SETTE ETTI DI COCAINA NEL GARAGE: IL GIP NON CREDE AL VIGILE URBANO
SULMONA – Il racconto fornito agli investigatori è stato ritenuto poco credibile, lacunoso e incapace di spiegare i numerosi punti oscuri emersi dall’inchiesta. Per questo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sulmona, Giulia Sani, ha disposto la custodia cautelare in carcere nei confronti dell’agente di polizia locale ETTORE D’ALESSANDRO, arrestato la scorsa settimana dopo il ritrovamento di circa sette etti di cocaina nascosti in uno zaino all’interno del garage della casa paterna.
Nell’ordinanza il gip respinge di fatto la versione difensiva fornita dall’indagato, secondo la quale la droga sarebbe stata depositata nel garage da un giovane legato al mondo degli stupefacenti che sarebbe poi dovuto tornare a riprenderla il giorno successivo. Una ricostruzione che non ha convinto il magistrato, soprattutto alla luce delle ammissioni rese dallo stesso vigile urbano.
“Non può non rilevarsi come l’indagato abbia sostanzialmente e consapevolmente accettato il rischio di concorrere nell’altrui progetto criminoso”, scrive il giudice nell’ordinanza, sottolineando come l’uomo abbia dichiarato di aver immaginato il contenuto dello zaino proprio in ragione della notorietà criminale del soggetto con cui aveva avuto contatti. Per il gip, dunque, è pienamente configurabile il dolo generico.
A pesare nella valutazione del magistrato sono soprattutto le numerose zone d’ombra che caratterizzano il racconto dell’indagato. Il vigile urbano ha parlato di un pesante indebitamento che lo avrebbe portato a entrare in contatto con persone gravitate nell’ambiente del traffico di droga. Tuttavia non avrebbe chiarito né l’entità effettiva del debito né le ragioni che lo avrebbero generato. Circostanze rimaste prive di riscontri e che, secondo gli inquirenti, non consentono di comprendere il contesto nel quale sarebbe maturata l’intera vicenda.
Resta inoltre difficile spiegare come un appartenente alla polizia locale, chiamato quotidianamente a svolgere funzioni di controllo del territorio e a garantire il rispetto delle norme, sia arrivato a intrattenere rapporti con soggetti descritti come privi di scrupoli e inseriti nel circuito del traffico di sostanze stupefacenti. Un aspetto che rappresenta uno dei punti centrali dell’inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Sulmona.
Le indagini dei carabinieri della stazione e del nucleo operativo proseguono ora per individuare i destinatari e i proprietari dell’ingente quantitativo di cocaina sequestrato. Gli investigatori ritengono che i sette etti di droga non fossero destinati esclusivamente al mercato dello spaccio della Valle Peligna ma anche a quello marsicano. Un elemento che emerge anche dal confezionamento della sostanza, suddivisa in buste da cento grammi ciascuna, una delle quali riportava chiaramente la scritta “Avezzano”.
Secondo la versione resa dall’indagato, il 16 giugno un giovane si sarebbe presentato sotto la sua abitazione insieme a un’altra persona, sostenendo di non essere più interessato a recuperare un credito di 600 euro e collocando nel garage lo zaino contenente la cocaina. “Guai a te se lo tocchi. Tanto so chi sei”, sarebbe stata la minaccia rivolta all’agente, che avrebbe poi deciso di non denunciare l’accaduto per paura di ritorsioni. Una ricostruzione che non ha trovato credito nell’ordinanza cautelare.
Il gip ha inoltre ritenuto inadeguata qualsiasi misura meno afflittiva, compresi gli arresti domiciliari, ritenendo concreto il pericolo di reiterazione e insufficiente l’effetto deterrente di una misura diversa dal carcere.
Nel frattempo il Comune di Sulmona ha disposto la sospensione cautelare dal servizio dell’agente, con il ritiro dell’arma, del tesserino e delle dotazioni d’ordinanza. L’inchiesta, però, è solo all’inizio e punta ora a ricostruire la filiera di una partita di cocaina che, per quantità e modalità di confezionamento, lascia ipotizzare un traffico ben più ampio del semplice consumo locale. E su questo fronte una mano importante agli investigatori potrebbe darla proprio il vigile urbano qualora decidesse di raccontare tutta la verità e soprattutto fornire i nominativi degli spacciatori coinvolti, come dovrebbe fare un vero uomo di legge. Una collaborazione fattiva che potrebbe convincere il giudice a concedere una misura cautelare meno afflittiva rispetto alla custodia cautelare in carcere.


