FRANCESCO GUCCINI E IL CARDINALE MATTEO ZUPPI: IMPARARE A VIVERE SENZA AMMAZZARE
BOLOGNA – Francesco Guccini e il cardinale Matteo Maria Zuppi si sono conosciuti il 10 marzo 2016 al Binario 21 della Stazione Centrale di Milano. L’occasione del loro primo incontro ĆØ stata la partenza del “Treno della Memoria”, un viaggio organizzato verso il campo di sterminio di Auschwitz insieme agli studenti di una scuola media di Gaggio Montano. Ne nacque un’amicizia sincera. Zuppi ha dedicato a Francesco questa lunga e commovente lettera. “Non era un accordo cosƬ definito come quello che Francesco stabilƬ con Piero, circa lāimpegno a tornare e a dare informazioni di prima mano sul dopo ma, una sera, parlando dellāultimo saluto, Francesco disse che sarebbe stato contento della mia presenza, con annessi e connessi, per poi aggiungere che, qualora le parti si fossero invertite, lui avrebbe potuto, in Cattedrale o dove non so, presenziare con il suo saluto.
Tocca a me. Credo, però, che tutti abbiamo qualcosa da dire a Francesco: non sappiamo con precisione, (con una certa presunzione ci illudiamo di volere e soprattutto capire tutto) cosa vedi, la pienezza di quella luce che in realtĆ hai intuito da qui e hai saputo scorgere nella bellezza struggente e infinita della vita. Dicevi di te di essere “agnostico possibilista”. In ricerca. Una cosa ĆØ certa: ci sembra impossibile salutarti e misurare lāassenza, come hanno fatto tantissimi amici tuoi (quanti ne avevi!) che si sono sentiti tutti un poā più soli. Assenza ma anche presenza.
Abbiamo letto tante osservazioni, emozioni, tutte personali e positive, piene di umanitĆ . Avviene sempre cosƬ nella poesia e nella musica, che donano parole ai sentimenti e generano sentimenti che parlano allāinterioritĆ . La poesia e la musica generano sempre altra poesia e aiutano a far cantare il cuore. Te ne sei andato nelle Ā«stanche, lunghe e oziose ore di agostoĀ» (Canzone dei dodici mesi), con la discrezione e la riservatezza che sono sempre state tue, nascondendo in due sciocchezze quanto sei commosso e poi, in realtĆ , facendoci commuovere per come ti racconti. Abbiamo capito anche quello che stava urlando dentro di te per uscire, e abbiamo capito che bisogna scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietĆ .
Anche il Signore non sopportava i dogmi e i pregiudizi che colpivano il prossimo, i nuovi protagonisti, i rampanti, i furbi e i prepotenti, i re, i militanti severi, la gente vuota, i preti che non sanno guardarsi nel cuore, i materialisti col chiodo fisso che Dio ĆØ morto e che lāuomo ĆØ solo in questo abisso, ma anche i giacobini visionari e i martiri dellāodio e del terrore, quelli che ti paralizzano dicendo che ĆØ per amore, i manichei che gridano o con noi o contro di noi. Le ideologie confondono, fanno male. Hai ragione. “Quelli che piacciono al Signore hanno il cuore grande”. Servono giganti, e quelli che piacciono al Signore non sono i grandi di questo mondo ma quelli con il cuore grande, con tanta umanitĆ , gratuita, che condivide e non calcola, che dona e non possiede.
La poesia ĆØ sempre regalare tutto di sĆ©. Discrezione, garbo, eleganza antica, timidezza ma radici di sapienza antica, Ā«cresciuto tra i saggi ignoranti di montagna, che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesiaĀ». Alieno allāesibizione, eppure delicatissimo nel comunicare. “Non si ĆØ rassegnato a essere cattivo”. Parlando e riparlando del tempo e dei giorni andati, e del mistero del tempo che ha una spiegazione nei nostri legami di amore per cui ĆØ sempre vero per tutti che Ā«io non sono quando non ci seiĀ».
