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STEFANO CARDELLI: MENTRE LIU BOLIN VIENE PAGATO PER FARE FINTA DI ESSERE INVISIBILE, DA NOI GLI INVISIBILI SONO VERI

di Stefano CardelliĀ 

ROCCA CALASCIO – La marginalitĆ  trasformata in un brand ed ecco che, Liu Bolin , a L’Aquila, Rocca Calascio e nelle faggete del Parco Nazionale, traduce quel processo di “sfruttamento culturale” e di “mercificazione” che i comitati organizzativi cercano spesso per l’evento d’impatto, in modo che l’astronauta dell’arte attiri l’attenzione dei media nazionali ed esteri. L’operazione ĆØ da manuale e merita di essere analizzata, perchĆ© il livello di doppiezza, qui raggiunge vette altissime, persino affascinanti .

Il fulcro dell’arte di Liu Bolin ĆØ il mimetismo: lui si dipinge addosso il paesaggio per diventare “invisibile”. C’ĆØ un’ironia spietata in tutto questo.

Mentre un artista internazionale viene pagato per fare finta di essere invisibile per un giorno a Rocca Calascio o a Collemaggio, gli abitanti di quei territori sono invisibili per davvero, ogni singolo giorno dell’anno. Sono invisibili quando si parla di trasporti, di scuole che chiudono nei presidi montani, di medici di base che non si trovano.

L’invisibilitĆ  dell’artista ĆØ un lusso intellettuale che genera catalogo e mostre a livello globale; l’invisibilitĆ  dell’abitante ĆØ l’effetto collaterale dell’abbandono della politica. Si creano i grandi contenitori , si stendono i tappeti rossi, ma non si ha un’idea di sviluppo che parta dalle radici. Si preferisce “importare” il grande nome internazionale che usa il territorio come una tela bianca, uno sfondo esotico e suggestivo per le sue fotografie, che poi : “entreranno nella collezione personale di Liu Bolin, che le esporrĆ  in tutto il mondo”.

Il territorio cede la sua identitĆ  visiva, l’artista la capitalizza, e al paese cosa resta? Nelle dichiarazioni si legge la gioia per il fatto che l’artista venga a “raccontare il territorio”.

Ma questo non ĆØ un racconto del territorio. ƈ l’uso del territorio.

Portare una performance di “pittura del corpo” a 1400 metri a Rocca Calascio ĆØ un’operazione bellissima per i flussi di Instagram e per i collezionisti d’arte di Milano, Parigi o Pechino. Ma non sposta di un millimetro il nodo cruciale delle aree interne: la rigenerazione del tessuto sociale, la dignitĆ  del lavoro locale, la permanenza dei giovani.

Siamo esattamente dentro quel corto circuito: la disuguaglianza e la marginalitĆ  della montagna abruzzese, invece di essere affrontate con un Piano Regolatore Territoriale di Coordinamento (PTC) coraggioso, con investimenti strutturali e con l’ascolto di chi presidia il territorio, vengono sublimate nell’Art-Star di turno. Si alza il livello qualitativo dell’evento, senza dubbio, ma la logica profonda resta puramente estrattiva. Il paese viene consumato con lo sguardo, ma non viene ascoltato.

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