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UN PRETE SCOMODO, IL NUOVO LIBRO DI RAFFAELE GAROFALO

Incontrai la prima volta Raffaele Garofalo nel lontano 2003 quando entrò nella mia classe come insegnante d’inglese. Allora frequentavo il quinto superiore e nei quattro anni precedenti avevo studiato quella lingua poco e male a causa dell’antipatia suscitata in me dall’insegnante. Non credo di aver saputo ch’egli fosse un sacerdote; di certo non ne aveva né i modi né il linguaggio caratteristico: piuttosto era cordiale, disponibile, spiritoso e con un incisivo tono affabulatorio. So per certo che a lui devo il rinnovato interesse per l’inglese e la scoperta di due importanti autori, tra loro diversissimi: Emily Dickinson e Oscar Wilde. Dell’autrice americana, ricordo una poesia che lui ci fece imparare, I shall not live in vain: «Se posso impedire a un Cuore di spezzarsi, / non avrò vissuto invano. / Se posso lenire il dolore di una Vita / o placare una pena / o aiutare un Pettirosso ferito / a tornare nel suo nido, / non avrò vissuto invano». “Direi che questi versi dicono molto della stessa esperienza di Raffaele (dalla natia Pacentro fino ai Paesi d’oltralpe), sia come prete che come docente”. La conferma di tutto ciò l’ho trovata leggendo il suo nuovo libro, Un prete si racconta. Tra memoria, speranze e storia di vita di una comunità da custodire, pubblicato nel 2024 su iniziativa della Pro Loco “Nicola Di Pietro” di Campo di Fano (frazione di Prezza, in provincia dell’Aquila), la cui parrocchia egli ha tenuto per molti anni. Nel libro parla a sé stesso in terza persona con l’appellativo “il prete”, forse per un distacco necessario alla narrazione di una vicenda così profondamente partecipata.

Anche se la mia classe era alquanto turbolenta, Raffaele non dovette sentirsi scoraggiato. Infatti, dal 1978 al 1984, dopo essersi laureato in lingue straniere e aver già cominciato il suo percorso sacerdotale, aveva lavorato come docente nella Casa di Reclusione della Badia di Sulmona (presso quella splendida Abbazia celestiniana che in seguito sarebbe diventata sede della Soprintendenza dei Beni culturali e del Parco nazionale della Maiella). Ribadiva l’importanza della cultura come fase decisiva del processo di rieducazione previsto della nostra Costituzione, ma che di rado trova compimento. Ci teneva che i suoi alunni, oltre a studiare la grammatica, praticassero la lingua simulando delle situazioni reali in cui avrebbero potuto trovarsi; ma quali situazioni avrebbe potuto prospettare a quei detenuti spesso condannati all’ergastolo? Allora, provocatoriamente, li spingeva a immaginare una situazione già vissuta e vicina ai loro interessi; così, in classe, si simulava una rapina in inglese! I suoi alunni si divertivano e, senza sentirsi giudicati, erano meglio disposti a imparare. L’esperienza in carcere portò Raffaele a toccare con mano situazioni di grave disagio sociale che vedevano la giustizia ritorcersi contro le persone maggiormente sfortunate, cresciute spesso in situazioni di povertà, le quali, sin dall’infanzia, avevano avuto il torto di sfidare un destino che, da subito, si era mostrato ingeneroso.

La sua idea d’insegnamento, sviluppata grazie all’esperienza del doposcuola in parrocchia, vedeva al centro dell’interesse educativo la crescita umana dell’alunno: «L’adulto che insegna a giovani in formazione è consapevole che non comunica loro solo le nozioni di cui è in possesso (che gli alunni potrebbero procurarsi da soli), ma apre loro una finestra sulla vita, traccia sentieri che essi sceglieranno in libertà». Secondo Raffaele, la scuola, luogo naturale di confronto e di dibattito, avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di affrontare una necessaria educazione sentimentale e sessuale degli allievi, così avidi di risposte soprattutto in età adolescenziale: «Educare alla sessualità appagante vuol dire insegnare ai ragazzi a distinguere ciò che è fuorviante rispetto ad una realtà in cui il rapporto è manifestazione di amore. Ogni censura morale finisce per avere la prevalenza in maniera coercitiva rispetto ad una sana informazione che mira a rendere più responsabili le persone». La stessa famiglia dovrebbe cominciare a rispondere ai bambini col “linguaggio della verità”.

