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MINACCIÒ UN FEDELE PER DIFENDERE IL FIGLIO PARROCO DI CORFINIO: IL GIUDICE SOSPENDE IL PROCESSO

Minacciò un fedele per difendere il figlio parroco: ammesso alla messa alla prova il padre di don Vincenzo

CORFINIO, 24 Giugno – Non andrà subito a processo ma potrà estinguere il reato attraverso un percorso di lavori socialmente utili. È questa la strada scelta dal tribunale di Sulmona per Ottorino Paura, il 70enne di Vittorito accusato di aver aggredito e minacciato un fedele della concattedrale di Corfinio dopo una lunga serie di contrasti legati al figlio, don Vincenzo, parroco della comunità.

Il giudice Maria Sole Aiudi ha accolto la richiesta di sospensione del procedimento con messa alla prova, fissando per il prossimo 2 febbraio l’udienza nella quale verranno definite modalità e luogo di svolgimento delle attività socialmente utili che, se portate a termine con esito positivo, consentiranno l’estinzione del reato.

La vicenda affonda le radici in una polemica nata sui social network. Tutto era partito da un commento pubblicato da un cinquantenne del posto nei confronti del sacerdote: «Proprio tu parli che vai con le donne». Un’accusa ritenuta diffamatoria che aveva spinto don Vincenzo a presentare denuncia. Il procedimento si era concluso nei mesi scorsi con la condanna dell’autore del post al pagamento di una multa di 600 euro.

Don Vincenzo Paura

Nonostante le scuse rivolte al parroco, i rapporti tra le parti non si erano mai ricomposti. Anzi, con il passare del tempo il clima si sarebbe ulteriormente inasprito fino all’episodio del 20 aprile dello scorso anno, finito al centro dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Sulmona.

Secondo la ricostruzione accusatoria, il padre del sacerdote avrebbe raggiunto il cinquantenne sotto la sua abitazione affrontandolo direttamente. Nel corso del confronto gli avrebbe rivolto pesanti minacce, pronunciando la frase «Ti scanno come un porco», per poi cercare il contatto fisico e spingerlo con forza all’interno della sua autovettura prima di allontanarsi.

La presunta vittima non si fece medicare e non presentò certificazioni per eventuali lesioni, ma riuscì a registrare l’intera scena con il telefono cellulare. Proprio quella registrazione audio è diventata l’elemento centrale dell’indagine, fornendo agli inquirenti un riscontro diretto dei fatti contestati e contribuendo alla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura.

Ora, con l’ammissione alla messa alla prova, il procedimento entra in una fase diversa. Saranno infatti i lavori socialmente utili, che verranno definiti nei prossimi mesi, a rappresentare il percorso attraverso il quale il settantenne potrà chiudere definitivamente la vicenda giudiziaria evitando una sentenza di condanna.

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