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LE OMBRE DI GAZA

Parafrasando Oscar Wilde il garantismo del resto del mondo è l’omaggio che la legalità rende all’illegalità o viceversa. Se la storia della vita è spesso una storia di soprusi e di occupazioni furbastre in omaggio al potere, di persone da risarcire, soprattutto bambini ne rimangono tante. Quando osserviamo in uno scatto, una photo shoot un bambino di spalle, sgomento nel suo breve viaggio della vita è come se volesse spedire il globo nella direzione che piace a lui. Non c’è una logica nella guerra.

Non possiamo odiare un popolo perché poche persone hanno deciso che migliaia di bambini e bambine devono morire senza porsi alcuna domanda. La verità è che da anni desidero andare a vedere come vive quella comunità di persone a cui non viene riconosciuto il diritto di cittadinanza sulla propria terra. Eppure, qualche spazio residuo pieno di terra, di macerie esiste anche per loro. Ma il calvario non è finito.

Un calvario lungo anni trascorsi nel silenzio del mondo intero, tra il rumore assordante delle granate e l’odore nauseante delle bombe, nel piegarsi ad una sola volontà, nell’umiliante disbrigo di volontà, di mansioni contrarie alle loro opinioni, vivendo in un mondo senza un barlume di quella interiorità che distingua l’uomo dal bruto. Tutto ciò deve finire. Ma quando? Un tasso di mortalità tutto sommato fisiologico che comunque non inficia la consistenza quantitativa del problema.

Il mondo è rotondo e i due giuocano, ma il sospetto è che rida solo lui. Il dato scandaloso consiste nel teorizzare apertamente la loro missione, nel denunciare l’aggressività difensiva che si sprigiona fra i piccoli attori. Il gol su questo campo è un autogol dei dominati come è invisibile la loro stessa libertà. Il bambino diventa una sorta di macchina, il cui movimento, la cui camminata spesso accompagnata, controllata da apparati che quasi li meccanizza, li distrugge in nome di un odio viscerale.

Ecco: un bambino che studia sarà un adulto che pensa sempre. Un bambino che usa i piedi per camminare verso il sapere è tale unità minima con infinite possibilità di combinazioni. E persino i colori sembrano confermarlo, la polvere, le pietre, il terreno sconnesso, in discesa e in salita nella sua semplicità di tutto il contrario.

La voglia di vivere che li accompagna muore ogni giorno nelle ceneri di ogni tarda mattinata e da queste di giorno in giorno non si sa come risorgerà. E anche questo somiglia stranamente ad una guerra silenziosa, a mascherare la disperazione della vita, a surrogare la paura, a fornire un alibi alla fiacchezza mentre sembra esaltare la maschia felicità di virtù vitali e imperialiste. Scrittori e osservatori insomma giocano spesso la stessa partita.

Perché un bravo osservatore non smette mai di guardare la vita e di partecipare al gioco. Osserva i bambini con la stessa facilità con cui un ragazzino scaglierebbe un sassolino nello stagno. Ed arriverebbe ad auspicarsi una enorme operazione di penne disinfettate.

“La cosa più difficile al mondo è scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani” scrisse Ernest Hemingway. Le democrazie hanno bisogno di ideali, progetti e partecipazione per vivere. E le parole sono ganci verso mondi di convinzioni.

Quando dialoghiamo non solo scambiamo parole, ma facciamo cozzare mondi diversi. Per dirla con Amleto, quello che stiamo vivendo è un tempo fuori cardine. Distinguere vero e falso? È un diritto. Sarà con la loro voglia di vivere il loro unico conforto. Su calcio di rigore.

Cesidio Colantonio

Un commento su “LE OMBRE DI GAZA

  • Claudia Patella

    È un pezzo che non si limita a denunciare, ma che invita il lettore a riappropriarsi di quella umanità e di quel pensiero critico che sembrano essersi smarriti. Grazie per aver dato voce, con tanta eleganza e rigore, a un dolore che spesso, nel chiasso mediatico, rischia di essere banalizzato.” Bravissimo Cesidio

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