E pensare che c'era il pensieroHomeIn Evidenza

L’APOLOGIA… DELLA BUGIA

di Alessandro Petrilli

L’espressione “apologia della bugia” (o della menzogna) racchiude una riflessione affascinante e controintuitiva. Più che una giustificazione dell’inganno, esplora come la bugia sia, per alcuni, uno strumento di difesa psicologica, un lubrificante sociale e politico, simbolo di creatività; per altri, invece, una forma di tutela della libertà.

Molti pensatori e filosofi hanno sempre condannato la bugia in modo assoluto, mentre altri ne hanno fatto un’apologia (un’esaltazione). Friedrich Nietzsche, ad esempio, evidenziava come l’essere umano abbia bisogno di illusioni e finzioni per sopportare il peso della realtà.

Ebbene, in questo articolo non ci soffermeremo sulle bugie sociali, familiari e private, bensì su quelle politiche, pubbliche e governative, che certamente non rientrano tra quelle definite “bianche”, cioè dette a fin di bene, nell’interesse pubblico o a tutela della collettività.

Partendo dalla nostra piccola Valle Peligna, dove la bugia è diventata un ostinato simbolo di sussistenza, con largo abuso da parte dei nostri rappresentanti politici, che di fatto hanno eletto la menzogna a patrimonio immateriale della propria cultura, l’avvento sfrenato del digitale ha finito per impoverire i cervelli (i nostri) e amplificare le menzogne (le loro).

All’Abruzzo vengono assegnati dal PNRR oltre 4,5 miliardi di euro (per poi rinunciare a una cospicua fetta) per la realizzazione di migliaia di opere sul territorio. La quota più alta di risorse è destinata ai programmi per infrastrutture, istruzione e digitalizzazione e copre oltre l’80% del costo complessivo dei progetti da realizzare nella Regione. Ma dell’acronimo PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) la Valle Peligna, così come altre vallate della Regione e della Nazione, ha realmente beneficiato? È davvero sensato parlare di “ripresa” e “resilienza”?

Anni or sono, a più riprese, i nostri amministratori ci avevano rassicurato: “I fondi del PNRR sarebbero stati una leva cruciale e un motore strategico di crescita per la nostra terra.” La realtà, purtroppo, è ben diversa. Al di là di piccoli contentini e prebende, quale futuro dobbiamo immaginare per il nostro martoriato territorio al termine del PNRR? Siamo forse inadatti e inappropriati noi, nel ruolo di semplici cittadini, oppure sono inidonei e inadeguati loro nel doppio ruolo politico e istituzionale? Delle due, l’una.

I fondi destinati alla rigenerazione urbana e agli enti locali (circa 300 milioni di euro) in Abruzzo sono stati utilizzati appieno e correttamente? Un esempio ce lo fornisce il Parco Augusto Daolio di Sulmona, chiuso dall’aprile 2024.

Beneficiario di oltre 3,7 milioni di euro già nel 2021, con parte delle risorse intercettate dall’amministrazione dell’ex sindaca Annamaria Casini per il progetto AcquaVella, il parco è stato successivamente finanziato, per la parte restante, con fondi PNRR, in assenza delle necessarie coperture finanziarie. È qui che le criticità si sono moltiplicate: varianti al progetto iniziale, errori procedurali e numerosi intoppi amministrativi. Nel frattempo si sono succeduti altri due sindaci, Gianfranco Di Piero e Luca Tirabassi, ma il polmone verde della città resta, mestamente, ancora non fruibile, con un ulteriore danno di credibilità e d’immagine per Sulmona e per l’intero territorio.

Gli oltre 190 milioni di euro, sempre provenienti dal PNRR, destinati alla Regione Abruzzo per modernizzare un sistema idrico che da decenni registra una dispersione del 62,5% — la peggiore d’Italia dopo la Basilicata — hanno prodotto effetti concreti?

Sembrerebbe di sì, ma il condizionale è d’obbligo. La Valle Peligna e l’Alto Sangro sarebbero stati destinatari, attraverso l’ente gestore SACA S.p.A., che serve complessivamente 36 Comuni, di circa cinque milioni di euro per la riduzione delle perdite, la digitalizzazione e il monitoraggio delle reti. Una cifra che, a fronte di 1.500 chilometri di rete idrica e 500 chilometri di rete fognaria, appare più come un premio di consolazione che come un vero investimento strutturale.

Sapete perché l’Abruzzo ha dovuto rinunciare ai 720 milioni di euro destinati all’ammodernamento della linea ferroviaria Pescara-Roma, definita da decenni strategica? Perché non è stato in grado di garantire il completamento dei lavori entro le scadenze previste dal PNRR. Un’opera che richiede oltre cinque anni di interventi e che, proprio per questo, è stata esclusa dal finanziamento europeo.

