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CGIA DI MESTRE SU GIUSTIZIA FISCALE. IMPRESE ITALIANE: TASSE DOPPIE RISPETTO ALLE BIG TECH

MESTRE – ƈ inaccettabile. E’ un comportamento che dovrebbe indignare, soprattutto coloro, quando parlano di tasse, reclamano equitĆ , rigore e giustizia fiscale. E’ un fenomeno che continua a consumarsi ogni anno, silenziosamente. La denuncia ĆØ sollevata dalla CGIA: i colossi del web continuano a macinare profitti miliardari, ā€œscaricandoā€ sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilitĆ . Molti di questi giganti continuano a spostare i propri profitti verso i Paesi a fiscalitĆ  di vantaggio, lasciando a bocca asciutta tanti paesi, come l’Italia, con una disinvoltura inaudita. E i numeri, quelli che nessuno dovrebbe ignorare, sono spietati. Mentre le imprese italiane — quelle che ogni mattina alzano le serrande, che assumono, che investono e che resistono – registrano un tax rate del 31,9 per cento[1], le prime 25 multinazionali del web presenti nel mondo[2], secondo i dati dell’Area Studi di Mediobanca[3], presentano un’aliquota fiscale media pari al 14,8 per cento: praticamente meno della metĆ . Certo, qualcuno si affretterĆ  a segnalare i limiti metodologici di questa comparazione e la mancanza di rigore scientifico. Giusto. Ma nessun aspetto tecnico può oscurare la sostanza di quello che emerge: anni di elusione sistematica hanno scavato un fossato enorme tra chi le tasse le paga e chi le aggira grazie a un sistema internazionale che non ha ancora trovato nĆ© la volontĆ  nĆ© il coraggio di fermare queste operazioni discutibilissime.

Ā· Come funziona l’elusione fiscale

Spesso quando una multinazionale lavora in diversi Paesi incrementa ā€œfittiziamenteā€ i costi delle controllate in quelle nazioni dove il carico fiscale ĆØ elevato (come l’Italia o la Francia). CosƬ facendo, abbassa gli utili, spostando la gran parte dei profitti nelle filiali ubicate nelle realtĆ  (come i Paesi Bassi, l’Irlanda, il Lussemburgo, etc.) che presentano livelli di tassazione molto vantaggiosi. Grazie a questa operazione elusiva, la quasi totalitĆ  delle big companies dichiara una quota importante del loro utile totale nei Paesi dove si pagano pochissime tasse.

Ā· Il confronto

Nel 2024, ultimo dato disponibile, le prime 25 websoft presenti nel mondo hanno realizzato un utile ante imposte pari a 503 miliardi di euro, versando, complessivamente, 74,3 miliardi di euro di tasse. Pertanto, il tax rate ĆØ stato del 14,8 per cento. Le imprese italiane, invece, nel 2023[5] hanno realizzato un utile di 322 miliardi che ha determinato un versamento al nostro erario di 102,6 miliardi di euro di imposte, facendo cosƬ salire il tax rate al 32 per cento. Un’ aliquota fiscale più che doppia di quella toccata dai giganti mondiali del web.

 

Ā· Impossibile tassare le big tech a livello mondiale

Durante il G7 svoltosi in Canada nel giugno del 2025, gli Stati Uniti hanno chiesto e ottenuto un’esenzione fiscale a favore delle proprie grandi aziende, mettendo cosƬ a rischio anni di sforzi compiuti dai governi delle principali economie mondiali per introdurre una tassazione minima uniforme sulle multinazionali su scala globale. Il riferimento ĆØ alla Global minimum tax (Gmt)[6], la tassa minima globale concepita per contrastare l’elusione fiscale messa in atto dalle grandi corporation che, operando in numerosi paesi tramite filiali/controllate, tendono a localizzare i propri profitti nelle giurisdizioni con il regime fiscale più vantaggioso. L’esenzione riguarda le imprese statunitensi — a partire dalle big tech, ma estendendosi a tutte le societĆ  americane coinvolte — vanificando cosƬ l’intesa faticosamente raggiunta nel 2021 dal G20, nella sua versione allargata a 147 paesi.

 

Ā· A rischio anche la Digital service tax europea

Tenendo presente che la maggior parte delle multinazionali mondiali ha sede negli Usa e in Cina, dopo che l’Amministrazione americana ha scongiurato l’ipotesi che l’Ocse estendesse la Gmt alle imprese a stelle e strisce e – ricordando – che quelle ubicate nell’Impero Celeste non sono aderenti a questa Organizzazione, la Gmt finirebbe di fatto per applicarsi solo, o quasi, alle big companies europee. Per questo l’UE sta lavorando all’introduzione di una Digital service tax (Dst) a livello continentale; provvedimento, quest’ultimo, duramente osteggiato nelle scorse settimane dal Presidente Trump, che ha minacciato, in caso di approvazione, di raddoppiare i dazi sui prodotti europei. Ricordiamo comunque che 8 paesi UE la applicano giĆ , tra cui l’Italia, che incassa 455 milioni di euro l’anno[7].

