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URINA SOCIAL, FINTI LAVAGGI E ASFALTO ROVENTE: LA SCIENZA DEL CANE IN CITTA’

di Marco Zambianchi*
PARMA – Ve lo ricordate l’inizio del 2020, quando si vedevano in giro scene degne di un film di fantascienza distopica, con gli operatori ecologici che sparavano litri di ammonio quaternario sulle strade usando le idropulitrici? Ecco, quello è stato il debutto in società del “teatro della sicurezza”: uno spettacolo bellissimo dove l’ansia da prestazione politica ha surclassato la logica scientifica, visto che si cercava di sterminare un virus respiratorio — che all’aria aperta e sotto i raggi UV dura quanto un gatto in tangenziale — bombardando l’asfalto e devastando l’ambiente.
Oggi quella stessa firma d’autore si rivede in certe ordinanze comunali che pretendono di regolamentare i bisogni dei cani, ignorando completamente sia le leggi della fisica che la biologia spicciola dei nostri amici a quattro zampe. Prendiamo ad esempio la fissa per le superfici verticali: per un cane maschio, fare la pipì non è semplicemente svuotare il serbatoio, ma equivale a pubblicare una storia su Instagram con tanto di geolocalizzazione. Devono lasciare una firma che sia il più visibile e duratura possibile, ed è per questo che puntano dritti a ruote delle macchine, tronchi d’albero e muretti. C’è dietro una precisa strategia geometrica ed evolutiva: più la pipì viene posizionata in alto, più il vento farà viaggiare i feromoni all’altezza del naso dei passanti pelosi successivi, un po’ come mettere un cartellone pubblicitario sul dritto di un’autostrada invece di lanciare volantini per terra. Se poi trovano erba o terra battuta, tanto meglio, perché le superfici porose trattengono le molecole odorose come una spugna, mentre l’asfalto liscio sotto il sole fa evaporare tutto in cinque minuti netti.
In questo scenario, l’idea di risolvere il problema obbligando i proprietari a girare con la classica bottiglietta d’acqua da mezzo litro è, dal punto di vista fluidodinamico, pura utopia. Provare a lavare la ruota di una macchina o la corteccia di un pino con un rivolo d’acqua è come tentare di spegnere un barbecue usando una pistola ad acqua giocattolo: la gravità fa scivolare il liquido immediatamente verso il basso, l’urina non si lava affatto e l’unico risultato tangibile è l’effetto “lago di Garda” che allarga la chiazza sul marciapiede, trasformando il gesto in un puro rito scaramantico per evitare le multe dei vigili.
Visto che i cani non hanno ancora sviluppato il concetto di decoro urbano e non leggono la gazzetta ufficiale, per evitare che scelgano la carrozzeria della berlina del vicino come bacheca personale bisogna affidarsi alla psicologia comportamentale, nello specifico al condizionamento operante. Il segreto sta nel principio dell’alternativa compatibile: non serve a nulla strillare un “no!” generico quando il cane ha già puntato l’obiettivo; bisogna anticiparlo e proporgli un’alternativa decisamente più interessante, guidandolo attivamente verso un’aiuola o una zona di terra battuta prima che alzi la zampa. Quando fa la cosa giusta nel posto giusto, deve scattare immediatamente il festival del rinforzo positivo: lodi sperticate e un bocconcino talmente prelibato da fargli credere di aver vinto il Nobel per la minzione. Se invece c’è un punto critico da proteggere a tutti i costi, tipo il portone del condominio, si può giocare di astuzia usando la chimica olfattiva, spruzzando miscele di acqua e aceto bianco o oli essenziali agli agrumi. I cani odiano queste fragranze pungenti e gireranno al largo.
L’errore imperdonabile da evitare come la peste è pulire quelle zone con candeggina o ammoniaca: queste sostanze contengono composti azotati che, all’olfatto canino, profumano esattamente come l’urina di un rivale agguerrito. Il risultato? Il cane si sentirà in dovere di rispondere all’affronto coprendo l’odore con una dose doppia della sua pipì, innescando una guerra fredda infinita. La chiave è interrompere la sequenza sul nascere: se il cane comincia a fare quei tipici giri su se stesso annusando lo spazio con l’intensità di un radar, vuol dire che il lancio del post è imminente; basta distrarlo con un comando allegro come “Andiamo!” e spostarsi di qualche metro.
