SULMONA, BUFERA SULLA VISITA ALLA CENTRALE SNAM: “È ARCHEOWASHING”
Ha assunto i contorni di un vero e proprio scontro politico e culturale la visita guidata organizzata dalla Soprintendenza archeologica dell’Aquila presso il sito di Case Spente, l’area in cui la Snam sta portando avanti i lavori per la costruzione della contestata centrale di compressione. Quello che doveva essere un appuntamento istituzionale inserito in un programma provinciale volto a far scoprire ai cittadini gli scavi più recenti ai fini della loro tutela e valorizzazione, si è trasformato in un durissimo banco d’accusa contro gli stessi organi di controllo.
Il coordinamento “Per il clima Fuori dal fossile”, guidato dall’attivista Mario Pizzola, ha infatti espresso una durissima critica sui metodi e sulle finalità dell’iniziativa, definendola esplicitamente una operazione di “archeowashing”. Secondo gli ambientalisti, si tratterebbe di una vera e propria «mistificazione messa in atto dalla Soprintendenza per ripulire la sua immagine nel tentativo di occultare la realtà», ovvero che a Case Spente sia stato compiuto un irreparabile danno storico-culturale con la diretta complicità degli enti autorizzativi.
A sollevare forti perplessità sono state innanzitutto le modalità organizzative dell’evento. Tra i quattro siti selezionati nella provincia dell’Aquila, quello di Sulmona sarebbe stato l’unico per il quale è stata imposta una blindatura tramite prenotazione obbligatoria, i cui termini scadevano venerdì. Una restrizione giudicata del tutto immotivata dal comitato, ancor più se legata al fatto che la notizia della visita sarebbe stata resa pubblica soltanto la mattina stessa da un’unica testata giornalistica locale, lasciando di fatto all’oscuro la gran parte della cittadinanza e degli organi di informazione. A infittire le tensioni, sul posto è stata registrata anche una massiccia e insolita presenza della Polizia di Stato, definita dai presenti «abbastanza inusuale per una normale visita guidata a carattere archeologico».
Nonostante i vincoli di prenotazione, i rappresentanti del comitato ambientalista sono riusciti a prendere parte alla visita, cogliendo l’occasione per incalzare i funzionari della Soprintendenza con quesiti rimasti, a loro dire, totalmente senza risposta. Le domande poste toccano il cuore della gestione del patrimonio storico della Valle Peligna: il movimento ha chiesto conto del perché sia stato acconsentito alla Snam di intervenire in modo così impattante su quello che in passato lo stesso ente di tutela aveva definito “un complesso archeologico tra i più importanti e inediti” del territorio. Viene inoltre sollevato il parallelismo con il 2008, quando alla società Lafarge fu negato persino il permesso di effettuare un semplice sondaggio d’esplorazione nella medesima area, a fronte dell’odierno “tappeto rosso” steso dinanzi al colosso energetico.
Secondo la ricostruzione di Pizzola, l’itinerario archeologico mostrato si sarebbe limitato ai soli resti di una villa romana e di un’antica via, due uniche strutture destinate a salvarsi unicamente perché collocate ai margini esterni del cantiere. «Tutto ciò che invece interferiva in qualche modo con il perimetro della centrale è stato eliminato», accusa il comitato. Sotto le colate di cemento del nuovo impianto industriale sarebbero così svanite le tracce di un insediamento protostorico composto da oltre 40 capanne risalenti a 4.200 anni fa (Età del bronzo), insieme a un’antica strada glareata di epoca romana.
Il coordinamento evidenzia come la tutela di tali reperti diffusi avrebbe reso del tutto incompatibile la costruzione dell’infrastruttura energetica, spingendo le istituzioni a compiere una scelta netta: far prevalere il profitto privato di Snam a discapito della memoria storica. Un’opera da 180 milioni di euro di denaro pubblico definita dagli ambientalisti non solo inutile – alla luce del surplus di infrastrutture metanifere in Italia rispetto ai consumi reali – ma anche priva di ricadute occupazionali stabili per un territorio già colpito da una forte sofferenza economica.
Il danno appare ancora più evidente se confrontato con modelli virtuosi nazionali. Case Spente, per la ricchezza dei ritrovamenti, avrebbe avuto tutte le carte in regola per ospitare un Parco archeologico e un museo all’aperto sulla scorta di quanto realizzato a Montale (Modena), dove la ricostruzione di un villaggio dell’Età del bronzo ha saputo attrarre ben 300.000 visitatori in venti anni, generando un indotto culturale ed economico.
Al posto di una risorsa turistica permanente, denunciano gli attivisti, la città erediterà unicamente un impianto industriale impattante e, come paradossale appendice, una piccola area archeologica residuale a cui accedere previo permesso. «Per Sulmona, declassata ad area di sacrificio per interessi superiori, si tratta di una cocente sconfitta», conclude la nota del movimento, lanciando un ultimo affondo contro la classe politica locale, chiamata a rispondere di questa perdita non solo davanti alla comunità odierna, ma anche di fronte alle future generazioni.



Fosse solo anche questo, ma ci hanno allargato la discarica Cogesa senza permesso.
siamo finiti !!