Ā· Anche le nostre multinazionali sono in fuga dall’Italia

Non sono solo i colossi stranieri del web a godere della fiscalitĆ  di vantaggio offerta ancora oggi da diversi Paesi europei. Negli ultimi anni anche molti grandi gruppi italiani hanno spostato all’estero la sede legale o fiscale, talvolta limitandosi a una controllata. Meta preferita: i Paesi Bassi[8]. Il motivo ĆØ duplice. Da un lato la legislazione societaria olandese ĆØ molto favorevole, perchĆ© consente agli azionisti storici di avere doppio voto in assemblea, un meccanismo che blinda l’azienda da eventuali scalate straniere. Dall’altro, ad Amsterdam il fisco riserva condizioni piuttosto generose alle grandi aziende disposte a trasferire lƬ la propria sede fiscale. Operazioni del tutto legittime, sul piano fiscale e societario. Ma con un effetto collaterale tutt’altro che neutro: si riduce la base imponibile in Italia, e a farne le spese sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno certo la possibilitĆ  di fare le valigie e trasferirsi altrove.

 

Ā· In tutte le regioni, le imprese di questi territori hanno un tax rate superiore a quello delle big companies

Sebbene il risultato della comparazione che illustriamo più sotto risente di alcune ā€œfragilitĆ ā€ riconducibili alla metodologia di calcolo adottata, l’Ufficio studi della CGIA ipotizza che le imprese ubicate in tutte le regioni d’Italia presentano un tax rate nettamente superiore alle principali big tech presenti nel mondo. Con un banalissimo caso di scuola riusciamo a dimostrare come l’incidenza del carico fiscale sugli utili ante imposte delle nostre imprese ubicate in tutte le regioni sia più del doppio di quella in capo alle websoft monitorate in questa nota. Se, invece, misuriamo la differenza delle aliquote fiscali, il dato medio italiano (31,9) ĆØ di 17,1 punti superiore a quello dei giganti del web (14,8). A livello regionale, infine, il differenziale più elevato si registra nel Lazio che conta un’aliquota fiscale di 18,6 punti in più rispetto alla media delle prime 25 big tech. Seguono Friuli Venezia Giulia e Liguria entrambe con 18,1 punti in più, le Marche con +17,8 e la Campania con +17,5

 

[1] Il tax rate (noto in italiano come aliquota fiscale) ĆØ la percentuale di reddito, profitto o transazione che viene trattenuta e versata allo Stato sotto forma di imposte. Questo valore si applica alla base imponibile per determinare l’importo esatto del tributo da pagare. In questo calcolo non sono inclusi i contributi previdenziali.

[2] Amazon.com, Alphabet, Microsoft, Meta Platforms, JD.com, Tencent Holdings, IBM (Software), Oracle, PDD Holdings, Meituan, Uber Technologies, Salesforce.com, SAP, Coupang, Didi Global, Booking Holdings, Adobe, Mercadolibre, Automatiuc data Processing, Baidu, Kuaishou Technology, Sea, Intuit e Spotify Technology.

[3] ā€œReport WebSoft Italian Software & Web companiesā€, Milano, 11 dicembre 2025.

[4] Lo Statuto del contribuente (Legge 27 luglio 2000, n° 212) all’art. 10 bis la equipara al concetto di ā€œabuso del dirittoā€. Rientrano in tale definizione una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti. Non si considerano abusive, in ogni caso, le operazioni giustificate da valide ragioni extrafiscali, non marginali, anche di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalitĆ  di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attivitĆ  professionale del contribuente.

[5] Ultimo anno in cui i dati sono aggiornati.

[6] Originariamente la misura prevedeva un’aliquota minima effettiva del 15 per cento sugli utili delle multinazionali con fatturato superiore a 750 milioni di euro. Se in uno Stato un’impresa paga meno del 15 per cento a causa di regimi fiscali agevolati, altri Paesi possono applicare un’imposta integrativa per colmare la differenza.

[7] E’ un’imposta sui ricavi derivanti dalla fornitura di servizi digitali, come, ad esempio, la pubblicitĆ  online, i servizi legati alle piattaforme di e-commerce e quelli di streaming. ƈ stata introdotta dall’art. 1 commi. 35-50 della Legge 145/2018 e si applica con un’aliquota del 3 per cento.

[8] Secondo il sito internet di Milano Finanza (24 maggio 2024), Ariston, Brembo, Campari, Cementir H., Exor, Ferrari, Iveco e Stellantis hanno trasferito la sede legale ad Amsterdam.

 

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