LA PSICOTERAPEUTA FEDERICA DE NUNZIO: QUEL SELFIE CON LA MORTE E QUEL CHE NON INSEGNIAMO AI GIOVANI
di Federica De Nunzio*
L’AQUILA – Le immagini del ragazzo che ride e si scatta un selfie mentre poco distante giace il corpo di una giovane donna appena morta hanno indignato molti. E meno male.
PerchĆ© se c’ĆØ qualcosa di preoccupante in questa vicenda non ĆØ soltanto il gesto del singolo ragazzo. Ć il fatto che quel gesto non ci sorprende davvero.
Da psicoterapeuta che lavora quotidianamente con adolescenti e giovani adulti, vedo sempre più spesso ragazzi -ma anche molti adulti – che faticano a riconoscere ciò che provano, a dare un nome alle emozioni, a mettersi nei panni dell’altro.
Non parlo di cattiveria. Non parlo di assenza di sentimenti. Parlo di una difficoltĆ crescente nel contattare il proprio mondo emotivo e nel comprendere quello delle persone che hanno davanti.
Quando questo accade, il rischio ĆØ che l’altro smetta di essere una persona e diventi uno sfondo. Uno sfondo
per una foto. Uno sfondo per un video. Uno sfondo per ottenere visibilitĆ .
Da anni il dibattito sull’educazione affettiva e sessuale nelle scuole viene ridotto a uno scontro ideologico.
Eppure il punto centrale ĆØ un altro. L’educazione affettiva non riguarda soltanto la sessualitĆ . Riguarda l’empatia. Riguarda il rispetto. Riguarda la capacitĆ di riconoscere la sofferenza umana e di reagire ad essa in modo adeguato.
Nelle nostre scuole insegniamo ai ragazzi a risolvere equazioni, ad analizzare testi complessi, a conoscere eventi storici lontani secoli. Molto meno spazio viene dedicato all’apprendimento di competenze fondamentali per la vita quotidiana: riconoscere le emozioni, gestire la rabbia, tollerare la frustrazione, comprendere il punto di vista dell’altro, costruire relazioni sane.
Molti genitori svolgono questo compito in modo eccellente. Altri fanno quello che possono. Altri ancora, per
ragioni diverse, non riescono a farlo. Pensare che l’educazione emotiva possa essere lasciata esclusivamente
alla famiglia significa ignorare le profonde differenze che esistono tra i contesti in cui i ragazzi crescono.
Ć per questo che la scuola dovrebbe assumersi una responsabilitĆ maggiore. Non per sostituire i genitori, ma
per affiancarli.
PerchĆ© la capacitĆ di sentire l’altro non ĆØ un talento naturale che tutti sviluppano spontaneamente. Ć una
competenza che si apprende.
Ogni volta che assistiamo a episodi come quello che ha fatto il giro dei social, la domanda non dovrebbe
essere soltanto: “Che problema ha quel ragazzo?”.
Dovremmo chiederci anche: chi ha insegnato a quel ragazzo a riconoscere il dolore dell’altro? Chi gli ha
insegnato che cosa fare quando si trova davanti alla morte, alla sofferenza, alla vulnerabilitĆ umana?.
Se la risposta ĆØ “nessuno”, allora il problema non riguarda soltanto lui.
Riguarda tutti noi.
*Psicologa, psicoterapeuta, responsabile del Centro Olos
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cell. 3336248751
www.centroolos.com