Ć la migliore definizione di Dio, perchĆ© Dio si capisce solo nellāamore, interrogandoci su quale sapore nuovo abbia lāuniverso, perchĆ© la domanda della vita ĆØ sempre proprio questa . Che lāoggi restasse senza domani o che domani potesse tendere allāinfinito? Non si ĆØ rassegnato ad essere cattivo e non hai smesso di sognare e di cercare le ali. Questa domanda per Francesco, e per tutti, ĆØ lāintuizione che ĆØ porta apertissima nel cuore: devāesserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarĆ giusto e dove troveremo il per sempre. “E la mia vita cade in altra vita ed io mi sento solamente un punto, lungo la retta lucida e infinita di un meccanismo immobile e presunto” (Vite).
“L’umiltĆ di chi non ha la supponenza di aver raggiunto traguardiĀ» In questi termini amavi parlare della tua vita, ma non era retorica, era lāumiltĆ , contrario dellāhybris, che appartiene soltanto ai grandi, a chi non ha la supponenza e lāarroganza di avere raggiunto traguardi, ma si muove nelle strade della vita al pari di un pellegrino dallāandatura precaria. Ci hai parlato dellāĀ«eterno gocciolare del tempo”, del “rintocco scaglioso dei momenti” (Vite), della “musica dellāoggi che se nāĆØ andato dove ĆØ andato lāieri” e non sapremo mai dove (Un altro giorno ĆØ andato). Il tempo ĆØ Ā«come quel male a cui non si dĆ il nome, unāossessione circolare fra la volontĆ ed il non potereĀ» (Canzone per Anna). Ti sei domandato ā e tutti noi con te – “ma il tempo, il tempo chi me lo rende?” (Lettera) e anche come essere nel tempo, ad esempio quando lāuomo deve imparare a vivere senza ammazzare, amarissima considerazione che ha trovato drammaticamente in questi tempi tante ulteriori domande. “La precarietĆ della vita ti ha sempre arrovellato”.
La precarietĆ della storia e del tempo ti ha sempre arrovellato, mistero e tormento, come lāorologio che enfatizza ogni secondo. Non hai mai avuto la presunzione di trovare risposte definitive: ogni giorno, dicevi, Ā«son lƬ ad aspettarmi le mie domande, il mio niente, il mio maleĀ» (Canzone per Piero). Lāetica dellāumano, la dignitĆ della politica, allergica ai dogmatismi vuoti, proprio perchĆ© etica e con al centro lāumano, per non avere Ā«paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e speraĀ» (Canzone per Silvia); con il tuo don Chisciotte tu Ā«fiero del mio sognare e di questo eterno mio incespicareĀ», ci hai costretto a chiederci Ā«dovrei tirarmi indietro perchĆ© il Male ed il Potere hanno un aspetto cosƬ tetro? Dovrei anche rinunciare ad un poā di dignitĆ e accettare che sia questa la realtĆ ?Ā» per poi invitarci a Ā«sputare il cuore in faccia allāingiustizia giorno e notteĀ». Non smette di stupirci la vita, comāĆØ fatta e come uno la gestisce, e i mille modi e i tempi, poi le possibilitĆ , le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessitĆ .
Ora Francesco, come hai detto con parole struggenti a Van Loonābabbo Ferruccio, avrai Ā«tanto tempo per pensareĀ»; avevi Ā«i bagagli giĆ pronti da tempo, come ogni uomo prudenteĀ», troverai un tuo luogo, una tua storia, i tuoi libri, i vecchi amici e, finalmente, lāinfinito (Van Loon). Ma non ti mancherĆ il controcanto ironico che ti ĆØ sempre appartenuto e ti permetteva di comunicare leggerezza anche nelle circostanze più buie; e sorriderai ricordando agli amici che ritroverai e ti faranno una gran festa le parole che tu, come pochi altri, riuscivi a pronunciare con spirito pungente e insieme con garbo: Ā«se e quando moriremo, ma la cosa ĆØ insicura, avremo un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale, ma il bere non si paga e non fa maleĀ». E che Dio Ā«ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi, cosa che a questo mondo han fatto in pochiĀ» (Gli amici). ShomĆØr ma mi-llailah, shomĆØr ma mi-lell, shomĆØr ma mi-llailah, ma mi-lell: sono le voci che hai fatto tue, brusƬo e infinita eco di Dio. Ć la nostra realtĆ : sospesa tra la notte che sta per finire, vegliare sempre, insistere, ridomandare, senza stancarci. Ā«Ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarĆ , che la risposta sullāavvenire ĆØ in una voce che chiederĆ :
ShomĆØr ma mi-llailahĀ». Ā«Non hai mai spesso di chiedere e ascoltareĀ» Oggi incontri la risposta, che in realtĆ era nella nostalgia, nella ricerca di luce e nello stupore per lāumanitĆ che hai descritto nei tanti personaggi e incontri che ci hai fatto conoscere. Il dubbio era il modo di stare davanti alle cose senza barare, in modo integro. Non hai smesso di chiedere e di ascoltare. Chi fa sua la domanda dellāumano, scopre sempre la presenza di Dio. Traina, che so cara a Raffaella, agnostico lasciò questa poesia postuma, che ĆØ anche una confessione di fede: Ā«Quando starò davanti a te, Signore, se non perdonerai chi non si ĆØ unito al coro degli osanna, forse perdonerai chi ha confessato, Signore, di soffrire la tua assenzaĀ». Ā«Bisogna continuare a domandarsi, anche quando non c’ĆØ una rispostaĀ», dicevi. Ā«Starem a veddreĀ».
