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SORELLINE RITROVATE: LA ZIA DI FORMIA CAMBIA VERSIONE MENTRE IL PADRE ROMPE IL SILENZIO

Sorelline ritrovate, la zia di Formia cambia versione. Il padre rompe il silenzio: “Mia figlia voleva incontrarmi, mi ha chiesto scusa”

SULMONA, 24 Giugno – Alla vigilia degli interrogatori di garanzia davanti al gip del Tribunale di Sulmona, si arricchisce di nuovi elementi la complessa vicenda delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate domenica sera a Formia dopo quindici giorni di ricerche. Mentre la Procura continua a stringere il cerchio sulle responsabilità di chi avrebbe favorito l’allontanamento delle minori dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, emergono nuove dichiarazioni da parte dei familiari coinvolti.

A parlare è innanzitutto la donna di Formia che aveva ospitato le ragazze nell’appartamento del quartiere Rio Fresco. L’anziana, parente alla lontana della famiglia materna, respinge l’ipotesi che le sorelle fossero segregate.

«Non erano affatto chiuse a chiave. Stavano sempre nella loro stanza ma potevano uscire quando volevano. Se non si fossero trovate bene sarebbero potute andare via. Io sapevo che volevano stare con la madre e per questo non ho denunciato», ha affermato la donna, visibilmente preoccupata per le possibili conseguenze giudiziarie della vicenda.

A riportare la questione nell’alveo processuale è stata però il suo difensore d’ufficio, l’avvocata Maria Grazia Lepore, nominata dalla Procura della Repubblica di Sulmona.

«È evidente che la signora ha reso dichiarazioni di impeto, dettate da sentimenti radicati e da un forte retaggio culturale. Si tratta di affermazioni rese in perfetta buona fede. La sua posizione sarà comunque chiarita nelle sedi opportune», precisa il legale.

La donna aveva già ammesso di aver ricevuto nella propria abitazione la madre delle ragazze e il suo compagno per concordare modalità e tempi della permanenza delle minori. Il nonno materno, invece, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe accompagnato le due sorelle nell’appartamento nelle prime ore del 7 giugno, poche ore dopo il loro allontanamento dalla comunità educativa.

Domani sarà una giornata decisiva. Davanti al gip Lucchini compariranno la madre delle ragazze, il compagno Vincenzo Esposito e il nonno Marco D’Acunto, fermati con l’accusa di sequestro di persona. Sarà il primo confronto diretto con il giudice, nel quale gli indagati potranno fornire la propria versione dei fatti e tentare di chiarire il loro ruolo nella vicenda che per oltre due settimane ha tenuto con il fiato sospeso Abruzzo e Lazio.

Nel frattempo l’inchiesta continua a svilupparsi. Gli investigatori stanno valutando anche la posizione della nonna materna, che nei giorni scorsi ha dichiarato pubblicamente di sapere che il marito aveva prelevato le ragazze. «I buoni sono dentro e i cattivi fuori», aveva detto la donna tra le lacrime, aggiungendo che il marito considerava le nipoti «come figlie».

Intanto, dietro le mura del carcere di massima sicurezza di Sulmona, il compagno della madre e il nonno delle ragazze si trovano in regime di isolamento e sotto stretta osservazione. La madre, invece, è detenuta nel carcere femminile di Castrogno, a Teramo, dove ieri è stata visitata dalla garante regionale dei detenuti Monia Scalera. Una permanenza non facile, anche alla luce del recente suicidio di una detenuta trentaduenne avvenuto all’interno dello stesso istituto.

Sul fronte difensivo, si registra inoltre la rinuncia al mandato dell’avvocato Giuseppe D’Amici, che assisteva la donna nel procedimento civile. Il legale ha spiegato che la decisione è maturata «per sopraggiunti motivi personali e professionali che rendono impossibile il prosieguo dell’assistenza legale nel rispetto dei principi della deontologia professionale», precisando che non rilascerà ulteriori dichiarazioni sulla vicenda.

Ma le parole che più colpiscono arrivano dal padre delle due sorelle, Stefano Di Giacinto, che rompe il silenzio e replica alle accuse mosse dalla famiglia dell’ex moglie.

«Mi stanno continuando ad attaccare invece di pensare alle ragazze, mentre io cerco solo di proteggerle», afferma il genitore.

Il padre racconta per la prima volta un episodio rimasto finora riservato. Un incontro avvenuto il 22 maggio a Cassino tra lui e la figlia maggiore, autorizzato dai servizi sociali.

«Mia figlia aveva chiesto ai servizi sociali di potermi incontrare. Non voleva che lo sapessero né la sorellina né la madre. Dopo sei anni e mezzo ci siamo rivisti. Ci sono stati abbracci, carezze, lacrime. Mi ha chiesto scusa per tutto quello che era accaduto e mi ha detto che era stata condizionata e guidata nei suoi comportamenti».

Un incontro durato oltre due ore, alla presenza della curatrice delle minori, dell’assistente sociale e del fidanzato della ragazza.

«È stato il momento più bello della mia vita. Ho sognato quelle due ore per anni. Poi mi è crollato di nuovo il mondo addosso, ma non mi arrendo», conclude Di Giacinto.

Parole destinate ad alimentare ulteriormente il dibattito su una vicenda che, dopo il ritrovamento delle due ragazze, si sta progressivamente spostando dalle ricerche sul territorio alle aule giudiziarie, dove nelle prossime ore si deciderà il futuro degli indagati e si tenterà di fare piena luce su quanto accaduto.

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