CAILE C’ASSAMERA FA I NE’ FACEMME
CAILE C’ASSAMERA FA I NE’ FACEMME.
( Quello che dovremmo fare e….
non facciamo)
di Ennio Bellucci
Pense i reflette, reflette i pense.
Ma perche’ quande se more eune,
lu muorte: ome o femmene che eve,
revente lu chiu’ bbeune, lu chiu’ brave,
lu chiu’ oneste , lu chiu’….
anche se tutte quente sapivene i senne
ca ne eve, i ne è proprie accusci ?..
Se roice ca la morte cancelle i fa
scurda’ tutte.Pero’ ne è sempre le vaire.
Ciorte rancore, odi, resentemionte i …
n’atra fraiche de cause brutte i pesente, ci stivene i remenene…pure dope, purtroppe!
Semmera ‘mpara’ a cumpurtarese bbeune
da voive. A perduna’, a cerca’ scuse quande
sbajjemme, a capojje chele che ricene ietre,
i perche’ s’henne cumpurtate, i cumpuortene
cusci’ malamente.
Solamente i sole ” Eune” , che sta i se trove
alloche saupre, i sopra a tutte quente neuu,
gruosse i piccerille che semme,
po’ giudeca’ i ra’ la paggelle a tutte.
Ma “Quoile ” , è resapeute,e’ ” lu Salvatore” , è comprensive, altruiste i, nonostante le male chi ienne , iemme fatte i facemme, sa i ce perdone sempre….
Quiste è l’esempie da seguojje i..
allaure bbaste che st’arroganze, sta catteverie,
sta maligneta’ , ammirie, busciojje i prepotenze.
Cerchemme d’esse brave i bbeune quande stemme sopra a sta terre…cusci’ lu munne po’ iojje i gere’ miojje….
L’amore, la pace, lu respiotte, lu perdone, l’amecizie,la solidarieta’
s’ennera crea’ i prateca’ quande
stemme ancaure aecche , ogni iurre i sempre.
Dope quande sci muorte è troppe tarde, i ne serve a nionte. Ne oive lu chiu’ bbeune i nemmene lu chiu’ cattoive…oive chele che sci state i bbaste.
I caile remene. La morte merete lu perdone cristiane, i lu respiotte. Pero’…cessemmela che ciorte ” giaculatorie”.
Ne siorvene,i ne fenne bbene a nesceune….nemmene a lu defunte..!
*L’etica del vivere: oltre l’ipocrisia del De Mortuis*
_di Cristian Di Sanza*_
La poesia di Bellucci, Caile c’assamera fa i ne’ facemme, si apre con una premessa quasi fenomenologica: «Pense i reflette, reflette i pense». È l’incipit di chi non accetta la superficie delle cose, ma cerca di scavare nel logos dell’esistenza. Ed è così che l’Autore ci pone di fronte a una tensione etica che attraversa tutta la cultura occidentale: il divario tra la verità dell’essere e la maschera che la società impone nel rito del lutto.
L’espressione dialettale «le vaire» (la verità) non è qui un mero termine geografico-linguistico, ma assume una valenza teologica profonda. Richiama l’idea di aletheia (gr. ἀλήθεια, ‘dis-velamento’): la morte dovrebbe essere il momento in cui ogni velo cade. Eppure, accade il paradosso contrario. Bellucci contesta con vigore il noto adagio latino «De mortuis nil nisi bonum» (Dei morti nulla se non il bene), che ritroviamo già accennato nella saggezza dei Sette Sapienti, in particolare in Chilone di Sparta (Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri I, 70). Tale massima, se da un lato insegna la pietas, dall’altro scivola pericolosamente nel conformismo, ed è qui che l’Autore intuisce che la menzogna sul defunto non è un atto di carità, ma di omissione: «Se roice ca la morte cancelle i fa scurda’ tutte. Pero’ ne è sempre le vaire».
