CAPORALATO, AZIENDA AGRICOLA FINISCE NEI GUAI
Caporalato e identità scambiate, doppio fronte giudiziario per un’azienda agricola del Centro Abruzzo
SULMONA, 29 giugno – Dalla denuncia presentata dall’imprenditrice, convinta di essere stata raggirata da due operai, a un’inchiesta che oggi ipotizza lo sfruttamento della manodopera all’interno della stessa azienda agricola. È il paradosso giudiziario che ruota attorno a un’impresa del Centro Abruzzo, finita al centro di due distinti procedimenti penali destinati a incrociarsi nelle aule del tribunale di Sulmona.
Il primo fascicolo riguarda presunti reati di sostituzione di persona e truffa, relativi a fatti avvenuti tra il 23 marzo e il 22 maggio 2024. Secondo l’ipotesi iniziale, due operai pakistani di 38 e 28 anni avrebbero agito in concorso sostituendosi reciprocamente anche attraverso l’invio telematico dei documenti d’identità, inducendo in errore i datori di lavoro che avrebbero formalmente assunto una persona diversa da quella effettivamente impiegata.
La vicenda emerse durante un controllo dell’Ispettorato del lavoro, quando fu accertato che uno dei lavoratori era privo del permesso di soggiorno. L’azienda, ritenendosi vittima dell’inganno, presentò denuncia attraverso la titolare, una imprenditrice di 33 anni.
Al termine delle indagini preliminari, tuttavia, il sostituto procuratore Edoardo Mariotti ha chiesto l’archiviazione del procedimento, ritenendo insufficienti gli elementi per sostenere l’accusa in giudizio. Una decisione alla quale la titolare dell’azienda, assistita dall’avvocata Gaetana Di Ianni, ha presentato formale opposizione.
Nel frattempo la stessa vicenda ha assunto contorni completamente diversi. In un secondo procedimento penale, infatti, la Procura della Repubblica di Sulmona ha chiesto il rinvio a giudizio degli imputati per caporalato, sfruttamento del lavoro, violazioni della normativa sull’immigrazione, calunnia aggravata e violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Secondo la ricostruzione accusatoria, uno dei due lavoratori pakistani sarebbe stato reclutato dal connazionale, già dipendente dell’azienda agricola riconducibile alla titolare imputata, per essere impiegato senza alcuna regolare assunzione.
Gli inquirenti descrivono condizioni di lavoro particolarmente gravose. L’operaio avrebbe prestato attività per almeno cinque giornate, nelle fasce orarie comprese tra le 6 e le 8 del mattino e tra le 18 e le 20 della sera, senza ricevere alcuna retribuzione, nonostante la promessa di un compenso di 35 euro al giorno mai corrisposto.
Sempre secondo l’accusa, il lavoratore sarebbe stato ospitato nell’abitazione dello stesso intermediario pagando 50 euro per un alloggio ritenuto degradato, mentre l’attività lavorativa si sarebbe svolta in una stalla priva dei necessari requisiti urbanistici e di agibilità. L’alloggio, situato nelle vicinanze, presentava inoltre gravi carenze igienico-sanitarie, con muffa e sporcizia diffuse su pareti e soffitti.
L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 9 luglio. In quella sede gli imputati avranno modo di respingere le accuse formulate dalla Procura e di esporre la propria versione dei fatti davanti al giudice.


