ADDIO A NUNZIO MANCINI DI MANOPPELLO. ULTIMO SUPERSTITE DELLA TRAGEDIA MINERARIA DI MARCINELLE
di Nando GiammariniĀ
L’AQUILA – Si ĆØ spento, nei giorni scorsi, allāetĆ di 96 anni Nunzio Mancini, ultimo superstite della tragedia mineraria di Marcinelle, originario di Manoppello. L’Italia e l’Abruzzo hanno dato nei giorni scorsi l’estremo saluto all’ ultimo minatore superstite di Marcinelle. Era abruzzese di Manoppello, Nunzio Mancini, uno degli ultimi scampati alla tragedia mineraria di Marcinelle, venuto a mancare all’etĆ di 96 anni. Con lui ĆØ scomparsa l’ultima testimonianza diretta della tragedia mineraria del 1956.
Il fato ha voluto che ciò accadesse in occasione del 70esimo anniversario della tragedia di Marcinelle: uno degli incidenti sul lavoro più gravi del Novecento. La notizia della sua dipartita ha suscitato grande commozione nell’intera ComunitĆ manoppellese tanto che il sindaco ci ha dichiarato:” Con la sua dipartita Manoppello perde un uomo che ha rappresentato la memoria viva di una delle pagine più dolorose della nostra storia. La sua testimonianza e stata un patrimonio umano e civile straordinario. La sua voce una delle ultime capaci di raccontare in prima persona il dramma consumatosi lā8 agosto 1956, intorno alle 08:11, nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle, in Belgio, dove morirono 262 lavoratori della miniera tra i quali136 italiani di cui 62 abruzzesi e ventiquattro erano di Manoppello.
A Marcinelle non s’ impara solo la storia dell’emegrazione italiana, ma cosa succede quando il lavoro viene sacrificato al profitto, quando gli operai sono carne da macello e la vita umana un costo da contenere. Oggi come allora troppi lavoratori, sono gli immigrati che ieri eravamo noi, vivono in condizioni disumane senza diritti sicurezza, tutele. Marcinelle ci ricorda che non c’ĆØ dignitĆ senza giustizia sociale e non ci può essere pace senza lavoro. Nunzio era poco più di un ragazzino, aveva soltanto ventāanni, quando la tragedia sconvolse la comunitĆ degli emigrati italiani.
Sembra che un montacarichi, avviato al momento sbagliato, urtò contro una trave dāacciaio, tranciando un cavo dellāalta tensione, una conduttura dellāolio e un tubo dellāaria compressa. Le scintille causate dal corto circuito fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. Per quei poveri 262 minatori non ci fu scampo. Morirono nelle viscere della terra, a 1000 mt di profonditĆ .
Tutti nella vita abbiamo il nostro destino e l’ ora per Nunzio, probabilmente, non era ancora arrivata. Egli si salvò solo perchĆ© quel giorno aveva il turno di pomeriggio. Ma non rimase lontano dalla tragedia. Partecipò infatti alle operazioni di soccorso e al recupero delle vittime, unāesperienza che ha segnato profondamente tutta la sua esistenza.
Tanto che il fratello ultimamente ha affermato: ” ha portato per tutta la vita negli occhi e nell’anima il dolore e il terrore per quell’ immane tragedia della ComunitĆ dei nostri minatori emigranti” Negli anni successivi trasformò quel dolore, che si portava dentro come un tarlo che continua costantemente in una pratica deleteria, in un impegno costante per mantenere viva la memoria. Ha combattuto fino allāultimo respiro per ricordare quel giorno dellā8 agosto 1956. Ricordava i nomi, i volti, le risate degli amici rimasti nelle viscere del Bois du Cazier. Parlava di tutti e 262 i minatori periti nella tragedia come fossero fratelli.
PerchĆ© lo erano. Nunzio cāera anche tra le squadre di soccorso. Discese in quel buio per cercare chi, probabilmente non sarebbe più risalito.
E da quel giorno non ha mai smesso di tenerli per mano. Adesso puoi lasciarlo, quel peso, caro Nunzio. Adesso puoi riabbracciarli tutti. Uno per uno. I tuoi 262 fratelli ti aspettavano. Che la terra ti sia lieve!



