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IL DISCORSO DI APERTURA DELLE MANIFESTAZIONI PER LA PERDONANZA DEL SINDACO PIERLUIGI BIONDI

di Pierluigi Biondi*

L’AQUILA – Care cittadine e cari cittadini, autoritĆ  tutte e gentili ospiti,

L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 si arricchisce della cerimonia di
accensione del Tripode della Pace, che segna l’inizio della Perdonanza celestiniana.

Il Fuoco del Morrone – che resterĆ  acceso sino ai vespri del 29 agosto, evoca
l’affettuosa devozione degli aquilani verso Papa Celestino V: un rito moderno che
entra di diritto a far parte di quei valori, sostanza dell’identitĆ  e della storia della
nostra cittĆ  e del nostro territorio.
Nel rivolgere il ricordo mai sopito e un pensiero di affetto per le 309 vittime
del 2009, cuore della rinascita dell’Aquila, non possiamo non elevare una preghiera
per chi ha perso la vita nel terremoto del Centro Italia (più noto come il terremoto di
Amatrice), del quale domani ricorre il decennale.
Quest’anno il Fuoco del Morrone arde anche in memoria delle vittime del
sisma di Amatrice con l’augurio che la sua luce riaccenda la speranza lƬ dove sembra
svanita e la renda più forte là dove resiste.
Il gesto laico, quale espressione della MunicipalitĆ , di accensione del Tripode –
che esalta l’indulgenza d’agosto, concessione per la pace che lo stesso Celestino V
ristabilƬ tra le fazioni cittadine – ĆØ carico di quelle tematiche celestiniane tanto
profonde quanto determinanti nella sua epoca e ancora di più in questi tempi
complicati.

Cantore della Pace, Francesco d’Assisi – del quale quest’anno viene celebrato
l’ottavo centenario della sua morte anche all’Aquila – durante la quinta crociata, si
recò sino in Egitto alla ricerca di un possibile dialogo che potesse condurre alla pace
tra cristiani e musulmani.

Armato solo della fede, attraversò la linea del fronte, per incontrare
nell’accampamento musulmano, il sultano Malik Al-Kamil che, non solo lo accolse
con rispetto, ma si intrattenne a parlare con lui di religione e di pace, per poi lasciarlo
tornare, munito di lasciapassare, verso le linee controllate dai crociati.

Questo avvenimento è stato consegnato alla storia come il più importante
incontro tra il mondo cristiano e quello islamico, tanto da essere ricordato
nell’undicesima delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san
Francesco, attribuite a Giotto, che possiamo ammirare nellaĀ Basilica superiore di
Assisi.
Assisi, cittĆ  alla quale lo scorso anno ĆØ stato attribuito il Premio del Perdono,
per l’impegno della sua comunitĆ  nella costruzione della pace.

Due comunitĆ  Assisi e L’Aquila che – guidate dalle rispettive istituzioni
religiose e laiche – si sono riconosciute e trovate per esplorare insieme un percorso di
crescita nella certezza di incontrare e accogliere nel loro cammino altre realtĆ 
comunitarie, perché ognuno può contribuire, nel proprio piccolo, alla costruzione
della pace.

Il nostro Celestino rappresenta la coscienza militante della pace in un mondo
inquieto, in cui la strategia bellica prevede anche la distruzione dei centri urbani, fatto
questo che ci ripota alla mente decisioni devastanti del Novecento.

Credo che dovremmo rileggere tutti il discorso che Giorgio La Pira tenne a
Ginevra in occasione del comitato internazionale della Croce Rossa sul Valore della
cittĆ , a perpetua memoria di quanto accadde a Hiroshima e Nagasaki.

ā€œTutti si chiedono: gli Stati hanno il diritto di distruggere le cittĆ ? La risposta
secondo noi deve essere negativa! Le generazioni attuali non hanno il diritto di
distruggere una ricchezza che ĆØ stata loro affidata in vista delle generazioni future!ā€,
affermava La Pira, ribadendo il diritto delle cittĆ  a sopravvivere e quindi il dovere
degli amministratori di operare per la pace.
ā€œMai più la guerraā€, esortava anche Paolo VI nel suo storico discorso alle Nazioni
Unite il 4 ottobre 1965, proprio nel giorno dedicato a San Francesco.

ā€œMai più la guerraā€ esclama Leone XIV citando Papa Montini, manifestando cosƬ la
sua idea del ruolo della Chiesa rispetto agli attuali conflitti.

Sua SantitĆ  descrive la Chiesa come un grande popolo a servizio della
riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, aggiungendo che il
contrasto fra tenebre e luce non ĆØ soltanto un’immagine biblica, ĆØ una esortazione a
credere nella speranza, perchĆ© la pace ha il respiro dell’eterno.

Ma c’è differenza tra la speranza laica e quella della Chiesa, quella di
Celestino?

La speranza per la Chiesa è una virtù teologica fondata sulla promessa e sulla
grazia di Dio e orientata alla vita eterna, capace di sperare contro ogni speranza
terrena.

La speranza laica ĆØ un’attesa immanente radicata nella ragione, ĆØ frutto
dell’esperienza dell’uomo e della donna, si definisce nel tempo storico, mira al

progresso sociale, alla giustizia, alla libertĆ , alla dignitĆ , la pace, in questo caso, ha il
respiro della mediazione, della diplomazia.

Come uomo di fede non posso che credere che la Pace abbia il respiro
dell’Eterno, ma come uomo dell’amministrare ho l’obbligo di impegnarmi affinchĆ© la
Pace abbia il respiro della mediazione.
E, come aquilano mi fa piacere condividere con voi le parole che Ignazio
Silone fa dire a Papa Celestino V a chi gli chiedeva di benedire i soldati in partenza
per la guerra: ā€œVe lo ripeto una volta per sempre: non posso benedire alcuna impresa
di guerra. Col segno della Croce e i nomi della Trinità, si può benedire il pane, la
minestra, l’olio, l’acqua, il vino, se volete anche gli strumenti da lavoro, l’aratro, la
zappa del contadino, la pialla del falegname, non le armi. Se avete bisogno di un rito
propiziatorio, cercatevi qualcuno che lo faccia nel nome di Satanaā€.

*Sindaco dell’AquilaĀ 

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