_La continuità ontologica della persona_
Sul piano teologico-filosofico, il poeta tocca un nervo scoperto: la persistenza dell’identità. Nel pensiero cristiano, come nella classicità (penso alla visione dei morti nell’XI libro dell’Odissea (XI, 467-470) o alle anime nel Purgatorio dantesco (III, 106-113), il defunto non subisce una mutazione di natura. Non diventa “santo” per decreto sociale. Bellucci scrive: «Ne oive lu chiu’ bbeune i nemmene lu chiu’ cattoive… oive chele che sci state i bbaste». È un’affermazione di una densità ontologica notevole: la morte cristallizza la forma dell’uomo, ma non la trasfigura in ciò che non è stato. Seneca, nelle sue Epistulae morales ad Lucilium (61, 1-2), ammoniva costantemente sulla necessità di “imparare a morire” vivendo, ovvero costruendo la propria essenza ogni giorno, poiché non vi sarà tempo per emendarsi post mortem.
_Dal rito vuoto all’agire responsabile_
Il cuore della critica bellucciana risiede nel termine «giaculatorie». In ambito ecclesiale, la giaculatoria è una preghiera breve e fervente; qui, l’autore la usa in senso ironico e sferzante per indicare il ritualismo vuoto, la formula di circostanza che esorcizza il dolore senza condividere la vita. Linguisticamente, l’uso di «fraiche» (che potremmo rendere come “serie”, “quantità”, ma con una sfumatura che suggerisce quasi un “peso” o una “fardello”) ben descrive come rancori e risentimenti non svaniscano magicamente al momento del trapasso.
La soluzione proposta non è un asettico moralismo, ma un’escatologia vissuta: «L’amore, la pace, lu respiotte… s’ennera crea’ i prateca’ quande stemme ancaure aecche». Qui il dialetto si fa voce della Caritas paolina (1Corinzi 13, 1-13), intesa come azione concreta e non disposizione astratta.
In definitiva, il perdono cristiano, evocato dall’immagine del “Salvatore”, non va inteso come una forma di oblio, bensì come una redenzione della vita vissuta. La morte, pur richiedendo la necessaria pietas, non dissolve la responsabilità delle azioni terrene; piuttosto, la consegna a una dimensione di giustizia superiore. La poesia di Bellucci ci invita a una liturgia dell’autenticità: il rispetto dovuto al defunto non deve mai trasformarsi in occultamento della verità, poiché, dinanzi all’Eterno, non contano le “pagelle” umane, ma la sostanza dell’amore seminato nel tempo.
*Breve glossario di analisi linguistica:*
• «C’assamera»: Interessante contrazione che racchiude il senso del dovere morale (dovremmo). Grammaticalmente è un imperativo del cuore, un richiamo alla coscienza collettiva.
• «Le vaire»: Il dialetto pratolano qui sembra quasi richiamare la radice latina verus. Non è un’opinione, è un dato oggettivo che la morte non altera.
• «Busciojje»: Il termine, nella sua sonorità chiusa, rende perfettamente l’idea di qualcosa che intasa, che sporca la limpidezza del rapporto umano, rendendo difficile la solidarietà di cui il poeta parla.
_*Sacerdote della Diocesi di Sulmona-Valva, docente invitato di Letteratura religiosa comparata presso l’ISSR ‘Fides et Ratio’ di L’Aquila_
UNA POESIA PER RIFLETTERE E PENSARE.
di Mauro di Benedetto *
Ci sono poesie che
arrivano come una carezza antica e altre che arrivano come una scossa.
Quella di ENNIO BELLUCCI appartiene alla seconda categoria.
Entra nella vita come una notizia dell’ultima ora, di quelle che interrompono il flusso delle cose e costringono a fermarsi e non è un caso.
ENNIO BELLUCCI, PER ANNI GIORNALISTA PROFESSIONISTA RAI, conosceva bene il peso di ciò che irrompe all’improvviso e cambia la prospettiva.