Mi aiutano queste parole: Ā«Stamane pensavo: il bambino nel ventre della madre sta caldo e probabilmente ĆØ felice. Crede che quel breve spazio tiepido sia un universo, ove nulla gli manchi. Dellāuniverso che conosciamo noi, che sospetto può avere lui? Nessuno? Ammettendo che ci si possa mettere in comunicazione col bambino che ancora non ĆØ nato, che nozioni potremmo dargli di quello che ĆØ un libro, una casa?
Nemmeno la più piccola. Ci troviamo nella stessa situazione in rapporto al mondo dellāaldilĆ che si stende intorno a noi e che non raggiungiamo se non con la morte. In realtĆ stiamo anche noi dentro una cavitĆ buia ove ci parliamo e noi non nasceremo che gridando, quando morremo. Allora scopriremo un universo d’una bellezza indicibile e passeggeremo liberamente in mezzo agli astriĀ». L’intuizione dell’amore e del cuore.
Ecco, la fede dĆ parole e certezza a quellāintuizione dellāamore, del cuore, tuttāaltro che palliativo, per cui Ā«vogliamo ricordarti comāeri. Pensare che ancora vivi. Voglio pensare che ancora mi ascolti. Che come allora sorridiĀ». La risposta ĆØ Dio che non solo ĆØ dentro di noi ma anche fuori, ĆØ un Tu, ĆØ lāamore senza il quale non siamo e che oggi nel suo mistero si rivela. Ā«Tu sei, lo so, ma dove, chi può dirlo?
In me ti rassomiglia ciò che vedo…. Lasciamo creder dunque che sei qui. E quando verrĆ lāora del timore chiuderĆ questi miei occhi umani, aprimene, Signore, altri più grandi per contemplare la tua immensa face e la morte mi sia un più grande nascereĀ». (Eugenio Montale). “Dio che si rivela nell’umano”.
Francesco ĆØ morto nel giorno della Festa della trasfigurazione, la gloria di Dio che si rivela nellāumano, nel giorno in cui ricordiamo Hiroshima e chiediamo che quellāorrore faccia scegliere consapevolmente la difesa e non il riamo, il dialogo e non lo scontro. PerchĆ© dobbiamo imparare a vivere senza ammazzare. Ć anche il giorno della morte di Paolo VI. “Ecco, mi piacerebbe, terminando, dāessere nella luce.
Di solito la fine della vita temporale, se non ĆØ oscurata dallāinfermitĆ , ha una sua fosca chiarezza: quella delle memorie, cosƬ belle, cosƬ attraenti, cosƬ incomplete, cosƬ nostalgiche e cosƬ chiare ormai per denunciare lƬ loro passato irrecuperabile e per irridere al loro disperato richiamo. La scena del mondo ĆØ un disegno, oggi tuttora incomprensibile per la sua maggior parte, di un Dio creatore, che si chiama il Padre Nostro che sta nei cieli! Grazie, o Dio, grazie e gloria a te, o Padre in questāultimo sguardo mi accorgo che questa scena affascinante e misteriosa ĆØ un riverbero, ĆØ un riflesso della prima ed unica luce; ĆØ una rivelazione naturale di una straordinaria ricchezza e bellezza, la quale doveva essere una iniziazione, un preludio, un anticipo, un invito alla visione dellāinvisibile Sole”. (Paolo VI).



