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VIAGGIO NEL TEMPO …CON ANTONIO DE NINO

I CANTASTORIE  E LE LEZIONI PER ASPETTO

A cura di Mauro Cianfaglione
 
Verso la fine dell’Ottocento la scuola venne chiamata a contribuire alla costruzione della coscienza civile della nuova nazione unitaria, non limitandosi alla trasmissione di nozioni, ma ad educare il carattere, a suscitare sentimenti ed a orientare le azioni. In questo contesto si colloca la pubblicazione del 1888 di STUDI DI PEDAGOGIA ED ETICA (Ditta G.B. Paravia e comp., Figli di I. Vigliardi – Tipografi, librai, editori, Torino, Roma, Milano, Firenze), dove emerge di come il pensiero di Antonio De Nino seppe coniugare l’interesse etnografico per la cultura popolare con una moderna sensibilità pedagogica.
Nel racconto I Cantastorie e le lezioni per aspetto, De Nino evidenzia come i principi morali diventano realmente educativi solo quando riescono a commuovere, a parlare all’immaginazione e ai sentimenti dell’allievo. Da qui la proposta delle cosiddette lezioni per aspetto, ovvero un insegnamento che si avvalga di immagini, scene e rappresentazioni concrete per rendere visibili le conseguenze delle azioni umane e favorire un’autentica interiorizzazione dei valori, richiamando le riflessioni di Herbert Spencer e di Antonio Labriola, riconoscendo che il comportamento umano è guidato più dal sentimento che dalla mera conoscenza intellettuale. L’educazione etica, dunque, non può ridursi a un elenco di massime: deve coinvolgere l’intera persona, facendo leva sulle emozioni come motore della volontà.
 
Era giorno di mercato. Nella piazza, a un angolo, si vedeva uno straordinario aggruppamento di persone. Un cieco sonava il violino e cantava. Una vecchia sonava la chitarra e cantava. Uno zoppo, con una canna in mano, spiegava la rappresentazione di un quadro, ogni volta che si sospendeva la musica e il canto. Nel quadro era rappresentata una donna che gettava nel forno un bambino. E quella donna, secondo la spiegazione dello zoppo, era una vedova che, per isposarsi un terzo marito di nobile casato, faceva quel po’ po’ di sacrificio!
La gente era tutt’ occhi e tutta orecchi. Che commozione! Mentirei se non dicessi ch’ ebbi una strana commozione anch’ io.
Ma venne per me il momento della riflessione. Che cosa vuol dire quel fatto? Quale n’è la moralità? Ecco la passione acceca. L’ambizione è feroce. Io però continuavo a ragionare fra me e me: Se lo zoppo, senza il sussidio del quadro, avesse detto: Signori miei, dovete sapere che l’ambizione rende l’uomo feroce che la passione acceca; gli avrebbero risposto: tutti non Grazie tante! Lo sa ogni fedel corbello! Ma i cantastorie che la sanno più lunga, non si contentano di parlare al solo intelletto: parlano anche ai sensi. Se avessero parlato al solo intelletto, e avessero conchiuso: Non si deve essere ambiziosi; ognuno deve dominare le passioni, avrebbero attirato nessuno intorno a loro. Così pure se avessero semplicemente narrato col canto quel tale fatto. Certo, non sarebbe mancata l’attenzione; ma non si sarebbe ottenuto quel successo spettacoloso. Il successo commovitivo si deve dunque alla rappresentazione della scena in quel quadro.
Lasciamo ora i cantastorie; e veniamo alla scuola. Perchè gli scolari rimangono indifferenti, quando il maestro insegna precetti morali? Dice il maestro: Non si deve rubare. E forse in quel mentre uno scolaro grida: Signor maestro, mi si son presa una pennina! Perchè, insomma, al semplice precetto si resta indifferenti? Il perchè è questo: il maestro non sa commuovere. Ora la commozione non nasce, se non alla presenza di una scena reale o di una viva rappresentazione. Il popolo romano, secondo la leggenda, si sarebbe commosso fino a quel segno che tutti sanno, dopo la morte di Lucrezia, se Bruto e Colla-tino non avessero esposto in pubblico il cadavere della suicida? E, quando fu trafitto Giulio Cesare, non si fece una specie di rappresentazione per eccitare la moltitudine contro i parricidi?
Nella scuola dunque, così come nella famiglia, nella chiesa, ecc., l’insegnamento morale non avrà mai la massima efficacia in pratica, se prima non si giunge a commuovere. Oramai tutti predicano che l’insegna-mento nelle scuole debba essere reale; e non si parla d’altro, che di lezioni di cose. Ma se, nella parte speculativa, è indispensabile l’insegnamento con gli oggetti, perché non si farebbe lo stesso nell’insegnamento popolare dell’etica? Se non è possibile insegnarla, mettendo sott’occhio le azioni reali, perché non si ricorre a quelle che i Tedeschi dicono lezioni per aspetto? Non è forse una lezione per aspetto quella del cantastorie? O perché dunque non si mettono nelle scuole quadri murali rappresentando azioni, da cui si possano trarre ammaestramenti pratici? Con le rappresentazioni sotto gli occhi, il racconto del fatto o la spiegazione, che dir si voglia, della rappresentazione, sarebbe di un’efficacia immensa. Le rappresentazioni parlerebbero alla fantasia e la pratica nella vita ne sarebbe una conseguenza spontanea. Bisogna persuadersi che noi non ci moviamo, se non sentiamo. << La causa del movimento è un sentimento e non una cognizione»; disse lo Spencer . Anche il Labriola, parlando dell’insegnamento storico, in cui si debbono fare le stesse osservazioni fatte per l’insegnamento etico, dice con molta ragione: << Io sono cosi lontano dal credere che i tipi astratti delle cose e degli uomini sieno atti a produrre alcun effetto educativo, che bandirei assai volentieri dall’insegna-mento ogni forma d’interpretazioni moralistiche; onde tutto la sforzo si concentri nel dare idee di uomini vivi e reali palpitanti dei moti degli animi loro. La precettistica umana gli è cosa del tutto superflua, perché non è nella forma intellettiva della massima, che sia riposta la forza regolatrice del volere. »
Tutto questo deve però intendersi pel primo stadio dell’istruzione, quando, cioè, si parla più agli occhi che agli orecchi. Quindi è lodevolissimo questo desiderio dell’ Uttini: << Di stampe educative vorrebbero essere tappezzate le pareti della casa e della scuola.>>
 STUDI DI PEDAGOGIA ED ETICA di Antonio De Nino-pag  32-Ditta G.B. Paravia e comp., Figli di I. Vigliardi – Tipografi, librai, editori, Torino, Roma, Milano, Firenze)

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