Se poi vogliamo guardare la questione al microscopio, va detto che l’urina che si trova nella vescica di un cane sano è fondamentalmente sterile o comunque abitata da una fauna microbica residente del tutto innocua. I problemi sorgono durante il viaggio lungo le vie urinarie inferiori e nel contatto con l’esterno, dove il liquido può caricarsi di ospiti indesiderati. Il vero spauracchio biologico è la Leptospira interrogans, un batterio con una caratteristica forma a cavatappi che causa la leptospirosi, una brutta malattia che può trasmettersi anche agli esseri umani. Questo microrganismo viene eliminato con le urine dagli animali infetti — spesso i topi, ma anche cani che hanno saltato i richiami vaccinali — e adora sguazzare nel fango e nelle pozzanghere stagnanti, mentre fortunatamente ha i minuti contati sulle superfici calde e secche. Oltre a questo, nella pipì si possono trovare i classici opportunisti come Escherichia coli o membri delle famiglie Proteus, Staphylococcus e Streptococcus, gli stessi che causano le classiche cistiti. Davanti a questa micro-giungla, è evidente che l’acqua della bottiglietta può giusto mitigare l’impatto visivo e confondere un po’ le idee ai cani successivi, ma non ha alcun potere sterilizzante.
Per disinfettare sul serio, magari nel cortile di casa o sul terrazzo, servono le maniere forti ma ecologiche: i detergenti enzimatici, che funzionano come forbici molecolari capaci di fare a pezzi l’acido urico e le proteine strutturali dell’urina, eliminando il problema alla radice, oppure i prodotti a base di ossigeno attivo come il perossido d’idrogeno. Quest’ultimo è un vero fuoriclasse per l’esterno perché fa piazza pulita dei microbi e poi si dissolve trasformandosi semplicemente in acqua e ossigeno, senza lasciare sul terreno residui chimici tossici per l’ambiente o per le zampe degli altri quattrozampe.
Mentre i regolamenti si concentrano sull’estetica dei muretti, la vera emergenza sanitaria dell’estate — che spesso passa sotto silenzio — è il drammatico effetto piastra radiante sui polpastrelli dei cani. Esiste una regola empirica, tanto semplice quanto scientificamente impeccabile, chiamata “regola dei 5 secondi”: basta appoggiare il dorso della propria mano sull’asfalto sotto il sole; se non si riesce a mantenerlo fermo per cinque secondi perché scotta, allora la temperatura è decisamente fuori controllo per i cuscinetti del cane. La fisica termica non mente: quando l’aria fa segnare un caldo ma sopportabile 30°C, l’asfalto esposto al sole diretto assorbe calore fino a trasformarsi in una griglia che oscilla tra i 50°C e i 60°C.
Anche se i cuscinetti plantari dei cani sono strutture biologiche formidabili e super resistenti, non sono comunque stivali di amianto. Costringere un animale a camminare su una superficie a 50°C significa esporlo a ustioni di secondo e terzo grado, con tanto di piaghe dolorose e distacco dello strato cutaneo superficiale. Come se non bastasse, si rischia di innescare un colpo di calore fulminante: i cani non hanno la fortuna di poter sudare dalla pelle come noi per rinfrescarsi; loro dissipano il calore quasi interamente ansimando e, in piccolissima parte, proprio attraverso i polpastrelli. Se i cuscinetti poggiano su un terreno che scotta più di un termosifone al massimo, questo radiatore naturale si blocca e il sistema di termoregolazione va in totale cortocircuito, mettendo in serio pericolo la vita stessa dell’animale. Durante i mesi estivi, la vera priorità scientifica e di buon senso deve essere solo la protezione del cane, programmando le uscite lunghe esclusivamente all’alba o in tarda serata e preferendo percorsi totalmente ombreggiati o su prati freschi.

*Microbiologo Università di Parma

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