SOPRALLUOGO DEL PROCURATORE D’ANGELO NEL CANTIERE SNAM DI CASE PENTE
Sopralluogo del procuratore D’Angelo nel cantiere Snam. Pizzola: “A Case Pente un crimine storico e culturale”
SULMONA – Due ore di sopralluogo nel mega cantiere della centrale Snam di Case Pente per il procuratore capo della Repubblica di Sulmona, Luciano D’Angelo. Il magistrato, nella tarda mattinata di oggi, ha effettuato una visita all’interno dell’area dove è in corso la realizzazione della centrale di compressione collegata al metanodotto Brindisi-Manerbio, infrastruttura inserita nel progetto “Linea Adriatica” e considerata strategica dal Governo per il potenziamento della rete nazionale del gas.
Il procuratore ha verificato personalmente lo stato di avanzamento dei lavori e le condizioni del cantiere. Una presenza che viene interpretata come un’attività di vigilanza sul territorio finalizzata ad accertare il rispetto delle normative vigenti, con particolare attenzione agli aspetti legati alla sicurezza dei lavoratori impegnati nella realizzazione dell’opera.
La visita arriva inoltre in una fase particolarmente delicata, caratterizzata dalle polemiche sorte attorno ai ritrovamenti archeologici emersi durante gli scavi e alla contestata gestione delle informazioni da parte della Soprintendenza. Secondo indiscrezioni circolate negli ultimi giorni, l’area archeologica avrebbe una consistenza diversa rispetto a quanto sostenuto da chi si oppone all’opera. La stessa Snam ha parlato di un piccolo impianto termale di dimensioni contenute, paragonabili a quelle di un cortile condominiale.
La società ha più volte ribadito che, una volta completata la centrale, l’area sarà valorizzata con spazi verdi e percorsi dedicati alle visite guidate, consentendo la fruizione sia dell’infrastruttura energetica sia delle testimonianze storiche rinvenute nel corso degli scavi.
Una ricostruzione che viene però contestata con forza dal Comitato cittadino per la tutela del territorio. Il portavoce Mario Pizzola parla senza mezzi termini di una grave perdita per il patrimonio storico della Valle Peligna.
«Quello che è avvenuto nel sito archeologico di Case Pente è un vero e proprio crimine storico e culturale – afferma Pizzola – perché l’area si è rivelata una miniera archeologica molto più ricca di quanto si immaginasse. Le scoperte emerse configuravano un complesso strutturale unitario che, secondo la normativa, avrebbe dovuto essere conservato integralmente in situ».
Secondo il rappresentante del comitato, parte significativa delle testimonianze archeologiche sarebbe stata coperta dalle opere della centrale. «Parliamo di un villaggio dell’età del Bronzo composto da circa quaranta capanne con relativi recinti, risalente a oltre 4.200 anni fa. La legge tutela non soltanto i reperti ma anche le tracce archeologiche, e quelle evidenze avrebbero potuto contribuire a riscrivere la storia delle origini di Sulmona».
Pizzola contesta inoltre l’iter seguito durante le operazioni di scavo. «La normativa prevede che solo al termine delle verifiche preventive si stabilisca cosa conservare e se l’opera sia compatibile con i beni culturali rinvenuti. In questo caso, invece, si sarebbe proceduto diversamente, consentendo progressivamente il reinterro delle strutture man mano che gli scavi avanzavano».
Il portavoce elenca una lunga serie di rinvenimenti che, a suo giudizio, avrebbero giustificato la realizzazione di un museo archeologico a cielo aperto: due necropoli con 169 tombe di epoca romana, preromana e protostorica, antiche strade, una fornace per la produzione di tegole, un impianto termale, strutture destinate alla conservazione degli alimenti e altre murature antiche.
«Quello che è accaduto – conclude Pizzola – grida vendetta sotto il profilo della tutela della nostra storia e della nostra cultura. Abbiamo presentato diversi esposti sulla vicenda, ma non ne conosciamo gli esiti. Vorremmo vivere in uno Stato di diritto nel quale l’interesse collettivo prevalga sugli interessi economici e sul profitto».
Il sopralluogo del procuratore D’Angelo si inserisce dunque in un contesto che continua a dividere il territorio tra chi considera la centrale un’infrastruttura indispensabile per la sicurezza energetica nazionale e chi, invece, ritiene che il prezzo pagato in termini di tutela archeologica e paesaggistica sia troppo alto. La questione di Case Pente resta così al centro del dibattito pubblico, mentre i lavori della centrale proseguono senza sosta e senza rispetto per la storia.