“CAILE C’ASSAMERA FA I NE’ FACEMME”, ciò che dovremmo fare e non facciamo, è un titolo che non concede scuse.
È il promemoria morale che tutti evitiamo, il bene rimandato, il perdono trattenuto, il rispetto offerto solo quando non serve più.
LA MORTE, NELLA POESIA, NON È UN CONFINE, È UN RIFLETTORE.
Illumina ciò che avremmo potuto essere, e che spesso scegliamo di non essere.
IL DIALETTO PRATOLANO, NELLE MANI DELL’AUTORE DIVENTA LINGUA DI VERITÀ.
È UN DIALETTO CHE NON RACCONTA, RICHIAMA.
Richiama alla responsabilità, alla misura, alla dignità dei gesti quotidiani.
La poesia ci ricorda che il perdono non è un rito da celebrare davanti a una bara, ma un lavoro da fare mentre siamo vivi.
Che la bontà non è un omaggio postumo, ma una scelta che ci definisce ogni giorno.
Che la pace non si improvvisa all’ultimo istante, ma si costruisce “QUANDE STEMME ANCAURA AECCHE ”, quando abbiamo ancora la possibilità di cambiare.
E allora il messaggio diventa limpido,
fare adesso ciò che la morte ci costringerebbe a rimpiangere.
Un insegnamento antico, ma urgente come un titolo in sovrimpressione.
Così Bellucci, con la sua voce di poeta e la sua memoria di giornalista, ci consegna una verità semplice e radicale:
LA VITA È BREVE, MA IL BENE NON LO È MAI ABBASTANZA.
(Coach Professionista)*
Le Ennie-adi
di Rainer Rinaldo Liberatore
Come non condividere i pensieri di Ennio, la sua etica, i concetti espressi nell’ultima inedita CAILE C’ASSAMERA FA I NE’ FACEMME che si può, per i non peligni, delle false apparenze.
Ecco la sua sinossi del post-mortem:
”Ma perché quande se more eune,
lu muorte: ome o femmene che eve,
revente lu chiu’ bbeune, lu chiu’ brave,
lu chiu’ oneste , lu chiu’…”
D’emblée, per l’appunto, scompaiono i difetti dei trapassati a miglior vita e ci si ritrova a esaltare i pregi del defunto in un repentino cambio di rotta che, il più delle volte, dà luogo a un’immagine idealizzata dello scomparso poco corrispondente al suo recente modus vivendi. Ma Ennio è dotato di naturale parresia ed ha il coraggio di dire come stanno realmente le cose senza infingimenti, ergo in modo diretto e schietto. D’accordo, Virgilio giustamente teorizzò nell’Eneide il ‘parce sepulto’; ma partendo dal semplice e giusto rispetto del morto non si deve però arrivare all’esaltazione e alla redenzione che indicano palesemente una sorta di devianza e/o aberrazione.
De mortuis nihil nisi bene: la morte, anche per Ennio, esige ossequio, ci mancherebbe!
“La morte merete li perdone cristiane, i lu respiotte”,
ma giustamente si raccomanda di avere comportamenti corretti e virtuosi quando si è ancora in vita seguendo l’esempio del Salvatore:
“allaure bbaste che st’arroganze, sta catteverie,
sta maligneta’ , ammirie, busciojje i prepotenze.
“L’amore, la pace, lu respiotte, lu perdone, l’amecizie,la solidarieta’ s’ennera crea’ i prateca’ quando stemme ancaure aecche , ogni iurre i sempre.”
La perseveranza in questi ideali non può che far del bene all’azione concreta nel presente, alla crescita personale e all’armonia sociale e il nostro pianeta, nel caso, ne trarrebbe sicuro giovamento.
”Cerchemme d’esse brave i bbeune quande stemme sopra a sta terre…cusci’ lu munne po’ iojje i gere’ miojje….
