CRISI OCCUPAZIONALE: IL CONSIGLIO COMUNALE VOTA UNITO MA LA CITTÀ RESTA FUORI
Crisi occupazionale, il Consiglio vota unito ma la città resta fuori: la Valle Peligna non crede più alla politica
SULMONA – Un ordine del giorno approvato all’unanimità, ma in un’aula segnata da tensioni, distinguo e soprattutto da troppe sedie vuote. Il Consiglio comunale straordinario sulla crisi occupazionale della Valle Peligna ha prodotto un atto politico condiviso tra maggioranza e opposizione, ma ha restituito anche l’immagine di un territorio stanco, sfiduciato, ormai poco disposto a credere che la politica sia ancora in grado di risolvere i problemi.
L’assise ha impegnato sindaco e giunta ad avviare l’interlocuzione con Regione Abruzzo e Ministero delle Imprese per chiedere il riconoscimento della Valle Peligna come area di crisi industriale complessa. Previsti anche un tavolo permanente entro sessanta giorni, una conferenza dei sindaci e la richiesta di un tavolo specifico al Ministero.
Ma il voto unanime non è bastato a cancellare le contraddizioni emerse durante il dibattito. Da una parte il Comune chiede l’area di crisi complessa, dall’altra la Regione frena, parlando di difficoltà tecniche e puntando su un progetto pilota di riconversione industriale. Una distanza politica e istituzionale che ha alimentato polemiche e nervosismi, dando l’impressione di una filiera tutt’altro che compatta.
Intanto la crisi corre più veloce dei tavoli. Marelli resta in contratto di solidarietà, 3G conta 119 lavoratori che non hanno accettato il trasferimento a Pescara, Sodecia ha già portato altrove i suoi operai, Coop ha chiuso, Albasan attende risposte. I sindacati hanno parlato di circa trecento posti a rischio nei prossimi mesi.
Francesco Marrelli della Cgil ha denunciato l’assenza di una vera mappatura produttiva e commerciale. Maurizio Sacchetta della Uil ha ricordato il ritardo accumulato dal territorio. Giampaolo Biondi della Cisl ha chiesto di salvare almeno ciò che resta dell’apparato industriale locale.
Dagli interventi politici è emersa più litigiosità che strategia. La senatrice Gabriella Di Girolamo ha contestato apertamente le contraddizioni tra l’ordine del giorno e la posizione della Regione, chiedendo un dossier serio sulla crisi complessiva del territorio. Marianna Scoccia ha invocato un’operazione verità. Maria Assunta Rossi e Antonietta La Porta hanno richiamato la necessità di percorrere tutte le strade possibili. Luciano D’Alfonso ha ricordato strumenti già sperimentati in passato, dai contratti d’area alle zone franche.
L’assessore regionale Tiziana Magnacca ha riconosciuto la fragilità della Valle Peligna, ma ha chiarito che il riconoscimento dell’area di crisi complessa presenta ostacoli significativi. Una posizione che ha finito per indebolire, almeno politicamente, il punto principale dell’ordine del giorno appena discusso. E poi i vari interventi da remoto e in presenza di Nazario Pagano, Guido Liris, Etel Sigismondi, Pierpaolo Pietrucci, Fina, Luciano D’Alfonso, Tancredi, il senatore Bagnai e altri ancora.
A chiudere è stato il sindaco Luca Tirabassi, che ha difeso la scelta di tentare comunque la strada dell’area di crisi, pur ammettendo che il percorso non sarà semplice. Ma il problema resta: mentre la politica discute, si divide e si corregge in corsa, i lavoratori attendono risposte e i cittadini sembrano aver smesso persino di partecipare.
La scarsa presenza in aula è forse il dato più politico della giornata. Non disinteresse, ma disillusione. La città ha disertato un Consiglio che avrebbe dovuto rappresentare uno snodo decisivo per il futuro della Valle Peligna. Segno evidente di una fiducia logorata da anni di promesse, vertenze irrisolte, tavoli annunciati e risultati mai arrivati.
L’ordine del giorno è passato all’unanimità. Ma fuori dall’aula resta una domanda pesante: quanto vale ancora un voto unanime se i cittadini non credono più a chi lo esprime?



Se il percorso del riconoscimento dell’area di crisi della Valle Peligna è complesso e quindi impercorrinile, lo dicono Regione e Ministero, allora ieri si è perso tempo. I politici locali dovevamo coordinate un progetto con gli enti superiori e poi presentarlo all’assise comunale.
Se sbagliano i progetti, non ci lamentiamo che la cittadinanza è assente.
Cominciate a pensare cosa sarà dopo il collegio unico per l’elezione del consiglio regionale, se passa questa riforma per le elezioni regionali poi sarà terra bruciata.
È quello che vogliono l’attuale governo regionale e locale.
I tempi stringono, i licenziamenti arrivano.