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I GIOVANI TRA SOGNI E BISOGNI

di Massimo Di Paolo

Se si guardano con attenzione, i numeri dell’Istat, sono quelli di un disastro. Non è un fatto di affidabilità su una Istituzione che ha compiuto 100 anni, mantenendosi sempre super partes, e che l’Italia la sa contare.  È che tra i tanti numeri, la condizione giovanile, per la mutevolezza che la contraddistingue, segue mille rivoli e si mimetizza. Quanti giovani sono andati via, quanti restati, come si collocano nel sociale, in famiglia, nel lavoro e nelle professioni, per età e corte di appartenenza è difficile saperlo.  Ancora di più per le ‘entroterre’come la nostra dove la storia non e stata clemente; come nel Sud dove lo spazio resta ancora delimitato da due frontiere: le rendite da posizione delle famiglie e dei casati di origine che trattengono in qualche modo, e la possibilità di attingere al ‘baronato’ locale per barattare un ‘posto’ residuale. Poi c’è dell’altro. C’è un fermento, tra il malinconico e il cinico, che divide il poco rimasto tra i giovani in competizione tra loro, annacquando la loro partecipazione, il loro impegno, la loro presenza attiva sui territori. Tutto avviene sottotraccia, con un sistema di alleanze e di sottogruppi chiusi e ostili spesso a sé stessi. Goffredo Fofi scriveva “Il secolo dei giovani e il mito di James Dean”, guardava i giovani del ‘900 prima falcidiati tra le due guerre e poi risorti in un miracolo economico e di contestazione dove i percorsi creativi, la partecipazione, le identità mutevoli nelle loro contraddizioni e le resistenze politiche in ogni loro forma, rappresentavano linfa nuova, circolarità di idee e di energie: il cambiamento antropologico nelle differenti versioni. Soprattutto per una buona parte del Novecento la meglio gioventù poteva sedersi con sicurezza in quella sorta di mobilità sociale attraverso la crescita economica, l’accesso agli studi in ogni loro forma, alle espansioni delle professioni qualificate. In sostanza le storie di vita documentavano figli e figlie che raggiungevano condizioni sociali migliori di quelle raggiunte dai genitori. Questo processo dalla metà degli anni Novanta si è arrestato. Nella nostra terra ancora di più. Oggi, per le nuove generazioni, le possibilità di miglioramento sociale si è ridotto drasticamente e la questione giovanile nelle regioni italiane ad andatura ‘incerta’ è diventato inquietante. Con una particolarità emergente: nei territori a sviluppo ‘sospeso’ come la Valle Peligna, coinvolge non solo e unicamente gli strati sociali più svantaggiati, ma anche i figli delle classi medie e medio-alte. È vero, le origini familiari contano ancora ma molto meno; il ‘morso stretto tra i denti’ per trovare la forza di andare avanti, è stato adottato anche dalle classi sociali che per secoli hanno beneficiato di rendite di partenza e di benessere ereditato. Il titolo di studio non garantisce più un avanzamento sociale, come pure le esperienze accumulabili nel mondo del ‘lavoro residuale’ che spesso sono di basso profilo, concontratti provvisori e di scarsa qualità. Una moria, uno spegnimento di sogni, di energie, di partecipazione significativa per ogni forma di sviluppo. Il mercato del lavoro diventa la cartina di tornasole per valutare il quadro sociale, territoriale e la condizione giovanile. Le transizioni nel mondo del lavoro avvenute tra il 2024 e 2025 per i giovani fino ai 34 anni è stato prevalentemente a termine (67,8%) e gli ingressi nelle professioni spesso solo delle transizioni più che attività consolidate. A Sulmona e nel territorio, come nelle pieghe di molte regioni, i più fortunati abbandonano i sogni accettando collocazioni di passaggio o di adattamento; nell’associazionismo, nel terzo settore, in alcuni aree della scuola. Gli studi professionali, dopo la laurea, aperti e chiusi per la saturazione del mercato e per i costi di gestione; la nuova imprenditoria tranne rare e qualificate eccezioni, stenta tra provvisorietá e incertezze; l’impiego nel pubblico una meteora;  l’impegno in ‘politica’, un campo di speranza per chi le alte aspettative le  mantiene.   E non possiamo meravigliarci sul perchè i progetti di vita diventino dei simulacri dinanzi ad un malessere nascosto ma diffuso; dinanzi a una realtà che pone in competizione uno con l’altro. Ai più fortunati o ai meno coraggiosi, la permanenza nella città di appartenenza. Il territorio, il contesto sociale dove la resilienza è fatta di tante cose: tentativi di collocazione, aggregazioni con amici, nuove attività inventate ex novo, la famiglia fino a età avanzata, manovalanza intellettuale e fisica per tentativi di autonomia. Risorse giovanili che si sciupano, che passano. Trattenute spesso facendo affidamento sull’attaccamento ai posti dove si è nati, alle tradizioni, ai climi affettivi ed amicali, alla retorica del restare. La questione giovanile e la restanza: dovrebbero significare collocazione, realizzazione, valorizzazione attraverso un ripensamento dei territori nella ricerca di una nuova vocazione. Il diluvio della semplificazione, la complessitá delle nuove filiere dello sviluppo, quel campanilismo ostile all’aggregazione dei Comuni e dei territori, ha aperto in quasi tutte le terre interne e di montagna,  l’autunno democratico e demografico, rendendo le opportunità per i giovani rare e condizionate da molti fattori. La questione giovanile e l’accesso all’autorealizzazione non può essere considerata una questione minoritaria, resta la più difficile: il vero problema per la sopravvivenza delle comunità locali. E ancora più complessa diventa la questione delle giovani donne che al Sud coprono ancora il 76% delle ore di lavoro familiare prodotto dalla coppia. D’altronde, rintracciare e intrecciare colpe e cause resta difficile, in un tempo dove Sal Da Vinci ha seppellito i Beatles, e dove il perbenismo vecchio borghese suggerisce ai giovani di parlare a bassa voce, di sussurrare per entrare nella feritoia che non può fare accedere tutti. Mentre occorrerebbe urlare per passione, per responsabilità,  per dare forza a qualche idea che può creare imbarazzo, può chiedere un’ipotesi, un’idea su cosa fare.