Probabilmente la stessa sorte potrebbe toccare al progetto termale regionale, con l’accordo e l’hub integrato presentati in Regione il 24 ottobre 2024, che coinvolgono Popoli Terme, Raiano e altri territori.

Su scala nazionale, quante altre opere definite “strategiche” hanno subito o rischiano di subire il medesimo destino?

Al di là del poco invidiabile virtuosismo peligno e del fatto che i numeri vengono troppo spesso manipolati dai politicanti di turno secondo convenienza, siamo davvero sicuri che, al termine del PNRR, ci verrà riconsegnata una Regione più efficiente e una Nazione più moderna?

Ci ritroveremo davanti a un rinnovato mercimonio politico dei suoi padrini oppure, nel migliore dei casi, con un debito ancora più pesante sulle spalle nostre e delle future generazioni?

C’è un numero che racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato dell’Italia: 194,4 miliardi di euro. È quanto l’Unione europea ha messo a disposizione del nostro Paese attraverso il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): 71,8 miliardi in sovvenzioni e 122,6 miliardi in prestiti. Sarebbe forse più corretto dire che si tratta di risorse richieste dall’Italia e concesse dall’Unione europea.

Una cifra senza precedenti nella storia repubblicana, la più elevata tra tutti i Paesi europei. Basti pensare che la Francia ha ottenuto circa 40 miliardi di euro, la Germania 28 miliardi e la Grecia poco meno di 36 miliardi.

L’obiettivo era chiaro: colmare decenni di ritardi infrastrutturali, modernizzare la Pubblica Amministrazione, realizzare asili nido, ospedali di prossimità, reti idriche e numerose altre opere strategiche. Un’occasione irripetibile che, pur essendo finanziata in larga parte attraverso il debito, difficilmente si ripresenterà.

Eppure, a pochi mesi dalla scadenza finale del Piano, la Corte dei conti certifica che, in quasi sette casi su dieci, la spesa sostenuta dagli enti locali non supera il 30% delle risorse assegnate.

Probabilmente l’Italia non disponeva delle strutture e del personale necessari per spendere una mole così ingente di risorse. I continui tagli agli organici dei Comuni hanno aggravato ulteriormente la situazione e, quando la valanga di miliardi si è abbattuta sulle amministrazioni locali, molte si sono trovate impreparate. Così, una parte dei fondi è rimasta inutilizzata e un’altra è stata dirottata verso altri interventi.

Se inizialmente ci eravamo illusi che il PNRR potesse diventare la “panacea di tutti i mali italiani”, ben presto esso ha finito per mettere a nudo tutte le nostre inefficienze, debolezze, fragilità e vulnerabilità.

Se i cantieri non dovessero rispettare le scadenze imposte dall’Europa e recepite dal Governo, Comuni e Regioni rischierebbero perfino di dover rimborsare — con risorse pubbliche e quindi a carico dei cittadini — persino le spese sostenute per la progettazione.

Paradossalmente, gli unici soggetti che sembrano rispettare pienamente i cronoprogrammi previsti dal PNRR sono alcune società per azioni a partecipazione statale.

L’esempio più evidente è Poste Italiane S.p.A., controllata per circa il 65% direttamente e indirettamente dallo Stato italiano: il 29,3% è detenuto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre circa il 35% fa capo a Cassa Depositi e Prestiti, che a sua volta gestisce oltre un miliardo di euro di fondi PNRR destinati al Piano Casa.

Ebbene, Poste Italiane, che nel 2025 ha registrato un utile netto di 2,2 miliardi di euro, ha beneficiato di un finanziamento PNRR di un miliardo di euro per il progetto Polis, finalizzato alla riqualificazione degli uffici postali nei Comuni con meno di 15 mila abitanti.

Nel frattempo, il 20 luglio 2026, la stessa società ha lanciato un’OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) su TIM S.p.A., anch’essa partecipata dallo Stato per circa il 25% e beneficiaria di oltre 2,5 miliardi di euro di fondi PNRR. TIM aveva chiuso il 2025 con un utile di 519 milioni di euro, mentre l’operazione è stata sostenuta con un esborso di circa 3,1 miliardi di euro in contanti.

Viene allora spontaneo chiedersi se il principio della privatizzazione degli utili e della socializzazione degli investimenti infrastrutturali — pur trattandosi di società per azioni — non trovi applicazione anche in questo caso.

Sarebbe davvero inopportuno riesumare la celebre frase di Giulio Andreotti: “A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”?

In Italia l’apologia è un reato che punisce chiunque istighi a commettere reati o ne esalti pubblicamente la commissione. Tra le principali fattispecie previste dall’ordinamento figurano:

  1. L’apologia di reati comuni, disciplinata dall’articolo 414 del Codice penale;
  2. L’apologia del terrorismo, per la quale l’articolo 414-bis del Codice penale prevede pene più severe;
  3. L’apologia del fascismo, disciplinata dalla legge n. 645 del 1952 (legge Scelba), che punisce chi esalta pubblicamente principi, metodi o finalità del fascismo.