Desidero, da ultimo, cogliere la palla al balzo e parafrasare Jimmy Fontana:
“Gira il mondo gira / nello spazio senza fine / mettendo da parte l’ira/vivremo meglio e senza spine…”



Bravo Ennio,
e’ proprio tutto vero,
dovremmo con severita’ riflettere e comportarci al meglio di noi stessi in vita,come si suol dire
“da bravi Cristiani”
poi nella dipartita, tutto e’ piu’ semplice ed umanamente accettabile.
C H A P E A U
……una scossa, un richiamo alla realta’ e un invito ad essere piu’ buoni,onesti, rispettosi ed attenti nei rapporti con gli Altri.
Senza nessuna ipocrisia o finto buonismo e perbenismo, un richiamo forte a far prevalere i valori veri: lealta’ affetto sincerita’
Amicizia……finche’ siamo ” qui”…
dopo serve a poco rimpiangere quello che non si è fatto o voluto fare. Toccante e profonda, con un invito alla riflessione, la poesia… competenti, efficaci e misurati i tre commenti.
Bravo, mi devo ripetere,Ennio.
Bravi Don Cristian, Mauro e Rinaldo.
Buona estate a tutti…..
* Gaetano Villani. Caro Ennio, mi hai fatto tornare alla mente la canzone di quel genio di Enzo Iannacci che recitava, più o meno, così “si potrebbe andare tutti al suo funerale..”. Come sarebbe bello! Sarebbe un deterrente formidabile per far sì che ognuno di noi vivesse nel rispetto di sé stessi e degli altri. Sei d’accordo grande amico mio?! * già Presidente del Consiglio Comunale di Manoppello
Caro pratolano DOC hai toccato il tasto dell’ipocrisia ognuno di noi lo esprime in base alla propria cultura e da come percepisce gli eventi della vita ,un contadino verace dice sempre pane al pane e vino al vino , e ti garantisco che ne ho conosciuti tanti e ci si sta bene insieme , ricordo benissimo uno di questi. Diceva sempre “Meglio fare una volta la faccia arrossita che cento volte a sospirare ‘“. Quanto facciamo ogni anno il nostro dovere a visitare il cimitero mia moglie presa da un senso di rispetto che ai morti bisogna dire sempre bene ,invece io per quanto mi riguarda. Mi esprimo anche in dialetto e esprimo il mio pensiero ,se uno è stato educato corretto insomma una brava persona in vita esprimo un buon giudizio a voce alta e faccio un elenco delle cose fatte con lode, invece quanto trovo NU. CuLSFUNN in vita. Detto così noi sappiamo a pieno il significato. E provo a fare un elenco , poco lusinghiero. Mia moglie non vuol sentire e sparisce io la capisco perché lei non conosce queste persone , mentre io faccio l’elenco se è stato un delatore durante il MacCartismo i lpratolani hanno sofferto molto,quando facevano i vigili urbani e guardie campestre analfabeti che la carta per entrare andava bene se avevi avuta una ottima conoscenza o parentela nel partito fascista. Quando si viveva in piena domicrazia altri che chiedevano il pizzo per far entrare i ragazzi a lavorare in ferrovia come fai a non dire il vero solo perché ha avuto il trapasso, penso che se anche di fronte a queste persone. Anche noi facciamo a ns modo una specie di paradiso ed inferno .anche se ha volte può dare fastidio ai propri cari. Se anche in queste cose ci mettiamo lipocridia anche per timore di un parente. Vuol dire che non abbiamo capito nulla. Avanti così vedrai che Dio ti guarda VIN
La prima frase corretta del mio contributo inviato a Ennio e che doveva essere a disposizione dei lettori è la seguente:
« Come non condividere i pensieri di Ennio, la sua etica, i concetti espressi nell’ultima inedita CAILE C’ASSAMERA FA I NE’ FACEMME che si può, per i non peligni, rendere come la quintessenza della debolezza del volere.«