4 commenti riguardo “I GIOVANI TRA SOGNI E BISOGNI

  • È dura quando si hanno tre figli e vederli tutti lontani, nipoti compresi naturalmente. Ci siamo consolati pensando che noi stessi siamo stati costretti, per lavoro ad andare via e solo ora capiamo quanto sia stata tremenda per i nostri genitori la lontananza quando non c’erano i telefonini e le videochiamate. Ogni telefonata era centellinata perché i gettoni o gli scatti andavano a go-go’. Ormai fa parte del nostro dna il sapere che fare figli qui a Sulmona significa poi perderli. Quando tornano sono cambiati, addirittura l’accento cambiato ed i nipoti parlano toscano, veneto o peggio… tedesco. Comunque sono pur sempre loro e preghiamo il cielo che stiano bene. Ma il pensiero poi corre sempre a quelle persone che non hanno mai fatto nulla perché le cose cambiassero ma non sono mai cambiate. Peccato…

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  • Eppure molti restano non si capisce se perché fortunati perché più modesti perché vogliono tentare qualcosa ma la verità è che scelgono quello che hanno già aspettando che qualcosa accada.

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  • Qualcosa accada tra apatia bar e scarso impegno. Certo con le dovute eccezioni ma non sembra proprio una gioventù che possa contribuire a migliorare là situazione. Gioventù fiacca e troppo spesso disimpegnata il quadro generale. E non facciamo esempi di eccezioni per favore.

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  • Gaetano Di Piero

    Sottopongo alla vs. attenzione e riflessione un aspetto sulla moralità e dovere civico dei nostri giovani; venerdì, primo pomeriggio, uomo steso a terra che non dava segni di vita(era ubriaco) mi fermo contemporaneamente ad un giovane, che intanto allerta i soccorsi etc etc . I “maturi”rallentano, guardano e vanno via. Un sottoufficiale dell’arma e gli operatori del 118 , alla mia domanda, mi confermano che sono i giovani spesso i primi ad intervenire e allertare i soccorsi. Per favore finiamola di colpevolizzare sempre e comunque i nostri ragazzi. Impegniamoci di più tutti per garantirgli un futuro migliore in Vallata Peligna.

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