LUPI AVVELENATI, GLI INVESTIGATORI STRINGONO IL CERCHIO
LUPI AVVELENATI, GLI INVESTIGATORI STRINGONO IL CERCHIO: NEL MIRINO LA FILIERA DEL FITOFARMACO
L’indagine sulla morte dei lupi nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise entra in una fase cruciale. Gli investigatori stanno infatti concentrando l’attenzione sulla filiera di vendita del fitofarmaco utilizzato per confezionare le esche avvelenate che hanno provocato la morte di decine di animali selvatici. È questo il primo elemento concreto che potrebbe imprimere una svolta all’inchiesta coordinata dalla procura della Repubblica di Sulmona.
La polizia giudiziaria, su delega del procuratore Luciano D’Angelo, ascolterà nei prossimi giorni altri quattro testimoni. Si tratta di rappresentanti di associazioni ambientaliste ritenuti persone informate sui fatti e potenzialmente in grado di fornire elementi utili alla ricostruzione della vicenda.
Sul tavolo della Procura è arrivata nei giorni scorsi anche la mappa dei fitofarmaci utilizzati nelle aree agricole comprese tra Alfedena, Villetta Barrea, Pescasseroli e la fascia di confine con la Marsica. Un documento considerato particolarmente importante per orientare le indagini sull’avvelenamento che ha provocato la morte di 23 animali tra lupi, volpi e poiane. Solo uno degli esemplari rinvenuti è deceduto per cause naturali.
Gli investigatori seguono una pista precisa che conduce al mondo agricolo e alla gestione del territorio, con particolare attenzione ai meccanismi che regolano l’accesso ai fondi comunitari destinati all’agricoltura e alla pastorizia. In questo contesto un contributo significativo è stato fornito da Dino Rossi, presidente del Cospa, che ha illustrato agli inquirenti le principali tipologie di fitofarmaci impiegate nelle aree interessate dall’inchiesta, indicando le colture sulle quali vengono utilizzate e le categorie di operatori che normalmente ne fanno uso.
Il vero punto di svolta resta tuttavia l’identificazione certa del veleno impiegato nelle esche. Gli esami effettuati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo hanno accertato che negli animali morti è stata rinvenuta sempre la stessa sostanza: un fitofarmaco specifico destinato all’utilizzo agricolo e soggetto a una rigida disciplina normativa.
Proprio la tracciabilità del prodotto potrebbe rivelarsi decisiva. La normativa consente infatti l’acquisto di tali sostanze soltanto a soggetti autorizzati e iscritti in appositi registri. Ogni vendita viene registrata e associata a un acquirente identificabile, permettendo agli investigatori di seguire una precisa pista documentale per risalire ai potenziali utilizzatori.
Parallelamente continuano gli accertamenti scientifici. Sotto esame c’è un’esca recuperata integra dagli investigatori. Gli specialisti stanno tentando di isolare eventuali tracce biologiche attraverso l’analisi del Dna, nella speranza di individuare elementi utili a identificare chi abbia preparato e posizionato il boccone avvelenato. L’incrocio tra dati genetici, analisi chimiche e registri di vendita potrebbe fornire un quadro probatorio particolarmente solido.
Sul fronte del movente, la Procura non esclude che dietro la strage possa nascondersi qualcosa di più complesso della semplice difesa del bestiame dalle predazioni. Al centro delle verifiche vi è la gestione di circa 20 mila ettari di terreni concessi in affitto dall’Ente Parco, una scelta che avrebbe escluso alcuni operatori dalla possibilità di accedere ai contributi europei collegati al pascolo. Un intreccio di interessi economici e tensioni territoriali che gli investigatori stanno scandagliando per comprendere se proprio in quel contesto possa essere maturata la decisione di disseminare esche avvelenate nel cuore di una delle aree protette più importanti d’Europa.


