DIEDE DELLA “ZOCCOLA” ALLA SALVATI: DALLA FRASE INCRIMINATA ALLA CASSAZIONE, OTTO ANNI DI PROCESSO PER UNA VICENDA TUTTA POLITICA
SULMONA – Otto anni dopo i fatti, la giustizia non è ancora riuscita a mettere un punto definitivo su una vicenda che, più che un caso giudiziario, continua ad avere il sapore di una resa dei conti politica. Tra assoluzioni, condanne, ricorsi, annullamenti e nuovi processi, il procedimento che vede coinvolti l’ex sindaco di Sulmona ed ex consigliere regionale del PD, Bruno Di Masci e l’ex consigliera comunale della Lega ed ex presidente del circolo PD di Sulmona, Roberta Salvati si arricchisce di un nuovo capitolo, l’ennesimo di una storia che sembra non finire mai.
La Cassazione ha infatti annullato la sentenza di condanna pronunciata in appello e disposto un nuovo giudizio. Così, a distanza di quasi un decennio dai fatti, si torna nuovamente davanti al giudice. Questa mattina il magistrato Emanuela Cisterna ha riaperto il dibattimento e fissato al prossimo 12 gennaio la nuova udienza per la decisione.
Al centro della vicenda resta un epiteto rivolto alla consigliera comunale durante una conversazione telefonica privata intercettata non dagli investigatori ma da una registrazione effettuata di nascosto e successivamente diffusa tramite WhatsApp da chi l’aveva registrato. Un audio che da un retrobottega è finito prima nelle chat e poi nelle aule giudiziarie, trasformando una polemica politica in una lunga battaglia processuale.
La domanda alla quale i giudici dovranno ancora una volta rispondere è sempre la stessa: quella parola costituisce una diffamazione oppure rientra nel linguaggio figurato e metaforico utilizzato nel confronto politico? Una questione sulla quale, in questi anni, i tribunali hanno fornito risposte diametralmente opposte.
In primo grado il giudice di pace Gianna Cipriani aveva assolto Di Masci il 12 ottobre 2023, ritenendo che l’espressione utilizzata dovesse essere letta nel contesto del linguaggio politico. La Procura e la parte civile avevano però impugnato quella decisione ottenendo il ribaltamento della sentenza davanti al Tribunale di Sulmona. Il 4 giugno 2024 era arrivata la condanna a 900 euro di multa e al pagamento delle spese processuali per oltre 5.800 euro.
Sembrava la parola fine. Invece no.
L’avvocato Gianfranco Iadecola ha impugnato la decisione davanti alla Suprema Corte che, nell’ottobre scorso, ha accolto il ricorso annullando la condanna. Secondo i giudici di legittimità, il Tribunale avrebbe dovuto rinnovare l’istruttoria prima di ribaltare una sentenza assolutoria. Da qui il ritorno del fascicolo al giudice di secondo grado e la necessità di risentire nuovamente i testimoni.
Un percorso che evidenzia ancora una volta tutte le contraddizioni e le lentezze della macchina giudiziaria italiana. A quasi otto anni dai fatti, infatti, non esiste ancora una verità definitiva su una vicenda che ha occupato a lungo le cronache politiche cittadine. Nel frattempo gli equilibri politici sono cambiati, le amministrazioni si sono succedute, i protagonisti hanno visto trasformarsi il contesto istituzionale nel quale era nata la polemica.
Resta il paradosso di un procedimento che continua a consumare tempo, energie e risorse pubbliche per stabilire il significato giuridico di una frase pronunciata durante una telefonata privata e successivamente finita in circolazione attraverso una registrazione clandestina. Una vicenda che per molti osservatori conserva tutti i contorni di uno scontro politico trasportato nelle aule giudiziarie. Sia la Salvati che Di Masci erano membri del Partito Democratico prima che la giovane rampante con la passione della politica, scegliesse di approdare tra le fila della Lega di Salvini.
Il prossimo 12 gennaio il Tribunale sarà chiamato ancora una volta a pronunciarsi. Ma dopo anni di sentenze ribaltate e processi da rifare, l’unica certezza è che questa storia sembra destinata a continuare a lungo.




Mi pare attualmente distaccata nella segreteria della consigliera regionale Scoccia.