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SORELLE RITROVATE: IL PROCURATORE D’ANGELO “NON CELEBRIAMO ARRESTI MA LA LIBERAZIONE DI DUE RAGAZZE”

Sorelle ritrovate, il procuratore D’Angelo: “Non celebriamo arresti ma la liberazione di due ragazze”

SULMONA – «Oggi non siamo qui per festeggiare degli arresti, ma la liberazione di due ragazze». Con queste parole il procuratore della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo, ha aperto la conferenza stampa che si è svolta nella tarda mattinata nell’aula 1 del Tribunale di Sulmona, convocata per fare il punto sull’inchiesta che ha portato al ritrovamento di Alisya e Sarah, le due sorelle di 16 e 12 anni scomparse dalla comunità educativa di Civitella Alfedena nella notte tra il 6 e il 7 giugno, e al fermo di tre persone, tra cui la madre e il nonno materno delle ragazze.

 

Il capo della procura Luciano D’Angelo

 

Prima di entrare nel merito dell’indagine, il procuratore ha richiamato i numerosi giornalisti presenti al rispetto delle regole della conferenza e ha rivolto un appello affinché, dopo il ritrovamento, venga garantita la massima tutela della privacy delle due minori.

D’Angelo ha spiegato che il principale obiettivo dell’attività investigativa è sempre stato quello di riportare a casa sane e salve le due sorelle. «Abbiamo temuto anche di non poterle rivedere mai più», ha dichiarato, sottolineando come il vero successo dell’operazione sia stato il loro ritrovamento.

Nel corso dell’incontro il magistrato ha confermato che nella notte è stato emesso un decreto di fermo nei confronti di tre persone, provvedimento che sarà ora sottoposto alla valutazione del giudice per le indagini preliminari. Gli indagati restano comunque presunti innocenti fino a eventuale condanna definitiva.

Secondo la ricostruzione della Procura, la vicenda non sarebbe riconducibile a dinamiche criminali tradizionali ma a quello che il procuratore ha definito «un amore genitoriale malato». Le due ragazze, a suo avviso, sarebbero state coinvolte in un conflitto familiare che si trascina da anni e che ha finito per avere pesanti ripercussioni sul loro equilibrio psicologico.

Particolarmente significativo il racconto dei momenti successivi al blitz. Quando i carabinieri hanno fatto irruzione nell’abitazione della provincia di Latina dove erano nascoste, Alisya e Sarah non avrebbero manifestato gioia o sollievo ma si sarebbero chiuse nella stanza in cui vivevano. Un atteggiamento che, secondo D’Angelo, testimonia il profondo disagio vissuto dalle due minori.

Il procuratore ha quindi ripercorso le tappe dell’indagine, condotta dal Comando provinciale dei Carabinieri dell’Aquila con il supporto del Comando provinciale di Latina, del Raggruppamento investigazioni scientifiche e di numerosi altri reparti specializzati dell’Arma. Oltre alle attività investigative tradizionali, gli inquirenti hanno sviluppato anche un approfondito profilo psicologico delle persone coinvolte.

Le ricerche si sono estese in numerose regioni italiane, con verifiche su parenti appartenenti sia al ramo paterno che a quello materno. «Abbiamo controllato decine di situazioni in tutta Italia», ha precisato il procuratore, smentendo l’ipotesi che le indagini fossero concentrate soltanto su pochi familiari.

Determinante per arrivare alla svolta è stata, secondo la Procura, una videochiamata effettuata dalla madre verso un telefono già monitorato dagli investigatori, formalmente intestato a un cittadino pakistano e collegato a una serie di schede telefoniche attivate poco prima della scomparsa delle ragazze. Questo elemento ha consentito di restringere il campo e individuare l’abitazione dove le due sorelle sono state rintracciate.

D’Angelo ha inoltre rivelato di aver lasciato intendere pubblicamente, durante le settimane delle ricerche, che le intercettazioni non fossero utilizzabili, pur procedendo sin dall’inizio per il reato di sequestro di persona. Una scelta investigativa che, ha spiegato, era finalizzata a non compromettere l’attività in corso.

L’operazione conclusiva è stata organizzata nel giro di poche ore. Oltre settanta carabinieri, compresi gli operatori del Gruppo di intervento speciale, hanno raggiunto la provincia di Latina e circondato l’abitazione individuata dagli investigatori. All’interno è stata trovata anche un’anziana donna di circa ottant’anni, anch’essa indagata, che aveva accolto le ragazze il giorno precedente.

Secondo quanto riferito dal procuratore, Alisya e Sarah vivevano chiuse in una stanza, senza la possibilità di uscire o aprire le persiane. Potevano lasciare la camera soltanto per mangiare e trascorrevano il tempo guardando la televisione.

Rispondendo alle domande dei cronisti, D’Angelo ha chiarito che le due sorelle sono state affidate a una struttura protetta. La madre, infatti, è tuttora sospesa dalla responsabilità genitoriale e il tutore resta il sindaco di Minturno, che ha provveduto alla loro sistemazione.

Il procuratore ha inoltre escluso qualsiasi coinvolgimento del padre nel ritrovamento delle figlie e ha smentito che il giovane Youssef, indicato in alcune ricostruzioni giornalistiche come figura chiave dell’inchiesta, abbia fornito elementi utili alle indagini. «Youssef non ci è servito a nulla nelle indagini», ha affermato, sostenendo che il ragazzo sia stato ingiustamente indicato come protagonista della vicenda.

Per la Procura, le ragazze sarebbero state prelevate all’esterno della casa famiglia dal nonno materno e dal compagno della madre per poi essere trasferite nell’abitazione dove sono rimaste nascoste fino all’intervento dei carabinieri.

In chiusura, D’Angelo ha rivolto un sentito ringraziamento ai magistrati della Procura di Sulmona, ai carabinieri e a tutti gli investigatori coinvolti nelle ricerche, sottolineando come il risultato sia stato il frutto di un lavoro corale e incessante. Ha infine rinnovato l’appello alla stampa affinché venga rispettata la riservatezza delle due ragazze, consentendo loro di affrontare lontano dai riflettori il delicato percorso di recupero dopo la drammatica esperienza vissuta.

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