LA VITTORIA DI PIRRO
VITTORIA DI PIRRO
di Marco Alberico
La politica locale e i sindacati esultano, ma l’impressione che si ricava osservando da vicino la vicenda della 3G di Sulmona è ben diversa.
Dietro l’annuncio della sospensione dei 123 licenziamenti collettivi si nasconde una realtà amara e priva di retorica. Più che di successo politico, siamo di fronte a una vittoria di Pirro, tardiva e parziale, che maschera un fallimento sistemico nella tutela del lavoro sul territorio.
La notizia del ritiro, o meglio della sospensione, dei licenziamenti per 123 lavoratori della 3G ha indubbiamente evitato, nell’immediato, un ulteriore dramma sociale per la Valle Peligna. Tuttavia, analizzando la cronistoria della vertenza, emerge chiaramente come la reazione delle istituzioni sia stata tardiva.
Mentre i rappresentanti politici regionali e comunali celebrano il risultato odierno come il frutto di una filiera istituzionale efficiente, non si può ignorare che la crisi della 3G nasca proprio dalla perdita di una commessa vitale, quella Enel, passata ad Accenture. Un passaggio di consegne in cui il rispetto della clausola sociale sulla territorialità, che avrebbe dovuto garantire il mantenimento dei posti di lavoro a Sulmona, è stato difeso con scarsa efficacia.
La richiesta di dimissioni avanzata nei mesi scorsi verso il sindaco e i consiglieri regionali nasceva proprio da questa constatazione: l’incapacità politica di anticipare e governare i tavoli di trattativa prima che la situazione precipitasse, riducendosi a rincorrere l’emergenza a suon di dichiarazioni d’intenti e tavoli ministeriali tardivi.
Il cuore della riflessione politica sta nel prezzo “invisibile” che questa “vittoria” ha già imposto al capitale umano del territorio. Mentre la politica e le parti sociali festeggiano la firma sull’accordo che blocca i licenziamenti per chi è rimasto, 39 persone sono già state costrette a trasferirsi a Pescara.
Questa forza lavoro, pur di non perdere l’occupazione e lo stipendio, ha dovuto accettare il passaggio in Accenture affrontando i costi, i disagi e il pendolarismo quotidiano verso la costa.
Una migrazione interna che impoverisce ulteriormente il tessuto sociale ed economico di un’area interna già fortemente colpita dallo spopolamento e dalla desertificazione industriale.
A fronte di questa dinamica, sorgono spontanee alcune domande che la politica locale non può eludere. Se la clausola sociale della territorialità è un principio cardine, perché non è stata applicata in modo ferreo e preventivo per la totalità del bacino occupazionale?
Quale reale tutela è stata offerta a chi, impossibilitato a sostenere i costi del pendolarismo o del trasferimento a Pescara, ha dovuto fare scelte dolorose?
Il ritiro dei licenziamenti per i restanti 123 addetti rappresenta una stabilizzazione strutturale o è soltanto un rinvio temporaneo in attesa di nuove ricollocazioni o ammortizzatori sociali?
Se l’unico modo per garantire la continuità occupazionale nei cambi d’appalto diventa l’accettazione passiva della mobilità geografica forzata, allora il modello di tutela del lavoro nelle aree interne è giunto al capolinea.
Più che celebrare presunti successi politici dell’ultimo minuto, sarebbe il momento di avviare un esame di coscienza collettivo su come i tavoli di crisi industriali e di servizio vengano gestiti in Abruzzo, per evitare che la prossima “vittoria” coincida con lo svuotamento definitivo di un altro pezzo della nostra regione.


