STEFANO CARDELLI. SPOPOLAMENTO AREE INTERNE: QUANDO IL TERMINE RESILIENZA SIGNIFICA DISIMPEGNO
di Stefano Cardelli*Ā
L’AQUILA – Accade ogni tanto nelle aule consiliari dei piccoli comuni , quando si svolgono “convegni per risolvere i problemi legati allo spopolamento delle aree interne”…..
Quando le istituzioni etichettano una comunitĆ come “resiliente”, stanno implicitamente dicendo: “Siete bravi a cavarvela da soli nonostante le avversitĆ ”.
Ma se le avversitĆ sono figlie di decenni di tagli ai servizi essenziali, mancanza di connettivitĆ , scuole che chiudono e trasporti inesistenti, la resilienza smette di essere un pregio e diventa una condanna a un eterno stato di precarietĆ .
Il problema di fondo, ĆØ lo spostamento di responsabilitĆ .
Se la comunitĆ ĆØ “resiliente”, lo Stato può permettersi di fare meno. La capacitĆ di resistenza dei cittadini diventa la giustificazione per non intervenire con politiche strutturali.
La resilienza implica tornare allo stato originale dopo uno shock. Ma per molte aree interne, lo “stato originale” era giĆ carente. Non vogliamo che tornino come erano, vogliamo che evolvano, che abbiano infrastrutture del XXI secolo, non solo la capacitĆ di sopravvivere al XX.
Ć un gioco retorico pericoloso perchĆ© toglie legittimitĆ alla domanda di diritti. Chiedere “investimenti” suona come una pretesa; lodare la “resilienza” suona come un elogio alla virtù. Ć molto più economico per un politico lodare la resilienza che costruire una struttura sanitaria o garantire la banda ultra-larga.
Se dovessimo smettere di parlare di “resilienza”, dovremmo iniziare a parlare di “diritti di cittadinanza”e “infrastrutturazione”.
Il ripopolamento non avviene per “spirito di sacrificio” degli abitanti, ma perchĆ© si creano le condizioni affinchĆ© vivere in un paese non sia una scelta eroica, ma una scelta di qualitĆ della vita.
Questa retorica viaggia spesso a braccetto con una visione romantica e superficiale dei paesi, considerati come cartoline idilliache o parchi giochi per il fine settimana, ignorando le complessitĆ quotidiane e storiche di chi quei luoghi li abita 365 giorni all’anno.
Per far ripartire davvero l’Appennino e le aree interne non bastano i ritornelli della progettazione europea o le formule rassicuranti da convegno. Servono infrastrutture, tutele reali per la montagna, il mantenimento dei servizi di prossimitĆ e, soprattutto, politiche che non trattino questi territori come “minori”, ma come laboratori fondamentali per un nuovo modello di sviluppo.
Dal punto di vista di chi vive e progetta il territorio, la vera sfida non è adattarsi a ciò che resta, ma rivendicare con forza la pianificazione di ciò che serve.
*Architetto



