L’ARCHITETTO STEFANO CARDELLI: “SE NON SI RICONSIDERA IL TESSUTO URBANO DI UN CENTRO STORICO, LO SI RIDUCE A CARTOLINA BIDIMENSIONALE
L’AQUILA – Riconsiderare il tessuto urbano di un centro storico ĆØ l’unico approccio capace di restituire dignitĆ a luoghi che altrimenti rischiano di essere ridotti a cartoline bidimensionali, a scenografie per il turismo di massa. Rileggere la realtĆ urbana “per parti e per strati” significa rifiutare l’idea che un borgo come Santo Stefano di Sessanio, o una cittĆ complessa come L’Aquila, siano monoliti cristallizzati in un’unica epoca. Sono, al contrario, “palinsesti di pietra”.
Ogni generazione ha scritto la sua storia sopra quella precedente, a volte grattando via il testo antico, a volte riutilizzandolo, lasciando frammenti che oggi appaiono come “distratti” o “malcelati”. Quando ci si muove in questi spazi, l’indagine a ritroso rivela una dialettica affascinante tra la materia e la storia.
Ć la pietra d’angolo di un palazzo rinascimentale che mostra, a uno sguardo attento, la lavorazione tipica di un bastione trecentesco. Ć il portale gotico che oggi fa da cornice a una bottega, o lo stemma nobiliare scalpellato via e riutilizzato come materiale di riempimento in una muratura successiva.
L’urbanistica medievale e moderna non distruggeva quasi mai il passato, perchĆ© la pietra preesistente era una risorsa preziosa, faticosa da cavare e da trasportare. Le case-mura dei Piccolomini non sono scomparse con l’avvento dei Medici; sono state inglobate, alzate, aperte con nuove finestre colte, ma l’ossatura originaria ā quella concepita per sbarrare il vento del Gran Sasso e le incursioni ā ĆØ ancora lƬ, nascosta sotto gli intonaci o le modifiche dei secoli successivi.
Procedere a ritroso, dallo strato più recente (magari quello ottocentesco delle botteghe artigiane, dei ciabattini, della vita rurale legata agli ultimi respiri della transumanza) fino al nucleo piccolomineo e pre-piccolomineo, permette di comprendere la “ragione profonda delle forme”. Un passaggio coperto, una “via sotto gli archi”, non ĆØ un vezzo estetico; ĆØ una risposta urbanistica a una necessitĆ climatica e difensiva.
La quota di una soglia, l’andamento apparentemente irrazionale di una via che si stringe improvvisamente, sono le risposte materiali a confini di proprietĆ , a vecchi tracciati di mura o a crolli dovuti a terremoti dimenticati dalle cronache ma registrati dalla pietra.
Rileggere il paese per strati significa accettare che la storia non procede per compartimenti stagni.
Il tempo in Abruzzo ha una densitĆ diversa: si sedimenta.
E per chi sa guardare oltre la superficie dell’intonaco o la linea di un cornicione, la pietra rivela quella matassa intricata di vita quotidiana, di fatiche di pastori e di ambizioni di grandi casate che, sovrapponendosi, hanno generato il miracolo dello spazio in cui camminiamo oggi.
*ArchitettoĀ




