amato, 1966, pp. 51-52).

Con questa poesia, voglio ringraziare Massimo Santilli per aver raccolto, nelle circa quattrocento pagine di questo volume (corredato di un poderoso apparato iconografico), decenni di studi indefessi, dimostrando di sapersi muovere abilmente sia nella ricerca archivistico-bibliografica (non dimentichiamo i suoi trascorsi di bibliotecario presso la Biblioteca provinciale “Salvatore Tommasi” dell’Aquila) che nell’analisi delle testimonianze orali raccolte nel corso delle sue ricognizioni etno-antropologiche, ma soprattutto per aver dato prova ancora una volta di come l’amore per la propria terra, al di là di ogni angusto provincialismo, offra innumerevoli possibilità di riflessione e di crescita personali, dando modo all’avvenire di accoglierci migliori, sicuri della nostra storia.

 

 

Andrea Giampietro

 

 

Un commento su “UN SIRENTE DI SCRITTORI, PRESENZE LETTERARIE NEL NUOVO LIBRO DI MASSIMO SANTILLI

  • Concezio Leonzi

    Questa puntuale recensione di Andrea Giampetro illumina il lettore e genera in lui il piacere di immergersi nel mondo degli affetti che avvolge gli scrittori analizzati. E che scrittori! Complimenti.

    Risposta

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