Fu anche all’Istituto alberghiero di Roccaraso dove, insieme ad altri insegnanti, organizzò una serie di corsi sulla nonviolenza, così come attività di sostegno agli alunni più deboli, agli alunni stranieri, e nondimeno corsi di musica. Quest’ultimo argomento è sempre stato caro al Nostro. In seminario aveva studiato canto gregoriano, per poi specializzarsi in pianoforte, grazie allo studio di Beethoven, Bach, Chopin e Mozart. Nel 1983, Raffaele fu tra i fondatori della Scuola Popolare di Musica di Sulmona che prevedeva la partecipazione di giovani insegnanti dediti alla formazione dei più piccoli; ne sarebbe nata un’orchestra con l’obiettivo di portare al di fuori delle mura scolastiche quell’importante esperienza comunitaria: «Una tempesta di pensieri faceva ressa nella sua mente, immaginando che l’orchestra fosse un’ottima metafora della vita sociale. Ciascuno, col proprio strumento, cerca l’armonia perfetta. […] Tutti assieme, anche solo per il tempo di un concerto, i componenti dell’orchestra realizzano i sogni dell’umanità». Sempre legato alla musica è un episodio assai bizzarro. Raffaele si trovava a lavorare come pizzaiolo a Berlino quando, passando dalla zona Est a quella Ovest, fu fermato alla dogana perché sospettato di non si sa quale contrabbando; aveva con sé dei libri musicali acquistati in un negozio della DDR. Fu chiamato addirittura un vecchio maestro di musica che attestasse le sue effettive competenze musicali; quando gli fu chiesto, davanti ai poliziotti federali, di solfeggiare il motivo Hostias et preces, tratto dall’Offertorio del Requiem di Verdi, Raffaele arrivò addirittura a cantarlo, destando la commozione del maestro che lo aveva eseguito lui stesso ai tempi in cui era membro del coro di Dresda.

Oltre a svolgere il suo servizio sacerdotale, Raffaele ci tenne sempre a praticare un mestiere; lo stesso sant’Agostino affermava che i monaci dovessero sostenersi col proprio lavoro. Aveva deciso inoltre di non accettare offerte dei fedeli: «Il parroco insisteva che la messa non veniva venduta e ognuno la faceva propria con la partecipazione attiva alla vita della comunità. Rifiutava l’offerta che considerava un pagamento mascherato. […] La logica di Dio non può essere quella dell’interesse e dell’avidità degli uomini. Fu la lezione che Gesù di Nazareth diede ai mercanti del Tempio». Tra i primi anni Settanta e i primi anni Ottanta, affrontò gli impieghi più svariati sia in Svizzera (a Bülach, come manovale, e nel bar di una stazione presso la galleria del San Gottardo) che in Germania (in un albergo a Monaco di Baviera, poi a Stoccarda – prima alla Mercedes-Benz e poi in una Winehouse – e infine come pizzaiolo a Berlino). Fu proprio grazie a un’esperienza di lavoro in Francia, nei primi anni Sessanta, accanto ai cosiddetti “preti-operai”, ch’egli maturò la certezza di esser pronto per una vita di “lavoro” per la sua comunità.