Non esiste, invece, un reato di apologia della bugia. Figuriamoci uno che punisca la “disposofobia della falsità”, ovvero quell’inarrestabile tendenza ad accumulare menzogne una sull’altra.

Volgendo lo sguardo al futuro, continua a riecheggiare un interrogativo: riusciranno prima i nostri impavidi amministratori a colmare questo vuoto legislativo oppure ad abolire definitivamente il reato di apologia?

La domanda, naturalmente, resta provocatoria. Ma è proprio nella provocazione che si misura la distanza tra la propaganda e la realtà, tra gli annunci e i risultati, tra le promesse e i fatti.

Perché, in fondo, il problema non è che la politica racconti qualche bugia. Il vero problema nasce quando la bugia diventa metodo di governo, strumento di consenso e, soprattutto, abitudine. Quando la narrazione prende definitivamente il posto della realtà, il rischio è che i cittadini smettano non solo di credere alla politica, ma anche di riconoscere la verità quando finalmente si presenta.

Alessandro Petrilli

N.B. Nel frattempo, in attesa che il PNRR produca i suoi effetti, è stato nuovamente certificato che l’Italia è il Paese più anziano d’Europa, con un’età media di 49,1 anni, contro una media europea di 44,1 anni.

2 commenti riguardo “L’APOLOGIA… DELLA BUGIA

  • bene,ragione da vendere,purtroppo i sudditi sono la maggioranza ,il popolino e’ credulone ,partecipa, applaude e balla festante alle sagre paesane dello sperpero dei denari pubblici,una vergogna :la notte dei canti e tradizioni del nulla,tutto pagato dai Contribuenti, le vipere purtroppo dormono,pochissimi i Cittadini consapevoli quelli che tirano pedate bene assestate,Legalita’ diffusa per uscire dalla palude,e basta,o no?

    Risposta
  • Quando piove raccogli l'acqua. Ti servirà

    “A pochi mesi dalla scadenza finale del Piano, la Corte dei conti certifica che, in quasi sette casi su dieci, la spesa sostenuta dagli enti locali non supera il 30% delle risorse assegnate.
    Probabilmente l’Italia non disponeva delle strutture e del personale necessari per spendere una mole così ingente di risorse.
    E quando la valanga di miliardi si è abbattuta sulle amministrazioni locali, molte si sono trovate impreparate. ” (ndr)
    SACROSANTA VERITÀ

    Ma non sfuggiamo ad una interiore verifica del perché.

    In molte amministrazioni locali, Sulmona è una di queste, non sono formalmente istituiti e coperti da personale professionalmente abilitato e certificato, Uffici adibiti alla progettazione comunitaria, ovvero uffici pubblici o associati che si occupano di programmare, scrivere e gestire progetti finanziati con fondi UE, nazionali e regionali.
    A livello Comunale / Intercomunale, molti comuni si sono associati per creare uffici unici più efficienti:
    – Ufficio Unico per la programmazione e la progettazione con l’obiettivo di ideare progetti comuni ad esempio su beni culturali, ambientali e turistici.
    Cosa dovrebbero fare concretamente questi uffici:
    1. ricercare l’informazione: bandi UE, PNRR, Fondi Strutturali, FESR, FSE, FSC;
    2. essere capaci di fare progettazione: scrivere e presentare progetti per il comune/associazione/aziende;
    3. aprirsi alla co-progettazione: coinvolgendo enti del terzo settore e cittadini;
    4. provvedere alla gestione: rendicontazione, monitoraggio, partnership europee.

    Solo in tal modo si sarebbero potuti cogliere i benefici del rilevante gettito finanziario PNRR.
    Ciononostante, l’associazione culturale COE.SO. APS ha già da tempo buttato le basi per la realizzazione di un’inedita iniziativa, già sottoposta all’attenzione del primo cittadino, e accompagnata dalla richiesta di sottoscrizione di un apposito Protocollo d’Intesa.
    Della medesima l’associazione è ancora in attesa di incontrare formalmente l’amministrazione….
    Il “PARCO CIVICO PERIURBANO”, rappresenta la prima forma di concertazione dal basso per la coesione delle 19 Frazioni del Comune di Sulmona, ideata e sintetizzata in un “avamprogetto” che verrà comunque annunciato a settembre in conferenza stampa e presentato subito dopo alla cittadinanza, per coagulare energie civiche e professionalità spendibili nell’ipotizzato iter realizzativo.
    Il nostro territorio ha bisogno di questo: unione e vera coesione per redimersi dallo stato di pre-oblio cha l’attanaglia.

    Giancarlo D’Alessandro
    P.te Associazione COE.SO.

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *