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DA CONEGLIANO ALLE CATTEDRALI SOTTERRANEE: LA STORIA DEI PIETRANTONJ IN UN NUOVO LIBRO

A quattordici metri di profondità sotto il selciato di Vittorito, la luce penetra fioca filtrando tra le volte d’un’architettura imponente che ricorda i templi d’altri tempi. Qui riposa la botte in rovere di Slavonia più grande d’Italia, un colosso di legno da 1.402 ettolitri circondato da cisterne risalenti al passato e rivestite da un mosaico scintillante di mattonelle in vetro di Murano. Questa vera e propria “cattedrale ipogea” non è soltanto una meraviglia enologica, ma la testimonianza tangibile di una scommessa culturale ed economica iniziata sul finire dell’Ottocento. A ricostruirne le radici con minuzia documentaria è la penna di Maurilio Di Giangregorio nel suo nuovo libro “Vittorito: La Famiglia Pietrantonj, Viticoltori”, un’opera d’archivio che accende i riflettori sull’epopea di una delle famiglie nobiliari e produttive più illustri della Valle Peligna.

Per comprendere l’origine di questa avventura occorre risalire al 1887. In un Abruzzo rurale ancora legato a metodi empirici e tradizionali, il notabile Alfonso Pietrantonj prese una decisione destinata a cambiare le sorti della viticoltura regionale: inviare il figlio Nicola Alfonso, di soli diciassette anni, a studiare nel Veneto, presso la rinomata Regia Scuola di Viticoltura ed Enologia di Conegliano. Lì, vivendo in convitto e seguendo i corsi dei più insigni docenti dell’epoca — tra cui Enrico Comboni, Michele Giunti e il direttore Giovanni Grazzi Soncini — il giovane allievo apprese i principi di una disciplina avveniristica. Ottenuto il Diploma di Licenza con Matricola 499 il 12 ottobre 1889, Nicola figurò tra i primissimi diplomati abruzzesi dell’istituto veneto insieme al concittadino Nicola De Pasqua di Lanciano e al futuro sottosegretario Arturo Marescalchi.

Nicola Alfonso Pietrantonj all’età di 17 anni

Tornato a Vittorito, Nicola Pietrantonj rende operativa quella formazione d’eccellenza trasformando l’azienda di famiglia nel primo centro vitivinicolo abruzzese condotto con criteri rigorosamente scientifici. Fu lui a introdurre per la prima volta nella zona macchinari all’avanguardia come la pigiadiraspatrice e lo storico torchio denominato “pinnerone”, e sempre a lui si deve la concezione dello spettacolare impianto ipogeo. La combinazione tra le pendenze collinari assolate rivolte a sud, la vicinanza del fiume Aterno-Pescara, la tradizione locale di esperti innestatori e l’approccio scientifico permise alla cantina di sfornare uve e mosti d’assoluta eccellenza, con un’impronta che s’impresse persino nella struttura urbana del paese, dove quasi ogni dimora del centro storico ospitava una vasca di raccolta e il tipico pilozzo per la sentina.

Nicola Alfonso Pietrantonj

Non solo un albero genealogico di notabili imparentati con le grandi famiglie della regione, ma una lezione di visione d’impresa: la storia della famiglia Pietrantonj dimostra come la tradizione contadina abruzzese abbia saputo farsi industria scientifica mantenendo intatto il legame con la propria terra.

Il XX secolo ha visto la continuazione e l’ulteriore slancio economico di questa tradizione. Una figura centrale di questo percorso è stato Italo Pietrantonj, punto di riferimento per l’agricoltura abruzzese e tra i padri fondatori nel 1956 della Confagricoltura dell’Aquila. Dopo la sua scomparsa, avvenuta il 10 maggio 2022, la guida della secolare Casa Vitivinicola non si è interrotta, ma ha intrapreso una nuova ed entusiasmante fase di gestione manageriale, interamente al femminile. A condurre l’azienda con pari rigore e dedizione sono oggi la moglie Mirella Silvestri e le tre figlie: Alice Pietrantonj, laureata in Agraria a Bologna e presidentessa del Consorzio Vignaioli Terre dei Peligni; Roberta, laureata in Giurisprudenza; e Serena, architetto romano a cui si deve, tra l’altro, il delicato intervento di recupero e adeguamento sismico dopo il terremoto del 2009 dello storico palazzo di famiglia all’Aquila con la sua preziosa Sala Baiocco.

Oggi l’Antica Casa Vitivinicola Pietrantonj rappresenta una realtà imprenditoriale da 1,4 milioni di euro di fatturato annuo (dati 2024), capace di offrire lavoro stabile a quindici famiglie del territorio di Vittorito oltre alle maestranze stagionali. Affiancata da trent’anni dai consulenti storici Romano D’Amario ed enologo Nicola Dragani, l’azienda si distingue per una produzione d’eccellenza che spazia dal Montepulciano d’Abruzzo (vitigno principe) alla Malvasia, fino al Cerasuolo, Trebbiano, Pecorino, Passerina, spumanti, distillati e passiti. Il tutto condotto nel rispetto dell’ambiente: l’uso degli anticrittogamici è limitato ai soli casi di stretta necessità, con l’assoluto divieto di insetticidi e pesticidi chimici e il ricorso alle tecniche di lotta biologica tramite feromoni. Il saggio di Maurilio Di Giangregorio celebra così una storia in cui la memoria familiare si fonde con la grande storia dell’enologia italiana, offrendo ai lettori un affresco d’autore su come la ricerca, la bellezza e il rispetto della terra possano creare un patrimonio aziendale unico e senza tempo.

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