IL CASO GARLASCO VENT’ANNI DOPO: TRA PROCESSI MEDIATICI E “PROFILING” AL CONTRARIO. IL RACCONTO IN UN LIBRO DI BRACHINO, BACCO E VIDALE
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il delitto di Garlasco continua a rimanere una ferita aperta nella cronaca nera italiana e nel funzionamento del nostro sistema giudiziario. A riaprire il dibattito ĆØ il nuovo e provocatorio libro āGarlasco. Le vergogne infinite di un’indagine sbagliataā (Santelli editore), scritto a sei mani dal giornalista Claudio Brachino, dal medico legale Pasquale Bacco e dalla criminologa Sofia Vidale. Ai microfoni di ReteAbruzzo, due degli autori ā Claudio Brachino e Sofia Vidale ā hanno offerto una profonda riflessione sulle derive mediatiche e sui cortocorticuiti investigativi che hanno caratterizzato questo infinito giallo.
Claudio Brachino, storico volto del giornalismo televisivo italiano ed ex direttore di Videonews, ha analizzato per ReteAbruzzo il fenomeno della spettacolarizzazione della cronaca, tracciando un parallelo con altri grandi casi mediatici, ma evidenziando l’assoluta unicitĆ del caso Poggi.
Ā«Sul piano della cosiddetta spettacolarizzazione della cronaca nera e dei grandi processi Garlasco non ĆØ una novitĆ Ā», ha esordito Brachino. Ā«Basti pensare a Cogne, che ĆØ del 2002: il tg dove lavoravo allāepoca, Studio Aperto su Italia 1, per mesi ha dedicato mezza scaletta al terribile delitto di un bambino. Poi nel 2010 un programma nascente della mia direzione a Videonews, dove con Top Secret avevo giĆ portato linguaggi e personaggi del crime, si impose al pubblico beccando in diretta lāarresto di Cosima e Sabrina nella storia torbida di Avetrana. Sto parlando di Quarto grado. Nel 2011 ero in onda io contro Giletti la domenica quando ritrovarono la povera Yara. Gli ascolti sommati erano da mondiali di calcio. E poi Perugia, Parolisi, tanti casi che hanno stabilito una dimensiona parallela tra la realtĆ e la sua rappresentazioneĀ».
Secondo il giornalista, l’interferenza dei media non ĆØ un tentativo di inquinare le aule di tribunale, quanto una risposta a una precisa dinamica sociale: Ā«I media entrano ed escono dalla macchina della veritĆ istituzionale non per condizionarla ma per trasformarla in un romanzo popolare che fa ascolti. Una regola di mercato e una passione psicoanalitica collettiva. La cosa particolare di Garlasco ĆØ il tempo e la simmetria di una veritĆ perennemente incompleta. Un colpevole perfetto ma sempre imperfetto per la legge del dubbio, e un nuovo presunto colpevole cosƬ perfetto da risultare imperfetto. Tra Stasi e Sempio ci sono solo due certezze: la vittima e, ahimĆØ, il tempo appunto, troppo: ventāanni per arrivare a un simile specchio rovesciato della veritĆ Ā».
Se Brachino si concentra sullo specchio deformante dei media, la criminologa e analista del comportamento Sofia Vidale sposta il focus sulle criticitĆ metodologiche delle indagini. Intervistata da ReteAbruzzo, Vidale ha spiegato come il caso presenti ancora oggi molti elementi d’ombra che meriterebbero una rilettura scientifica, a partire dal ruolo della vittima e dall’analisi della scena del crimine.
Ā«Ritengo che il caso di Garlasco presenti ancora oggi alcuni aspetti che meritano una rilettura, proprio perchĆ© per molti anni l’attenzione si ĆØ concentrata soprattutto sull’individuazione di un possibile autore, anzichĆ© sulla comprensione della dinamica del delittoĀ», ha dichiarato la criminologa. Ā«Alla luce di questa considerazione sono vari gli elementi e dunque le strade che una rilettura del caso può riportare alla luce. La prima pista, di cui tratto nellāintroduzione al capitolo, riguarda la vittima. Nella criminologia moderna la vittimologia non serve a “colpevolizzare” chi subisce un reato, ma a comprendere quale relazione potesse esistere tra vittima e autore. Per molto tempo Chiara Poggi ĆØ rimasta quasi una figura passiva della narrazione processuale, mentre il suo stile di vita, la rete delle relazioni, le persone che la frequentavano e il modo in cui veniva da loro percepita avrebbero potuto essere analizzati con maggiore profonditĆ per poter comprendere se il movente fosse realmente quello ipotizzato oppure se appartenesse a una dimensione relazionale diversaĀ».
Vidale ha poi posto l’accento sulla forte carica emotiva riscontrabile sulla scena del delitto: Ā«La scena non racconta soltanto un’aggressione, ma anche una forte componente emotiva. L’elevata violenza, i colpi inferti al volto e alcuni comportamenti successivi all’aggressione possono essere letti, sul piano criminologico, come segnali di una possibile personalizzazione della vittima. Naturalmente questa non ĆØ una prova di un particolare movente, ma rappresenta un elemento comportamentale che dovrebbe essere interpretato insieme agli altri dati investigativiĀ».
Il punto più critico sollevato dalla criminologa risiede però in quello che definisce un vero e proprio errore di metodo investigativo: Ā«C’ĆØ poi il tema, di cui parlo nel corso del capitolo, che definisco “profiling al contrario”. In entrambe le fasi investigative si ĆØ assistito, secondo la mia lettura, al rischio di partire da un nome e costruire successivamente un profilo psicologico compatibile con quel soggetto. Il metodo del criminal profiling nasce invece con una logica opposta: osservare la scena, la vittima, le modalitĆ dell’azione e delineare solo successivamente le caratteristiche probabili dell’autore, senza attribuirgli preventivamente un’identitĆ . Quando il procedimento si inverte, aumenta il rischio di bias cognitivi e di interpretazioni orientate a confermare un’ipotesi giĆ formulataĀ».
In conclusione, Vidale ha aperto alla necessitĆ di esplorare nuove sfumature nel movente dell’omicidio: Ā«Un altro aspetto che ritengo meriti una reinterpretazione riguarda il possibile significato relazionale del delitto. Esistono infatti omicidi che non nascono da motivazioni economiche o vere e proprie pianificazioni, ma da dinamiche di frustrazione, rifiuto, umiliazione o desiderio ossessivo. Non significa affermare che questa sia necessariamente la chiave di lettura del caso Garlasco, ma significa riconoscere che tali ipotesi meritano di essere valutate con lo stesso rigore riservato ad altre e precedenti ricostruzioniĀ».
L’opera di Brachino, Vidale e Bacco si preannuncia dunque come un testo destinato a far discutere, scardinando le certezze granitiche di una veritĆ processuale che, a distanza di due decenni, mostra ancora il fianco a troppi interrogativi.