L’impegno di Raffaele in parrocchia si rivelò subito rivoluzionario. Si sentiva fortemente ispirato dall’esperienza del Concilio Vaticano II che, sperava, avrebbe portato la Chiesa a una progressiva evoluzione: «Il Concilio fu la risposta ad un mondo di credenti e anche ai noi credenti aperti ai “segni dei tempi”, secondo l’espressione evangelica cara a Giovanni XXIII. Fu sdoganata la lettura individuale dei Testi Sacri, prima proibita ai cattolici quasi fossa una colpa che li assimilava ai protestanti. Si riscopriva lo stile di vita che animava le prime comunità cristiane. I fedeli furono chiamati a condividere responsabilità che erano state negate loro per secoli. […] Al vertice della Cristianità non avrebbe più figurato una Gerarchia, ma il Popolo di Dio con l’Istituzione ecclesiastica posta al suo servizio». Non a caso, appena arrivato nella parrocchia di Campo di Fano, Raffaele abolì per sé il titolo di don che mal si adattava a quella nuova Chiesa secondo cui il sacerdote è una figura al servizio dei fedeli. Puntava molto sulle attività del catechismo e del doposcuola, al fine di formare la coscienza dei ragazzi: oltre a leggere loro brani del Vangelo, gli parlava di figure come Mahatma Ghandi, Martin Luther King, Rosa Parks e Che Guevara. I giovani hanno bisogno di modelli di libertà, di giustizia, di solidarietà verso il fratello più debole; vale più questo, come insegnamento cristiano, che una serie di vuoti rituali e di nozioni astruse impartite dall’alto. Anche nella visione dell’Eucarestia, Raffaele prese una posizione coraggiosa per una chiesa di provincia: «La celebrazione eucaristica non è una cerimonia fine a se stessa. che arricchisce l’anima di ognuno nella propria individualità. L’Eucarestia condivisa dagli apostoli nel cenacolo doveva essere essenzialmente un ritrovarsi, ancora una volta, dopo anni di vita comune, di ideali condivisi». Il cristiano ha il dovere di uscire dai luoghi di culto per farsi testimone di fede nella vita di ogni giorno, confrontandosi con chi soffre per la sopravvivenza e dedicandosi all’impegno politico. Raffaele, che non tollerò mai l’ingerenza della Chiesa nelle scelte elettorali dei fedeli, partecipava attivamente alla vita sociale della sua gente: fu tra i promotori della creazione di cooperative agricole, così che i contadini della Valle Peligna potessero, ad esempio, far arrivare i propri prodotti ai mercati senza passare per un intermediario locale, aumentando così i propri guadagni.

Ovviamente le sue posizioni gli costarono non pochi richiami da parte dei vari vescovi; lo stesso capitò a due suoi importantissimi compagni di viaggio, i sacerdoti Mario Setta (che poi si sarebbe fatto promotore dell’associazione “Il Sentiero della Libertà”, per onorare la Resistenza nella Valle Peligna) e Pasquale Iannamorelli (il cui allontanamento dalla parrocchia di Pettorano causò una fortissima opposizione da parte della comunità che apprezzava soprattutto la sua attività del doposcuola, sull’esempio della Barbiana di don Milani; in seguito avrebbe fondato la casa editrice Qualevita, insieme all’omonima rivista). Raffaele prese pubblicamente le loro difese, ma questo purtroppo non servì. Nel 1989, celebrò a Sulmona un matrimonio di una coppia di fedeli di un’altra parrocchia (cosa che solitamente infastidiva gli altri parroci che alle funzioni sacre applicavano un tariffario), accompagnati da testimoni (la nota avvocatessa Tina Lagostena Bassi per la sposa) e amici (tra cui giornalisti e operatori culturali del posto) non credenti o non praticanti. Raffaele, convinto, come Giovanni XXIII, che «la Chiesa è aperta a tutti gli uomini, senza frontiere», invitò i partecipanti ad accostarsi alla comunione, destando in questo modo le ire dei suoi “superiori”. Il vescovo, mons. Giuseppe Di Falco, gli chiese di lasciare una delle sue due parrocchie (Campo di Fano e Torre dei Nolfi) con la scusa di doverla affidare a dei giovani preti: «Da più di 40 anni, le due comunità di cui era responsabile avevano costituito una sola parrocchia. Erano state scorporate due anni prima dallo stesso mons. Giuseppe Di Falco, in seguito ad una legge per cui lo Stato “remunerava” le diocesi in base al numero delle comunità parrocchiali. In quell’incontro, al vescovo il prete propose anche di affiancare a lui quei giovani nella comune azione parrocchiale». Quando Raffaele gli fece notare che sarebbe stato più coerente affidare a quei giovani sacerdoti entrambe le parrocchie, il vescovo rispose che soltanto a lui sarebbe spettata tale scelta. Capì allora di trovarsi con le spalle al muro: «Per alcuni giorni il parroco rifletté, consultò i parrocchiani e le persone della comunità a lui più vicine. Era inutile continuare una lotta senza speranza. La Chiesa nazionale e quella locale volevano il ritorno alla Chiesa preconciliare. […] Non gli parve onesto continuare a lottare esasperando gli animi dei parrocchiani […]. D’altra parte, lui era stato da sempre un prete di formazione e di azione più che di chiesa».

