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L’OME, L’ACQUE, LE CALLE, LU FEUCHE I…

L’OME,L’ACQUE,LE CALLE, LU FEUCHE I…
(L’uomo,l’acqua,il caldo il fuoco e…)

di Ennio Bellucci

Che brutte cause stenne a succerre
‘st’estate.So settemane che fa’ ne calle
che nen’ se po’ resiste. A ‘na fraiche de
paioisce  n’iesce manche l’acque alle chese.I fieume so’ assutte e sicche strinete.Sopre alle muntegne,
caile avete i ilate, andò na’ vote resestivene i ghiacciai i faceve sempre le fridde, s’è squajjete tutte. Pare ca le cemetelle henne aveute
n’attacche de cacarelle ….è reventate tutte lisce
e ‘ncialefanate.Ma l’ome che fa’! Guarde, chiecchiere e ne’ pijje nesciune provvedimente.
Sole …bla…bla…bla.Intante se stemme arraffussa’ ‘nche le mene nostre.Spennemme solde chiu’ solde pe’ fabbreche’ i accatta’ fucioile, bombe, metraglie, missele, drone, nave i aerei pe’ bumbarda’,i fa’ la uerre. Na cause assurde, da’cifiolle, che ne’ ce se po’ crerre. A ciorte parte de sta’ terra , ‘nu tiompe belle, puloite i confortevole, ci stenne ‘na fraiche de cristiene: cetelijje, femmene, giuvene i viocchie, che se murene de fame.Nz’hemne che magne’, s’ammelene i ne’ se puonne cura’ perché menchene le merecioine.Povere a neuu…! Che brutta fine stemme a fa’. I a quante pare, ne’ mettemme iurizie.Mo ce s’è  misse peure lu feuche.Sta’ arrabbrusce’ i a ‘ncenerojje ste belle montagne i colline nostre. Le verde i l’ aria bbone
stenne pe’ scumparojje. Hemme scupiorte ca ne’ semme attrezzete pe’ rammurojje le fiamme.Tenemme sole poche ” canadair” , gl’apparecchie che pijjene, puortene i iottene
l’acque sopre a le fiamme. Azzo’…I pe’ forze…Emme sprecate,ittate i solde, i asse’ peure , a cince i a purcelle , come receve Tatone. Invece de penza’ a i sperele , alle scole, a tutela’ l’ambiente….allu prosseme.
Ci sta’ ancaure na’ pussebbeleta’, peccerelle ma  ci sta’.Recumenzemme a pensa’  paddavaire,ai nepeute,ai figlie nuostre, a caile i cojje che vionne dope de neuu.Proime che succerre…ne’ le vuojje manche ricere i ‘mmaggene’ ….   i che revente troppe tarde….”Chiu’ scheure de la mezzanotte ne’ po’ menojje”….recivene iantoiche.Ma viste i tiompe che currene….ne’ ne so’ cusci’ secheure!

 

 

di Claudio Lattanzio 

Il Morrone che brucia non è soltanto una montagna ferita. Nella nuova poesia in dialetto pratolano di Ennio Bellucci diventa il simbolo di un mondo che corre nella direzione sbagliata, consumando risorse, distruggendo l’ambiente e dimenticando troppo spesso le persone più fragili.

“L’ome, l’acque, le calle, lu feuche i…” nasce dall’emergenza di questi giorni, dalle fiamme che stanno divorando boschi e versanti, dal caldo soffocante, dalla siccità e dalla scarsità d’acqua. Ma il racconto di Bellucci va ben oltre la cronaca dell’incendio. Il fuoco del Morrone è soltanto il punto di partenza per una riflessione amara e, allo stesso tempo, profondamente civile sulla società contemporanea.

Con il linguaggio immediato e popolare del dialetto pratolano, Bellucci mette in fila le contraddizioni del nostro tempo. I fiumi che si prosciugano, i ghiacciai che scompaiono, le montagne che cambiano volto e un caldo sempre più difficile da sopportare raccontano un ambiente che lancia segnali ormai impossibili da ignorare. Eppure l’uomo, osserva il poeta, continua a guardare, discutere e rinviare, affidandosi a quel “bla… bla… bla…” che diventa una delle immagini più efficaci del componimento.

La denuncia si fa ancora più forte quando Bellucci sposta l’attenzione sulle priorità della società. Da una parte enormi risorse destinate a fucili, bombe, missili, droni, navi e aerei da guerra; dall’altra ospedali, scuole, ambiente e servizi essenziali che troppo spesso devono fare i conti con risorse insufficienti.

È un contrasto che il poeta restituisce senza giri di parole. Mentre si trovano soldi per alimentare conflitti e strumenti di distruzione, in altre parti del mondo bambini, donne, giovani e anziani continuano a morire di fame o non riescono a curarsi perché mancano medicinali e assistenza. E anche nelle nostre comunità cresce la sensazione che la sanità e la protezione delle persone più deboli non ricevano sempre l’attenzione che meriterebbero.

Poi arriva il fuoco. Quello vero. Quello che in questi giorni sta annerendo il Morrone, cancellando il verde e mettendo a dura prova uomini e mezzi impegnati nello spegnimento. Bellucci si interroga anche sulla capacità di affrontare emergenze che, con il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature, rischiano di diventare sempre più frequenti.

La riflessione sui pochi Canadair disponibili assume così un significato più ampio: non è soltanto una considerazione sull’emergenza di queste ore, ma una domanda sulle scelte compiute negli anni. Quanto abbiamo investito davvero nella prevenzione, nella tutela delle montagne, nella sanità, nelle scuole e nella sicurezza del territorio? E quanto, invece, abbiamo destinato ad altre priorità?

Il dialetto rende la denuncia ancora più incisiva perché la riporta dentro le case e dentro la memoria collettiva. Non è il linguaggio distante delle statistiche o dei grandi convegni internazionali. È la voce di una comunità che osserva la propria montagna bruciare e si domanda quale mondo stiamo costruendo.

Nel finale, però, Bellucci lascia aperto uno spiraglio. Una possibilità, per quanto piccola, esiste ancora. È quella di ricominciare a pensare davvero ai figli, ai nipoti e a coloro che verranno dopo di noi. Significa cambiare priorità prima che sia troppo tardi, recuperando il rispetto per l’ambiente, per la vita e per una società capace di non lasciare indietro nessuno.

La vecchia espressione popolare citata dal poeta, “Chiu’ scheure de la mezzanotte ne’ po’ menojje”, sembrerebbe lasciare spazio alla speranza. Ma Bellucci aggiunge subito un dubbio: visti i tempi che corrono, non ne è più così sicuro.

Ed è forse proprio questo il messaggio più forte della poesia. Il Morrone che brucia riguarda tutti. Non soltanto chi vive ai suoi piedi o chi in questi giorni combatte contro le fiamme. È un avvertimento che dovrebbe interrogare ciascuno di noi sul modello di sviluppo che abbiamo scelto, sulle risorse che continuiamo a consumare e sulle priorità che decidiamo di finanziare.

Perché spegnere un incendio è indispensabile. Ma ancora più importante sarà capire cosa fare dopo, quando il fumo sarà scomparso e resteranno davanti ai nostri occhi le ferite della montagna.

 

di Francesco Barone
(Docente Universitario
Ambasciatore di Pace nel mondo)

Un’ altra interessante poesia dialettale di Ennio Bellucci che “suona’ come un grido di allarme rispetto a tutto ciò che sta accadendo nel mondo. Lo spunto parte dall’ incendio del monte Morrone a pochi chilometri dalla sua abitazione, una vista che gli genera profondo dolore. I suoi versi inducono a inevitabili riflessioni su quanto sta accadendo nel pianeta nell’ ultimo periodo. Il caldo eccessivo, la carenza di acqua, lo scioglimento dei ghiacciai, il riscaldamento globale, tutti fattori che stanno mettendo a dura prova la vita delle persone. La poesia di Bellucci pone l’ accento su diverse questioni che interessano l’intera umanità: i cambiamenti climatici, le biodiversità, l’ inquinamento e rincorsa agli armamenti. Si tratta di grandi crisi che richiedono interventi urgenti da parte dell’ uomo, rispetto alla vita, all’ energia, all’ acqua e al cibo. Ciò richiede l’utilizzo delle risorse in maniera sostenibile, per questo, trasformare i sistemi sociali ed economici significa migliorare la nostra convivenza con la natura e con le persone, comprenderne il valore e metterlo al centro del processo decisionale. In questo mondo della globalizzazione siamo autori dell’ indifferenza e del relativismo, sembra che tutto ciò che accade attorno a noi non ci riguardi. E invece, deve riguardarci, eccome! “Poi noi. Che brutta fine stiamo facendo!”. Il fuoco sta bruciando queste belle montagne e colline attorno a noi. Nel leggere sembra mancare l’ ossigeno. Nella poesia dell’ Autore è racchiuso il “fuoco” del suo pensiero: il desiderio di un mondo migliore e più equo. Inoltre, la sua posizione di fronte a un bivio: da una parte la strada della chiusura e della rassegnazione, dall’altra il percorso dell’ apertura che osa superare la barriera del finito per orientarsi verso l’infinito e la verità. E quelle lingue di fuoco, viste dalla finestra della sua abitazione non possono rappresentare il finito. Dalla lettura delle parole di Ennio Bellucci il sogno di lasciare a chi viene dopo un mondo più pulito dove sarebbe bello vedere definitivamente spenti i fuochi delle guerre. Il processo erosivo di deumanizzazione sta trasformando l’uomo da essere umano ad essere privo dei tratti somatici dell’ umanità. Per questa ragione, il monito dell’ Autore ci richiama nuovamente a riflettere sul binomio poetico tra fuoco e spirito, in un mondo che rischia di diventare sempre più incandescente.

 

4 commenti riguardo “L’OME, L’ACQUE, LE CALLE, LU FEUCHE I…

  • Daniele Ciarfella

    Caro Ennio,
    una esatta disamine degli eventi attuali e,delle condizioni
    in cui si trova Madre Natura.
    Che disastri,dici bene tu,
    uno scatto da parte di tutti, al fine di cambiare ritmo sulla terra,altrimenti tra non molto non si vedra’ piu’ il chiaro di luna.
    Speriamo in bene.

    Risposta
  • un grido di allarme forte e chiaro.Non c’è più tempo da perdere. E in gioco il futuro di tutti noi , dei nostri figli e nipoti.Basta con promesse e vane dichiarazioni d’intenti ….che lasciano il tempo che trovano. Occorre agire, cambiare modo di pensare e di fare…ed anche in fretta.Grazie Ennio, sensibile e attento ai fatti , agli avvenimenti ed alla realtà che ci circonda. Bravi Lattanzio e Barone….che nei loro commenti rafforzano e rilanciano questa denuncia, questa richiesta ( quasi disperata) di cambio di rotta…

    Risposta
  • La poesia di Ennio Bellucci arriva come un pugno: un invito a svegliarsi, a prendere coscienza di ciò che sta accadendo. È stata un’estate anomala, segnata da un caldo che non è solo fatica fisica ma anche “desolazione” mentale. In questo scenario, quasi naturalmente, ci preoccupiamo di noi stessi, ma Ennio ci ricorda che dovremmo guardare anche a chi verrà dopo di noi, a chi troverà un disastro che, in qualche modo, abbiamo contribuito ad alimentare.

    Colpisce il passaggio in cui Bellucci denuncia i soldi spesi per le armi: fa paura pensare che l’uomo continui a farsi la guerra mentre il mondo intorno brucia, si prosciuga, si ammala. L’immagine che propone “Spennemme solde chiu’ solde pe’ fabbreche’ i accatta’ fucioile, bombe, metraglie, missele, drone…” richiama alla mente quelli che pretendevano che gli orchestrali continuassero a suonare mentre il Titanic affondava: una scena tragica, surreale, che racconta perfettamente la nostra incapacità di fermarci e guardare davvero ciò che sta succedendo.

    Non è la visione catastrofista di un uomo che vede bruciare le montagne davanti a casa sua. È una velata amarezza che non nasce dalla nostalgia, ma dalla sensazione, ormai diffusa, che tante cose stiano cambiando troppo in fretta. E così come l’umanità fatica a riconoscere questo nuovo tempo, anche la natura sembra lanciare segnali sempre più chiari.

    Per questo, la poesia di Bellucci non è soltanto un testo poetico: è una riflessione profonda sulla direzione che l’umanità sta prendendo. Ma c’è una luce in fondo al tunnel quando Ennio ricorda che “Chiu’ scheure de la mezzanotte ne’ po’ menojje”. Auspichiamo che sia davvero così.

    L’arte e in questo caso la poesia, assume un valore fondamentale quando ci riporta al senso vero delle cose. Bellucci, in questi versi, ci riesce perfettamente. Grazie Ennio!!

    Un’ ultima cosa
    Eh basta con questo interminabile “bla… bla… bla…”.

    Risposta
  • Gaetano Villani

    * Gaetano Villani. Difficile commentare dopo Lattanzio e Barone. Ieri, percorrendo l’ Autostrada, ho provato molta tristezza vedendo quelle estese macchie scure sulle pendici del Morrone. Ho ripensato alla lirica del mio amico Ennio Bellucci e alla veridicità di tutto quello che ha scritto. Poi, questa mattina, sul Centro leggo tutte le inadempienze della Regione contenute nel piano antincendio: scarse risorse, scarsi monitoraggi, scarsi coordinamenti. E allora, caro Ennio sei troppo ottimista quando dici che più nero della notte non c’è niente. * già Presidente del Consiglio Comunale di Manoppello

    Risposta

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