Da allora, Raffale tornò più che mai a dedicarsi alla formazione e all’azione: nel 1993, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, partecipò alla “Mir sada”, una marcia per la pace da Spalato a Sarajevo (lui e altri suoi compagni sarebbero stati costretti a fermarsi, dopo un avanzamento di 150 chilometri, a Prozor, cittadina serba controllata dai croati). A Giovanni Baget Bozzo, che nella marcia verso Sarajevo riconosceva «quella dei bambini guidata da Pietro l’eremita» e secondo cui «in queste circostanze, in cui la violenza è la sola voce, l’unica risposta possibile alla violenza è l’uso della forza», e al vescovo di Mostar, che aveva affermato «sono prima croato… e poi cristiano», Raffaele rispondeva: «Se questo è il realismo delle coscienze “cristiane” illuminate alla fine del secondo millennio, non ci resta che invocare Dio perché ispiri tanti, tanti “bambini” (magari “non-cristiani”, a questo punto) per ripetere altrettante crociate di pace. Non avranno con loro Baget Bozzo (né Wojtyla che privilegia raduni trionfali), ci sarà forse un Francesco d’Assisi per parlare al Sultano di turno. La speranza nei pacifisti non è morta! “Sapientis est mutare consilium” e Baget Bozzo, sappiamo, ha dato spesso prova di saggezza nel cambiare opinione. Da questo siamo confortati». Quando, nella primavera 2020, a causa della pandemia da Coronavirus, vennero impedite le funzioni liturgiche per evitare “assembramenti” che avrebbero favorito il contagio, Raffaele rispose in questi termini al clero che denunciava la chiusura delle chiese: «Il Vangelo si può meditare anche in casa e a Dio è gradita la preghiera domestica, come avveniva nei primi secoli del Cristianesimo. […] Era a portata di mano una provvidenziale opportunità per ravvivare relazioni interpersonali. Da sempre si celebrano messe quotidiane, simbolo di comunione fraterna, che però spesso lasciano i fedeli lontani gli uni dagli altri. […] Una società frenetica, dedita ad una accanita rincorsa del benessere o schiava di un egocentrismo esasperato, aveva reso le persone invisibili, estranee l’una all’altra. Si sperava di tornare a “celebrare” per uscire dalle chiese convinti che l’eucarestia è vivere la comunione con gli altri nel servizio e nella premura» (questa citazione è tratta dal precedente libro di Raffaele, Chiesa, comunità umana. Il sogno di un prete del 2000 tra fede e politica, Torre dei Nolfi, Edizioni Qualevita, 2022, una raccolta di scritti su temi religiosi, politici e sociali).

Resta dunque, da parte di Raffaele Garofalo, l’esempio di un sacerdote (non di un don) coraggiosamente al servizio della comunità, sempre impegnato in favore dei più deboli, anzitutto con l’arma della cultura che, a tutt’oggi, è l’unica vera risposta alla barbarie del nostro incivilimento, alla mancanza del senso più puro del cristianesimo, dimenticato dagli stessi membri delle istituzioni religiose che dimostrano di tenere maggiormente ai vantaggi del potere secolare. Ormai fuori da qualsiasi dinamica ecclesiastica, ma sempre calato nella realtà, disposto ad affrontare le sfide che essa offre quotidianamente, Raffaele sa bene che basta lenire il dolore di una vita per non aver vissuto invano…

 

                                                                                                                   Andrea Giampietro

Un commento su “UN PRETE SCOMODO, IL NUOVO LIBRO DI RAFFAELE GAROFALO

  • Gianna Cianchetta

    Un plauso al bravissimo Andrea Giampietro,un altro giovane talento del nostro territoorio sulmonese.Come un pittore con le sue pennellate, Andrea rappresenta efficacemente la figura del sacerdote Raffaele Garofalo, un uomo in trincea con le armi fatte di una fede profonda, vera e fattiva. In un affresco di colori intensi e delicati, specchio delle qualità personali dell’uomo di fede Raffaele,Andrea ne dà un ‘immagine suggestiva ed empatica, che lascia tantadolcezza nell’ animo.

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